Morandi, il lungo viaggio: «Show in teatro per raccontare la mia vita»


La data non è casuale. Il 16 aprile 1962 Gianni Morandi entrava negli studi della Rca di Roma per incidere «Andavo a 100 all’ora», il suo primo 45 giri. Stessa data, 57 anni dopo, l’annuncio di «Stasera gioco in casa – Una vita di canzoni», sedici concerti, debutto il 1° novembre, al Teatro Duse di Bologna. Una residency come quella di Springsteen a Broadway (o De Gregori alla Garbatella). «Fatte le debite proporzioni mi sono ispirato allo spettacolo del Boss. Anche io racconterò un viaggio e gli incontri che ho fatto, alternando monologhi e canzoni. Saranno concerti acustici. In teatro si crea una relazione profonda con il pubblico. Mi piacerebbe anche presentare un brano inedito».

La prima tappa del viaggio?

«Sono di Monghidoro. Il mio primo viaggio fu prendere la corriera per andare a studiare musica a Bologna con la maestra Scaglioni».

Torniamo a «Andavo a 100 all’ora». Auto veloci e donne, senza droga come i trapper di oggi…

«Ogni generazione ha la sua musica e come i 50enni di allora dicevano “ma come canta questo?”, quelli di oggi lo dicono di Salmo, uno dei preferiti di mia moglie».

Anche suo figlio piccolo fa il rapper, Tredici Pietro. Un featuring in arrivo?

«Lui non ne vuole sapere di me. Non vuole nemmeno che lo citi sui social».

Torniamo al debutto. Che ricorda?

«La Rca cercava nuovi artisti e ogni giovedì faceva dei provini. Ci andai, ma per mesi nessuno si fece sentire. Mi chiamò Migliacci che aveva questa canzone scritta da un minatore emigrato in Belgio. Oltre a quella registrammo anche un inedito di Sergio Endrigo che non è mai uscito, troppo serio per un ragazzino come me. Gli arrangiamenti erano di Ennio Morricone. Aveva 34 anni, mi sembrava vecchio e mi accolse con un “’A regazzi’ vedi de canta’ bene”. Un grande che mi ha accompagnato per mano fino a “C’era un ragazzo”».

«Non proprio. Venni travolto dal successo di Rita Pavone e “La partita di pallone”. Le attenzioni della casa discografica si spostarono su di lei. Pubblicai altri brani tra cui “Fatti mandare dalla mamma…” ma dovetti attendere “In ginocchio da te”: un milione 700 mila copie, i musicarelli… Allora ti davano più di una possibilità, ti facevano crescere aggiustando il tiro. Quelle miei prime canzoni sono diventate classici perché non le ho mai abbandonate».

Negli anni 70 Morandi finì in soffitta…

«Arrivarono i cantautori e il rock anglo-americano. Cambiava anche la società, gli attentati e le Br. Io che rappresentavo la canzone d’amore non andavo più bene. E ripensai a mio padre che mi diceva che sarebbe finita presto. Mi iscrissi al Conservatorio di Roma. Poi il treno è passato un’altra volta».

«Quella di Mogol. Mi chiamò per mettere su la Nazionale cantanti. Solo dopo un anno mi disse “ma non canti più?”. “A volte con gli amici”, risposi. E da quella frase nacque “Canzoni stonate”».

Come è cambiata l’Italia in parallelo alla sua carriera?

«Sono passato attraverso tanti papi, da Andreotti a Salvini ne ho viste tante… Ricordo che a Monghidoro ognuno veniva etichettato in base alla sua appartenenza politica. Oggi, fortunatamente e non, è tutto più fluido. L’Italia di oggi è meno rosea di quella della ricostruzione, si sorride meno».

Un giudizio al Morandi cantante?

«Uno che con la buona volontà ha imparato a fare questo mestiere. Ci sono artisti che hanno fatto la storia, Modugno, Battisti, Dalla, De André. Io non faccio parte di quella schiera e un po’ mi spiace, c’è differenza tra chi fa la storia e chi la percorre».

Un giudizio al conduttore/attore?

«Meglio come cantante».

Morandi l’eterno ragazzo: ha paura di invecchiare?

«Una ricerca ha detto che si diventa anziani a 75 anni. Ho ancora qualche mese».

Tornerebbe a Sanremo? Mina pare sia disponibile a fare il direttore artistico…

«Saremmo una bellissima coppia, tornerei anche in gara».

16 aprile 2019 (modifica il 16 aprile 2019 | 20:55)

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