Le perversioni di Haneke: «Ma non chiamatemi il regista del Male»


Michael Haneke: il suo cinema, la sua vita. «Non ho niente da nascondere» è l’autoritratto, nonché il titolo di un film, del grande regista austriaco, 77 anni, un Oscar, due volte Palma d’oro al Festival di Cannes per «Il nastro bianco» e «Amour». Il libro-intervista, in un’edizione aggiornata a cura di Michel Cieutat e Philippe Rouyer (ilSaggiatore), offre una delle rare occasioni per parlare con un autore che sembra un filosofo, che scava nel pozzo di domande esistenziali anche con storie estreme, implacabili come le perversioni sadomasochistiche di Isabelle Huppert in «La pianista». Ha fama di essere scontroso, severo, ieratico. «Sono figlio del mio tempo, ho vissuto il clima del senso di colpa che ha segnato la cultura tedesca negli ultimi 70 anni».
Lei e i film italiani.
«Da studente correvo a vederli. Ho amato “C’era una volta il West” di Sergio Leone anche se non è il genere che prediligo. Il film che mi ha segnato di più, e che ho voluto vedere una sola volta, è “Salò” di Pasolini. C’è un modo di dire: esiste il cinema prima e dopo “Salò”, un film difficilmente sopportabile, nella sua audacia è andato molto più lontano di tutti gli altri. L’hanno paragonato al mio “Funny Games” perché le rappresentazioni della violenza sono al centro delle mie storie. Non spetta a me fare paragoni».
In molti però la considerano il Bergman del nostro tempo.
«Non mi verrebbe mai in mente e ovviamente mi sento onorato, la mia gioventù è stata segnata dal suo cinema e i temi che trattiamo sono in parte simili».
Alcuni la accusano di essere un moralista, altri la rimproverano di trattare male i bambini nei film.
«La prima è un’accusa che mi annoia profondamente, un vecchio stereotipo per chi non lavora nell’impero del divertimento. I bambini… La gerarchia della violenza è discendente: in alto gli uomini, poi le donne, i bambini, gli animali. Quelli in alto calpestano chi sta sotto. Le maggiori vittime sono i più deboli. Può succedere che un bambino prenda uno schiaffo nei miei film, ma nessuno di loro ha subito danni».
Talvolta con i suoi attori ha avuto qualche problema.
«Di rado, ma è successo. Con Tim Roth non c’è stata una grande intesa perché non voleva che gli spiegassi le cose, Naomi Watts era a disagio con la mia meticolosità e disse che non era un burattino. Ma Isabelle Huppert è la migliore attrice che conosca, Annie Girardot aveva i primi segni dell’Alzheimer e aggirammo il problema con la memoria dotandola di un auricolare invisibile, una volta scoppiò a piangere perché si rese conto che non riuscivamo ad avere un certo sguardo, e usammo le lacrime vere. Jean-Louis Trintignant mi affascina perché sembra che nasconda un segreto, ha qualcosa di indecifrabile, oggi il suo bel volto è quello di un uomo che ha vissuto».
Tornando al cinema italiano, lei dice che oggi non ha più molto da dire.
«Negli Stati Uniti, in Francia e ancora peggio in Italia, a parte alcuni registi, non è rimasto nulla. Oggi il film d’autore è un fenomeno marginale, schiacciato com’è dal mainstream americano che mente fingendo che tutto vada a meraviglia, e non ha più molto da dire in base a numeri e percentuali. Vedo film del Terzo mondo che mi raccontano qualcosa di nuovo, che hanno forza perché la gente deve lottare davvero per un obiettivo. Un film africano è molto più interessante di un film europeo».
È vero che farà la sua prima serie televisiva?
«Non è ancora sicuro al cento per cento, sono in trattativa per una coproduzione internazionale. In Germania diciamo di non vendere mai la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Il cinema, come luogo della visione collettiva di un film, sta più o meno morendo».
In «Happy End» lei ha affrontato il problema principale dell’Europa.
«Sì, ma non è un film sull’immigrazione ma con l’immigrazione. Si tratta di una vera e propria bomba a orologeria. Nessuno ha una soluzione. Di sicuro non è quella di fare annegare le persone nel mare. Capisco l’Italia, che è stata abbandonata su questo problema. È un tema che mi tocca, e che ricorre in almeno metà dei miei progetti».
In «Il Nastro bianco», storia di casi misteriosi nella Germania pre-nazista, irrompe l’ambiguità del male.
«È stata una formula appiccicata dall’esterno, ho letto tante di quelle recensioni e tesi di dottorato sui miei film… Se un’idea diventa ideologia, le conseguenze sono potenzialmente mortali, di questo parla quel film. Non mi interessa l’etichetta del male».
Che cosa le disse Nanni Moretti dopo la premiazione a Cannes?
«Assolutamente nulla, a parte congratulazioni. È un signore piuttosto severo e un po’ distante. All’epoca, quando era membro di giuria, era molto contrario a “Funny Games”; da presidente in seguito (un incarico delicato, non si può parlare a lungo con i singoli registi) fu invece a favore di “Amour”».





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