Museo Egizio di Torino, intervista al direttore Christian Greco


Certo, i numeri contano. E molto. Soprattutto quando si tratta di numeri importanti e quell’848.923, tanti quanti sono stati i visitatori che nel 2018 hanno attraversato le stanze del Museo Egizio di Torino, appare senz’altro un gran bel numero. D’altra parte si tratta pur sempre del più antico museo del mondo dedicato interamente alla cultura egizia (è stato fondato nel 1824 dal re Carlo Felice di Savoia) e del più importante al mondo dopo quello del Cairo. Con i suoi circa 40 mila reperti, di cui la gran parte proviene dall’acquisto della collezione di Bernardino Drovetti nel 1824 e dagli scavi condotti da Ernesto Schiaparelli in Egitto dal 1903 al 1920. Eppure Christian Greco, il giovane (classe 1975) direttore dell’Egizio non ama proprio parlare di numeri…
«Vorrei che non si parlasse più di cifre o percentuali e non perché quelle dell’Egizio siano da nascondere, piuttosto perché vorrei che si parlasse della qualità scientifica del museo, della ricerche che stiamo conducendo, delle collaborazioni, attive e non soltanto “a parole”, che abbiamo in corso con le più grandi istituzioni mondiali. Le sembra brutto?».

E a proposito di direttori stranieri o italiani?
«Il patrimonio artistico e culturale appartiene all’umanità. Direttori compresi»

E di prestiti?
«In linea di massima non sono contrario. A certe condizioni: che si spostino solo i pezzi che possano viaggiare senza danni, che il progetto o la mostra in cui verranno inseriti abbia un valore scientifico reale. Altrimenti devono restare a casa»

Cosa conta allora davvero per fare un buon museo…
«Una rivista internazionale di egittologia come quella che abbiamo creato, scritta in italiano, inglese, francese, tedesco e con i sommari in arabo. Oppure vorrei che ci si ricordasse della nostra Costituzione per pensare, o qualche volta ripensare, i nostri musei».

Christian Greco è nato a Arzignano, Vicenza, nel 1975. Dal 2014 è  direttore del Museo delle antichità egizie di Torino
Christian Greco è nato a Arzignano, Vicenza, nel 1975. Dal 2014 è direttore del Museo delle antichità egizie di Torino

Pensa a un articolo in particolare?
«All’articolo 9, quello che recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. In quell’articolo c’è l’idea di una società e di un museo in continua evoluzione, che sanno guardare al proprio passato, sanno approfondirlo, sanno viverlo e farlo vivere quotidianamente. La ricerca e gli scavi sono fondamentali, ma altrettanto importante è far conoscere i risultati di quelle ricerche e di quegli scavi, altrimenti restano qualcosa per pochi eletti, qualcosa che non serve quasi a nessuno».

Parlare di archeologia, di Egitto e più in generale di storia, oggi non sembra però particolarmente facile…
«Non lo è. E dobbiamo anche tenere conto di un pubblico che ci sta sfuggendo e dobbiamo assolutamente intercettare: è quello dei 40-50 enni. A loro dobbiamo guardare in modo particolare, cercando di stimolarli, di creare nuovo interesse. Mostrare con la tecnologia quello che c’è davvero in una mummia di gatto o di coccodrillo, come accade nella mostra Archeologia invisibile che abbiamo appena inaugurato, può essere utilissimo. Come è altrettanto fondamentale far conoscere il più possibile quello che scopriamo durante le campagne di scavo, altrimenti quelle scoperte sono destinate a restare lettera morta».

Non bisogna, dunque, nascondersi, magari dietro quel certo understatement molto torinese…
«I torinesi amano tantissimo questo loro museo, lo seguono, anche se poi mi dicono: “L’ultima volta ci sono stato vent’anni fa”. In questo sono una persona e un direttore molto fortunato. Ma credo che l’Egizio debba essere prima di tutto un museo universale, un patrimonio di tutti. E non vorrei che mi capitasse più — come l’anno scorso, durante una conferenza allo Smithsonian di Washington — che una signora molto appassionata mi abbia apostrofato definendo l’Egizio “the best hidden treasure in the world”, il tesoro meglio nascosto del mondo. Il bene e il bello devono essere fatti conoscere».

Solo attraverso le collezioni dei musei?
«No. Dovremmo insegnare ai bambini, ai ragazzi, agli studenti e poi anche ai grandi a oltrepassare i tradizionali confini di un museo e di una collezione. Per scoprire, anche solo camminando per strada, che le città sono enormi palinsesti, un universo di segni e di stratificazioni, dove possiamo leggere la nostra storia magari affidandoci di più alla tecnologia».

La mostra che «Archeologia invisibile» (aperta dal 13 marzo al 6 gennaio) racconta di un museo sempre più virtuale…
«Vero, ma solo in parte: l’Egizio resta un museo principalmente analogico, basato su una collezione di veri oggetti. La tecnologia ci può però aiutare a rendere quella collezione sempre più vicina alla nostra quotidianità, ad avvicinare la collezione alla società. I musei devono essere vissuti e fatti conoscere: non è un caso che i tesori dell’Egizio siano ora al National Geographic Museum di Washington per la mostra Queens of Egypt».

Il suo primo ricordo dell’Egizio?
«Ero solo un adolescente ma ho ancora nitido davanti agli occhi il Sarcofago di Butehamon, con i suoi colori incredibili, con quelle decorazioni fittissime e con quella architettura fantastica. Un’emozione che si rinnova ogni volta che lo rivedo».

Quando Christian Greco ha deciso di diventare archeologo?
«Ancora prima, avrò avuto dodici anni. Durante un viaggio con la mia famiglia in Egitto, guardando il tempio di Abu Simbel e cercando di immaginarmi quando il raggio di sole avrebbe colpito la statua del Faraone. Tutto è cominciato così. Una passione, la mia, che è anche senso di appartenenza e che ogni volta che arrivo al Cairo, mi fa dire: eccomi a casa».

12 marzo 2019 (modifica il 12 marzo 2019 | 21:14)

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