Serie A, arbitri: stagione nera. Casarin: “Troppi contrasti interni”


Paolo Casarin, 78 anni. Bozzani

Paolo Casarin, 78 anni. Bozzani

Paolo Casarin, dove nasce la crisi della nostra classe arbitrale?

“Certamente non ora. L’errore pi grave stato commesso nel 2010, quando la Can stata sdoppiata in due gruppi distinti, A e B. Era facile prevedere che alla lunga questa divisione avrebbe ‘ammazzato’ il ricambio generazionale”.


Ci spieghi perch.

“Ma logico. Si creato un gruppo di eletti che fa una valanga di partite a stagione e un gruppo di meno fortunati, ma magari ugualmente capaci, in cui pochi hanno la possibilit di fare il salto. Le faccio un esempio: da designatore (ruolo ricoperto dal 1990 al 1997, ndr), ogni tanto mandavo Collina a dirigere una partita delicata in B, oppure sceglievo un giovane promettente e gli affidavo una gara complessa in A. Cos il ricambio era continuo ed erano tutti stimolati, soprattutto gli esordienti: considerate che l’inizio di una carriera arbitrale deve essere bruciante, ti d forza, crea un radicamento psicologico. In questo modo sono usciti i Collina, i Braschi, i Messina, i Farina, fino a Rosetti e Rizzoli”.

Oggi si fa prima a diventare internazionali che ad arbitrare una classica del nostro campionato. Poi si va in campo e si sbaglia. capitato a Fabbri in Juventus-Milan…

“Io conosco poco il designatore Rizzoli e non mi permetto di giudicare le sue metodologie. Anzi, mi pare che qualche sforzo per facilitare un ricambio generazionale lo stia facendo. Ma poco, il sistema non gli consente di fare di pi. E invece in questo momento storico bisognerebbe rompere i tab, provare a invertire la rotta con scelte dirompenti”.

Cosa c’ che non va nel ‘sistema’?

“L’idea verticistica che in A debbano viaggiare solo gli arbitri “arrivati”. Ma chi lo ha detto che sono anche i migliori?”.

Le medie voto stagionali dicono il contrario…

“Non mi stupisce. Di questo passo in pochi anni non avremo pi arbitri all’altezza. vero che all’estero non se la passano meglio e che la crisi generazionale internazionale, ma la nostra crisi preoccupante. Non vorrei che fosse passata l’idea che con la tecnologia pu arbitrare chiunque. I grandi arbitri del futuro dobbiamo andarceli a cercare, e poi dobbiamo investirci sopra. Dovrebbe essere il primo compito dell’Aia”.

Marcello Nicchi la guida da dieci anni. Cosa dovrebbe fare ora?

“Non lo so, per l’Aia dovrebbe pensare innanzitutto ad allargare le vocazioni e trovare nuove risorse. Ma c’ anche un altro problema: bisognerebbe creare una filiera di designatori, dalla D alla A, che abbiano idee simili, su come stare in campo, come applicare il regolamento, parlare con i giocatori. Ci deve essere una grande comunione, perch questo frazionamento stordisce gli arbitri”.

Anche la tecnologia li ha disorientati un bel po’. Parliamo di Var?

“Parliamone, anche perch spesso se ne parla a sproposito. Il discorso parte da lontano”.

Prego.

“In sintesi: fino al 1990 l’arbitro stata un’autorit indiscussa, gli interventi erano considerati tutti involontari, i rigori un’eccezione, il fuorigioco sostanzialmente non era controllato. Poi sono arrivate le tv e il pubblico si reso conto che gli arbitri sbagliavano, e non poco. La tv ha fatto a pezzi la figura dell’autorit al di sopra delle parti. Tutti i nodi sono venuti al pettine nel Mondiale italiano, che per gli arbitri fu una tragedia. Subito dopo ci dicemmo, cambiamo tutto: regole, gioco, arbitraggio. nel 1990 che si cominciato a sentire odore di precisione, da l che partito il lungo viaggio verso la Var”.

Ma l’ingresso della tecnologia storia pi recente, no?

“S, perch prima si pensato di aiutare i direttori di gara aumentandone il numero sul campo. Tutti esperimenti pi o meni fallimentari: dal doppio arbitro agli assistenti di porta, non hanno prodotto nessun risultato. Voi vi ricordate di un addizionale che sia riuscito a convincere il collega di campo? Gli arbitri sono fondamentalmente degli individualisti, il lavoro di squadra non ce l’hanno nel dna. Ecco perch ad un certo punto l’ingresso della tecnologia diventato ineluttabile. Ci si posti una domanda molto semplice: come possiamo aiutare l’arbitro a commettere meno errori, o almeno ad evitare quelli pi grossolani? Questa la ratio della Var”.

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Ma un collega a suggerire all’arbitro sul campo di correggere la sua valutazione…

“Gi, e qui abbiamo uno dei problemi, forse il pi grande: se i due arbitri continuano a sentirsi in competizione, non ne usciranno mai. Continueranno ad entrare in rotta di collisione troppe frequentemente. la verit. Anche per questo sarebbe utile riunire gli arbitri di A e B, bisogna alimentare uno spirito di collaborazione se non vogliamo che l’utilizzo della tecnologia finisca per causare pi danni che benefici”.

Perch indietro non si torna, giusto?

“Ma scherziamo? Vi ho appena detto che questa gestazione durata trent’anni e ora che abbiamo varcato la soglia vogliamo tornare indietro e chiudere la porta al progresso? il mondo che ha voluto la Var, non una singola federazione o un singolo presidente. Piuttosto, vediamo di adeguare le norme alla tecnologia, come facemmo dopo il Mondiale del 1990, introducendo gradualmente i tempi di recupero, il fuorigioco attivo e passivo e tutto il resto”.

Ritiene che il protocollo Var sia inadeguato?

“Ritengo che fosse un buon punto di partenza, ma a questo punto avremmo gi dovuto modificarlo. Con buoni arbitri in campo dovremmo avere pochi interventi tecnologici, e con due arbitri che sanno collaborare quei pochi interventi dovrebbero essere rapidi. E invece…”.

E invece sembra tutto cos farraginoso. Giocatori, tecnici, tifosi: sono tutti disorientati.

“Li capisco. Prendiamo i falli di mano: prima erano tutti involontari, ora meritano tutti un calcio di rigore? Non possibile, il calcio dinamismo, non possiamo pretendere che i giocatori diventino pinguini”.

Questa come si risolve?

“Con il confronto. Gli arbitri si mettano sullo stesso piano di allenatori e calciatori. Sono tre parti imperfette di un insieme. Facciamoli dialogare, ognuno scambi la propria specializzazione con quella dell’altro, solo cos la conoscenza diventer totale. Possibile che si decida come valutare un fallo di mano senza consultare i calciatori? L’arbitro deve lavorare, non comandare”.

 Alessandro Catapano 

© riproduzione riservata


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