Spinaceto e la periferia di Roma vista con gli occhi di un terzino sinistro


Pubblichiamo l’introduzione di un (bel) libro sul filo dell’autobiografia di Fabio Luppino — romano, di padre operaio e madre sarta — giornalista da trent’anni in tanti giornali, ma soprattutto L’Unit e ora Huffington Post. Siamo a Spinaceto, tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta. Il quartiere della periferia romana quello poi raccontato in Caro Diario e fotografato in una battuta memorabile (che peraltro nel quartiere non piacque troppo…) da Nanni Moretti: Spinaceto? Pensavo peggio, non poi cos male….
Tutto comincia con una partita che Fabio, quel giorno di ottobre del 1982, nemmeno avrebbe dovuto giocare. Ma poi qualcuno gli disse: il tuo momento. Il resto — tra passione politica e amore per lo sport — sta nel libro appena pubblicato dalla casa editrice romana Emersioni (pp. 104, € 13, 50).

una corsa verso l’ignoto. Un gesto contro natura, al limite dell’impossibile. Chi corre verso il fondo lo sa, che come vivere o morire, l’uno o l’altro. Il cross in corsa dal fondo di sinistro un lampo di vita in una frazione di secondo. L’esperienza, le gioie, i dolori, la fatica, la sofferenza vanno trattenuti e interrotti per colpire il pallone. Il corpo teso in questa sospensione, tenuto dal nulla sul nulla, nel gesto pi inappropriato, inarrivabile, intenso, cos vicino alla perfezione o al fallimento. Il cross in corsa dal fondo di sinistro filosofia, come la solitudine o l’incomunicabilit nella vita di un uomo: il terzino sinistro, appunto. Ci nasci, con il ruolo cucito addosso, sulla pelle, come il numero sulla maglia. Le tue azioni hanno un sibilo e lo sguardo attonito di chi osserva. Venti secondi per dimostrare chi sei. C’ un solo giocatore, uno solo, che potr colpire quella palla.

Quel giorno di ottobre del 1982 non dovevo giocare. Era pomeriggio inoltrato. I miei amici avevano messo il mio nome in una lista. Ero pi allenato di loro. Correvo. Un maestro di lotta greco romana ci aveva insegnato cosa significa l’allenamento, fine a se stesso, la fatica, il sudore e l’esercizio in cui scopri e superi i tuoi limiti. Avevo ossigeno, avevo vita. Avevo bisogno di quella partita. Ero nella lista, ma viaggiavamo da anni su strade parallele. Da protagonista dei campi in cemento, organizzati in luoghi pensati per mega parcheggi, a calciatore in lista di attesa. Avevamo giocato e parlato fino a tardi migliaia di volte; le notti d’estate a prendere quel pallone e metterlo dentro, le trasferte fuori lotto; le vittorie e le sconfitte, le ginocchia rovinate, le fratture alle braccia per non fermarsi nemmeno davanti a una gamba improvvisamente tesa per farti cadere, corpo pesante sull’asfalto grinzoso e immobile. Io il liceo, loro una scuola nuova per allora. Informatica all’Eur.

Ma la stima da uomini attorno a un pallone era rimasta la stessa. Quella partita si stava mettendo male nel primo tempo. Ma io dovevo aspettare. Angelo, sguardo da poeta, interiorit profonda, mai abbastanza disvelata, figlio e padre, estremo e responsabile, mi guarda e capisco che tocca a me. Di quel torneo giocai solo quel secondo tempo. Un campo immenso, regolare, in una periferia con misure senza regole. Avevo il destro e il sinistro, ma quelli con il piede sinistro ci conoscevamo tutti. Pochi, tristi, o seri, per caso sul campo, ma disposti a tutto. Otto anni prima non trovavo le parole per dire che io, proprio io, potevo essere il terzino sinistro. In una mattina freddissima, sul campo della circoscrizione andammo tutti perch si doveva assemblare la squadra del torneo scolastico. Eravamo in duecento. A correre, calciare, su un campo che ci sembrava la perfezione. Spogliatoi civili. E poi erba, ancora presente, dopo tanta terra e soprattutto cemento. Ore e ore a cercare i ragazzi giusti per ogni ruolo. Un professore di Applicazioni tecniche a fare il Fulvio Bernardini. Molti ormai se n’erano andati. Ma a Canestri mancava il terzino sinistro. Tu ti puoi adattare, disse a un suo alunno. Quello lo guard perplesso e svogliato. Non avevo detto una parola.

Venuto dal nulla, calzoncini bianchi e maglietta verde, riuscii a intromettermi con un filo di voce. Se mi date un pallone, vi faccio vedere. Come se mi avesse visto, quella volta, per la prima volta, Canestri, occhiali neri da sole, sciarpa, e sorriso autentico, mi guard. Iniziai a palleggiare. Destro, sinistro, poi provammo; passaggi, corsa, tiro. Quando liberi il sinistro in corsa, in quel movimento che Gigi Riva ha immortalato per sempre, hai la forza della tua diversit che esplode, una forza morale e fisica insuperabile, che un destro non potr mai avere. Si gonfi la rete. Canestri fu molto sbrigativo, ma sincero. A sinistra giochi tu. La prima volta su un campo vero. Torneo La Cicogna, maglia celeste e bordini gialli, scarpini da supermercato. Si fantasticava sulla pantofola d’oro, ma chi l’aveva mai vista, chi se la poteva permettere. E quando qualcuno, il rarissimo fortunato, diceva, Eccola qua, si accorreva come davanti al sacro Graal. Sempre scarpini erano, ma pelle pregiata e tacchetti da professionista. Non li avr mai. Avevamo dieci, undici anni. Rassegnati alla sconfitta. Ma c’ modo e modo di perdere. Non ho mai provocato infortuni a nessuno, ma quel giorno, spaziando da sinistra a destra, dovevo marcare il numero undici. Nel calcio e nella vita sono rapporti di potere, ma qui autentici, primordiali.

Lo avvertii: Non avrai un attimo di respiro, appena prendi la palla ti spacco le gambe. Anni di asfalto e sfide con porte fatte di scarpe, a limitarne i confini, mi sembrava il modo pi adeguato a segnare il territorio e chi lo avesse dominato. Non smisi mai di correre, dietro all’uomo, dietro alla palla, dietro a un miraggio. La difesa cercava il mio sguardo e mi davano il pallone appena potevano. Correre, dribblare in velocit, saltare l’uomo che invece stava l per saltare me. Avanti, indietro. Tirammo in porta due volte, io ero in ogni parte del campo. Perdemmo, come perdemmo tutte le altre partite del torneo. Il giorno dopo Canestri mi attese all’ingresso della scuola. Sei stato grandissimo. Il momento in cui il trascendente diventa reale, quel che hai sempre saputo di avere appare al mondo. In quaranta minuti l’urlo racchiuso in te si scatena in corse, tiri, cadute e magliette sporche. Terzino sinistro, per avere finalmente tirato fuori la voce, dopo un’infinit di incomprensioni, messo in panchina alle elementari, messo sul campo per caso come uno dei tanti, senza nessuno ad attribuirmi un’identit precisa. Masticare amaro, sentendo altro dentro di te. Quel giorno il mio “io” era “io” per tutti. Il prima e il dopo. Andavo ai campi di viale Marconi, aggregato ai pulcini della Roma. Ero alto a dieci anni, ma sempre in attesa che qualcuno sapesse vedere quel che pensavo di essere e senza la forza di dimostrarlo.

Furono mesi terribili al San Tarcisio. Allenamenti ogni giorno, tre quarti d’ora di palleggi. Destro, sinistro, palla ferma, palla in corsa. E poi esercizi fisici, spiegazioni, poi passaggi a due, ancora palleggi. Sfinito, come fossi in un posto estraneo. La partita, la prima, solo dopo un mese. Ricordo solo che stavo in continuazione ad allacciarmi gli scarpini, mentre l’uomo a cui mi dovevo applicare segnava. Ma l’essenza del calcio sta tutta l. Quei palleggi sono il sale di tutto, il momento in cui materia grigia e corpo si conoscono, si incontrano, l’una diventa l’estensione dell’altro. Non soltanto il calcio a un pallone. il rinascimentale connubio di spirito e corpo. la testa, non il piede, che ti fa fermare la palla quando vuoi, spostarla da una gamba all’altra quando vuoi, stoppare anche il passaggio pi contorto, tenertela sulla testa. La ripetitivit accende i neuroni e i neuroni appalesano il talento. Se c’. Scienza esatta, maldestramente considerata cialtrona da chi la osserva con disinteresse e sufficienza. Andavo a quegli allenamenti senza combattere. Mi consideravo un’idea a priori del calcio, non dovevo dimostrare, dovevano capire. Sbagliavo, come tante altre volte mi capitato. La mia borsa era una sacca della spesa di mia nonna. Gli scarpini e i panni sporchi l dentro. La terra ce l’ho lasciata per mesi, quando poi decisi che non era il momento. Ma la storia non s’interruppe mai.

Pomeriggi interi nella piazzetta-parcheggio davanti casa. C’erano capolavori di ragazzi che il calcio ha preso, ha lasciato, anche presto o non ha mai capito fino in fondo. Campioni, il connubio testa-piede aveva fattezze marmoree, tocchi e passaggi come sculture, con la naturalezza della cosa in s. Del genio. Giorgio Eritreo e Arnaldo Paoloni: il fruscio del tocco sotto, il senso della posizione, il dribbling che ti lasciava interdetto. Spinaceto, all’ingresso c’era scritto comune di Roma. Cio, era, Roma, ma un cartello lo doveva dire. Un quartiere nato sulla carta. Stradoni, parcheggi, lotti, verde mal attrezzato, scuole. Per molti anni tanta terra tra gli stradoni, una chiesa quasi prefabbricata, un centro commerciale comunale mai inaugurato tappezzato di siringhe, come mai ne vedr pi, perch la droga negli anni Settanta era un buco dopo l’altro. Poteva essere e non mai stato. Eppure, c’erano i bancari, i postali, i ferrovieri, gli autoferrotranvieri. Case Gescal, cooperative, fatte a misura d’uomo. Soffitti alti, camere esaurienti. Difettavano le rifiniture, intonaci crollati al primo quadro appeso alla parete. Tra l’Eur e il mare, disegnato sulla carta, ma la carta degli architetti, come in tanti altri esempi romani, non mai stata capace di materializzare un’anima. Eravamo i figli degli anni del boom delle nascite. Tutti sulla strada e accanto anche gli incubi per madri e padri. I criminali, gli spacciatori vivevano accanto a te, dall’altra parte del tuo porticato. Nei giardini spelacchiati spesso trovavamo soldi, ori, accanto a macchine bruciate. Per noi era una caccia al tesoro, ma nessuno si chiedeva perch qualcuno avesse bruciato quel strada, due o tre donne dai capelli di platino, una con uno sguardo cos penetrante che ancora difficile da dimenticare, camminavano su e gi. Accanto a loro, ragazze, alcune, che poi erano quelle che noi cercavamo. Non c’era altro. Noi accanto, le guardavamo.

Non si mai capito chi fossero, almeno non l’ho capito io. Non c’erano tutte le sere. Ma andava cos. Mescolati noi ragazzi, ragazze, le signore dai capelli di platino, pi avanti gli spacciatori, ma tutto apparentemente al suo posto. Accanto, pi in l per, anche i germi della lotta armata. Di ragazzi che hanno fatto un percorso di andata e ritorno, non tutti per. Cos che quando Nanni Moretti si presentato in Vespa a dispensare ironia su Spinaceto non stata presa bene. Era un universo complesso, la nostra identit non rapportabile a nessun’altra. Media borghesia, operai e impiegati. Artigiani, ma anche povert e famiglie numerose con figli precocemente mandati a lavorare. Scuole, tutte, Classico, Scientifico, Ragioneria. Medie, elementari, asili moderni. Pi in l, prima del mare, la ricchezza, il Villaggio Azzurro. Camperos, giacconi in pelle, Vespa 125, ragazze curate, bionde. Feste. E prima dell’Eur, Mostacciano, meno ricco, ma benestante…




FONTE UFFICIALE: CORRIERE.IT

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