Saimir Pirgu e la sua favola: «Dall’Albania ai teatri della lirica»


Saimir Pirgu aveva 22 anni quando Claudio Abbado lo convocò a Ferrara per un’audizione. «A metà aria mi interruppe: “Va bene, il ragazzino viene a cantare con me”». Il ruolo di Ferrando in Così fan tutte era suo. Un albanese nei panni di un albanese. Perchè Pirgu, oggi uno dei tenori più richiesti al mondo, viene da Elbasan, nel centro dell’Albania. Paese povero, famiglia ancora più povera. «C’era ancora il comunismo, di quello che accadeva fuori confine non si sapeva niente. Ma un giorno alla radio hanno trasmesso il concerto dei Tre tenori. Ero un bimbetto, restai incantato. Dissi alla mamma che anch’io avrei voluto cantare così».

Difficile crederci quando il problema è mettere il pane in tavola. «Ma tra i tanti lati oscuri del regime ce n’era anche uno buono, lo stato organizzava programmi di formazione musicale nelle scuole. A 6 anni mi misero un violino in mano, l’ho studiato per anni, ma non mai smesso di cantare. Canti popolari alle feste, ai matrimoni… Nessuno mi ha spinto a farlo, ma nessuno me l’ha neanche proibito. La mia famiglia mi ha sempre sostenuto, e quando a 18 anni ho deciso che sarei partito, sarei venuto in Italia per frequentare i corsi al conservatorio di Bolzano, hanno racimolato tutti i loro risparmi. Quel poco rimasto in casa l’ho portato via io».

Saimir non l’ha sprecato. Per mantenersi a Bolzano ha fatto lo sguattero in un ristorante. «Lavori umili di ogni tipo. E’ normale. Sono stato fortunato di poter lavorare e studiare. Di incontrare un maestro come Vito Maria Brunetti capace di valorizzare la mia voce». Un insegnante di valore, tanto che Pavarotti, in vacanza a Merano, gli chiede di ascoltare alcuni suoi allievi. E Pirgu si ritrova a cantare davanti al suo idolo di bambino. Un miracolo che si ripete. «Dopo qualche giorno mi chiama al telefono, mi invita a raggiungerlo, mi propone di studiare con lui. Con Luciano ho vissuto i momenti migliori della mia vita, mi ha insegnato i segreti del mestiere, siamo diventati amici. Devi volare alto, mi diceva, ma non essere mai presuntuoso. Era semplice e intelligente. Un re umile. E goloso. Le sole volte che l’ho visto arrabbiato era se i cappelletti erano scotti. Se non si mangia bene non si canta bene, ripeteva. Quando seppe dell’audizione da Abbado mi disse: “Stai entrando dalla porta principale, attento a non uscire dalla finestra”».

Nessun pericolo. Pirgu sa sognare ma i piedi sono ben a terra. «Abbado è stato splendido con me. La sola difficoltà è che voleva gli dessi del tu, lo chiamassi Claudio. Se mi scappava “maestro”, lui ribatteva ironico “eccellenza”». E dopo Abbado è arrivato Muti. «Con lui ho cantato il Requiem di Verdi a Salisburgo, e a febbraio sarò a Chicago per il Requiem di Mozart. Sono ateo, ma quando arrivo all’Agnus Dei mi commuovo come un credente. Se Dio esiste, esiste nella musica».

Sabato aprirà da protagonista la stagione del Regio di Parma con il Ballo in maschera di Verdi, direttore Sebastiano Rolli, allestimento di Marina Bianchi con le magnifiche scene di carta del 1913 di Giuseppe Carmignani. «Un’opera di amore e amore, sono felice di riprendere il ruolo di Riccardo, già cantato a Tel Aviv con Zubin Mehta». Stavolta però nella patria di Verdi. «Respirare quell’aria, essere in quel teatro magnifico, è qualcosa di speciale». Il sogno continua. «In Italia ho trovato amicizia e accoglienza, aiutare gli altri è nella vostra natura». Anche oggi? «Sono vissuto per molti anni da extracomunitario senza mai avvertire razzismo. Non ci credo nemmeno ora. Gli italiani non lascerebbero mai nessuno in mare».

11 gennaio 2019 (modifica il 11 gennaio 2019 | 19:58)

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