Quel ritorno a casa dell’eroe che ha il sapore del congedo


Come dice Enrico Frattaroli allestendo Agamemnon di Ghiannis Ritsos la mente dell’attuale Agamennone non attinge a grandi gesta. Allo stesso modo, la mente dell’osservatore di professione con il tempo dismette, posto ne avesse, le grandi idee. Nessun tipo di trascendenza, solo gli oggetti, uno per volta confrontato ad un altro analogo, ad una serie di altri di simile natura — in un senso lineare, mai in elevazione, spingendo verso l’alto il proprio punto di vista. La stessa idea di fedelt (o di necessaria infedelt) al testo da cui discenda lo spettacolo (l’oggetto in questione) da valutare caso per caso.

Un conto se ci che stai vedendo un Cechov, un conto se stai ascoltando il poemetto Agamemnon del poeta greco Ritsos che in Italia il solo Nicola Crocetti difende, traducendo e pubblicando. Questa stanchezza il mio spazio adesso, sono io; e poco dopo: Come abbiamo lasciato svanire le nostre ore, nello sforzo vano/di assicurarci un posto nella considerazione degli altri; e infine: Certe volte credo/che tutto sia avvenuto solo perch un giorno io lo ricordi/o meglio, forse, perch io ne scopra l’immortale vanit. A parlare in questo modo dimesso, disilluso fino all’estremo, non certo un eroe. Agamennone entra in casa, dopo anni di guerra e di vittorie, e alla silente moglie Clitennestra cos parla.

Tra il 1966 e il 1970, quando Ritsos scrisse il poemetto, l’intenzione era chiara: l’antica statura, quell’altezza, non aveva pi senso. L’eroe (classico) non un eroe, non pu pi esserlo. Il ritorno a casa equivale a un congedo. Agamennone ora non vuole altro che un bagno caldo. I colloqui tra marito e moglie, o meglio il monologo del marito, si svolge in una cuspide di libri gualciti disposti su leggii schierati in due file divergenti dal proscenio al fondo: due linee aperte sul vuoto della maschera di morte di Agamennone. Su quella forma oscura si accendono in lampi i ricordi del guerriero.

Le musiche di Gyrgy Ligeti e di Eleni Karaindrou ne costituiscono il lacerante ambiente sonoro. Per precisione dei dettagli, per intensit dell’evocazione, per offerta di passione siamo ai limiti del capolavoro. Eppure (eccomi di fronte all’oggetto in s) il capolavoro viene per un soffio mancato. Mariateresa Pascale si muove distaccata dalle parole del marito (sta mettendo a punto il suo piano di morte). Franco Mazzi ha in mano un microfono. Le sue vesti casalinghe, eppur sempre regali, sono abbaglianti. Il microfono, ovvero la voce, lo troppo.

Compagno d’arte da anni immemorabili di uno dei maggiori registi italiani in attivit (non per nulla da tutti escluso, in scena al Florian di Pescara e all’Off Off di Roma) continua a scandire la sua intima sonorit senza mai abbassarla — fino a farla leziosa. Essa alta risuona, quasi si scolpisce nello spazio, a volte si rende comprensibile solo a lui, come fosse voce interiore che va esplodendo. ancora la voce di un eroe — infedele a Ritsos nei giorni in cui pi avrebbe dovuto essergli vicina.

13 marzo 2019 (modifica il 13 marzo 2019 | 20:28)

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