Napoleone tra mito e realtà Ecco perché è ancora attuale


Nei Mémoires d’outre-tombe(1848) Chateaubriand prendeva atto amaramente del trionfo della leggenda napoleonica: «Il mondo appartiene a Bonaparte; (…) da vivo ha mancato il mondo, da morto lo possiede. (…) Dopo aver subito il dispotismo della sua persona, ci tocca subire il dispotismo della sua memoria». Al di là dello straordinario fascino del mito, che faceva scrivere a Victor Hugo: «Tu domini la nostra età, angelo o demonio che importa?», colpisce la capacità dell’esperienza napoleonica di riproporsi puntualmente, al succedersi delle generazioni, come una fonte di riflessioni e di suggestioni vive e attuali. Lo conferma, nella prefazione del suo bel libro in edicola oggi con il «Corriere», Luigi Mascilli Migliorini, allorché osserva che le domande che ispirano la sua ricerca, pur essendo in fondo le stesse che quell’età e il suo protagonista già fecero a se stessi, risultano nuove proprio perché corrispondono ai problemi, alle aspirazioni, alla sensibilità del tempo presente. Ci si può chiedere allora perché continuare oggi a interrogare quel mondo lontano: quali spunti di riflessione, se non proprio quali risposte, esso può proporci rispetto alla realtà in cui viviamo?

In un momento storico caratterizzato da una profonda crisi della democrazia rappresentativa, la considerazione della politica napoleonica, grazie alla lucida analisi di Mascilli Migliorini, può rappresentare un utile punto di riferimento per un dibattito politico nel quale non manca qualche richiamo, per lo più improprio e approssimativo, al bonapartismo, ma che appare appiattito su un uso indiscriminato e confuso del concetto di populismo. Naturalmente non si devono cercare nel regime napoleonico una organicità e una coerenza che non poteva avere: nato dalla rivoluzione e dalle vittorie militari, esso fu condannato ad inseguire una normalità che la sua stessa natura gli precludeva. Napoleone, uomo d’azione, fondava le proprie scelte sulla lezione dei fatti e solo successivamente amava evocare precedenti storici (Cesare, Carlo Magno) o aspetti del pensiero politico che potessero giustificarle o legittimarle. La categoria del cesarismo-bonapartismo fu il frutto di un’elaborazione a posteriori, che sistemò in un modello teorico le principali linee della sua politica.

Tema centrale del bonapartismo è il superamento della democrazia rappresentativa, la principale conquista politica della rivoluzione, e la sua sostituzione con una investitura dal basso attraverso il plebiscito. Quest’ultimo assume la tipica forma del pronunciamento popolare su un uomo che si pone di fatto come incarnazione degli interessi e delle aspirazioni della nazione. Il regime bonapartista si distingue perciò dagli altri regimi autoritari perché fonda la propria legittimità sul trasferimento di sovranità realizzato attraverso il plebiscito. Di qui l’intrinseca ambiguità del modello, che coniuga una matrice democratica, per altro sterilizzata e di fatto vanificata, e un potere che regola dall’alto la realtà sociale; questo giustifica le oscillazioni di un regime destinato a cercare un difficile equilibrio fra due istanze antinomiche e spiega anche le diverse configurazioni delle esperienze storiche che a quell’esempio si sono in vario modo, più o meno consapevolmente, richiamate o ricollegate. Corollari essenziali del modello sono ovviamente il fastidio per le lentezze e gli impacci delle discussioni parlamentari e la sostituzione dell’elezione popolare con la cooptazione.

In generale lo storico deve proporre con molta prudenza accostamenti fra età diverse, che riescono più suggestivi che utili sul piano della comprensione. Tuttavia appare evidente l’assonanza fra molti aspetti del dibattito politico contemporaneo e alcuni motivi centrali del bonapartismo, un tema sul quale utili riflessioni ha svolto, fra gli altri, Alessandro Campi nel libro L’ombra lunga di Napoleone. Da Mussolini a Berlusconi(Marsilio, 2007).

Basterà citare la tendenza a concepire l’elezione come una delega di sovranità che deve prevalere su ogni altra istituzione o corpo intermedio (magistratura o organi di garanzia), l’idea di un’assoluta preminenza del potere esecutivo in quanto legittimato dalla volontà popolare, la sistematica manipolazione dell’opinione pubblica, l’instaurazione di un rapporto diretto fra il leader e le masse. Di fronte a questi orientamenti, che riconducono al clima cupo dell’Europa fra le due guerre mondiali, vale la pena di ricordare le parole con le quali Adolphe Thiers, che pure aveva ammirato Napoleone come uomo «grande e fatale», volle chiudere la sua Histoire du Consulat et de l’Empire(1845-1862): «Come cittadini traiamo dalla sua vita un’ultima e memorabile lezione, ed è che, per quanto grande, sensato, vasto sia il genio di un uomo, non si deve mai affidargli completamente il destino di un Paese».

Lo storico francese esprimeva così una trasparente presa di distanza dal Secondo Impero di Napoleone III, ma lanciava al contempo un monito del quale è difficile non cogliere, ancora oggi, la stringente attualità.

2 gennaio 2019 (modifica il 2 gennaio 2019 | 21:49)

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