Maurizio Pollini: sento la fatica dei 77 anni ma al piano i dolori passano


La scultura di Melotti, lievi intrecci di fili d’acciaio, ha il posto d’onore in ingresso. Maurizio Pollini la accarezza con lo sguardo. «Fausto era mio zio — spiega —. Le sue opere, per rigore e eleganza, mi ricordano una partitura». Appena rientrato da un concerto a Madrid, il grande pianista (domani alle 18.30 in Sala Buzzati al Corriere per un incontro di ViviMilano) si gode una breve sosta milanese. Il 18 è atteso alla Scala e poi Parigi, Ginevra, Londra, New York, Chicago…

Ha appena compiuto 77 anni. Come riesce a mantenere ritmi così pressanti?
«Una certa fatica la sento anch’io — ammette sorridendo —. I pianisti invecchiano come tutti, ma dalla nostra abbiamo un antidoto eccellente, la musica. Suonare ogni giorno per ore e ore è meglio che andare in palestra: tiene desto il cervello, agili le mani. Alla tastiera i dolori passano, si dimenticano gli anni, i malumori. Soli con la musica, dentro la musica, il tempo si ferma. A volte persino va indietro, si torna ragazzi».

Un’impressione che dà anche una sua vecchia amica, Martha Argerich.
«Di recente Martha ha addirittura intensificato la sua attività concertistica… Ci siamo conosciuti nel ‘57 al concorso di Ginevra. Io avevo 15 anni, lei 16. Era molto carina».

Le ha mai fatto la corte?
«No. Però era molto carina…».

Tre anni dopo a Varsavia, lei vincerà il Concorso Chopin. Da allora Chopin è sempre stato a suo fianco.
«Considerato che lo studiavo da tempo, direi che stiamo insieme da 70 anni. E lo amo sempre di più. Un compagno di vita e di musica, un compositore naturalmente seducente, estremamente profondo. Ho sempre tenuto a mente una sua frase: “Non c’è niente di più odioso di una musica che non celi un pensiero latente”. Se la sua ha conquistato ogni generazione è proprio per quell’elemento misterioso che l’attraversa».

A Chopin è anche dedicato il suo nuovo album (Deutsche Grammophone): i Notturni op.55, le Mazurke op.56, la Berceuse op.57, la Sonata op.58.
«Tutti composti tra il 1843 e 1844, Chopin già molto malato, il suo rapporto con George Sand in crisi. Anno doloroso, ma con momenti di straordinaria dolcezza che si ritrovano per esempio nella Berceuse. La eseguirò anche nel recital alla Scala con altri brani chopiniani. Nella seconda parte invece Debussy, i Préludes del primo libro».

E alla Scala, dove lei debuttò a 16 anni, tornerà a maggio, stavolta con Zubin Metha.
«Anche lui fa parte della mia storia. Zubin, Martha, Daniel Barenboim, Claudio Abbado… Una generazione interessante. Amici tutti e per sempre».

Abbado se ne è andato 5 anni fa.
«Mi viene in mente una sera a Filadelfia a fine anni ‘60, lui sul podio della Sesta di Mahler. Tutto così meraviglioso. E poi le grandi opere che Claudio ha diretto come nessun altro, Boris, Pelleas, Simone… Mi manca moltissimo».

A giugno l’aspetta un altro grande maestro, Muti…
«Mi ha invitato al suo festival di Ravenna. Con due concerti mozartiani, il K449 e il K466».

Come vede lo stato della musica in Italia oggi?
«E’ grave che la nostra musica del dopoguerra si faccia poco o niente. Grandi compositori come Nono, Bussotti, Donatoni, Maderna, dimenticati. Quest’estate a Lucerna e a Salisburgo riproporrò…sofferte onde serene… Nono lo dedicò a me e a mia moglie Marlisa».

Con Nono e Abbado avete condiviso l’idea di una musica come impegno civile
«Si andava a fare concerti nelle fabbriche, nelle scuole. Complici organizzatori teatrali illuminati come Paolo Grassi. Altri tempi, altri uomini».

Alcune sue dichiarazioni contro la guerra in Vietnam e contro Berlusconi hanno fatto epoca.
«Vorrei aggiungerne un’altra. Anzi due. Sono fortemente europeista. E fortemente contrario a questo governo. Mai avrei immaginato che saremmo arrivati a questi punti… Per fortuna c’è la musica. Che compensa le delusioni politiche, apre le porte che altri tentano di chiudere».

12 febbraio 2019 (modifica il 12 febbraio 2019 | 19:38)

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