La star del calcio e il professore: tema che fa audience (ma in tv)


Passerà da qui la rinascita del cinema italiano? Da questi film-concept, costruiti su un’idea ma non su uno sguardo, su un tema ma non su uno stile? La risposta è implicita — penso proprio di no — eppure ogni volta che mi siedo in sala l’ottimismo riaccende una fiammella: spes ultima dea e anch’io ho voglia di immaginare che quella stanchezza, quella paura di rischiare e di mettersi in gioco che imprigionano le produzioni di casa nostra svaniscano di fronte a un’idea originale, a una prova di coraggio, a un improvviso colpo di reni. E invece…

Alla fine, però, non ho neppure la forza di prendermela con qualcuno. Forse solo con me stesso, perché continuo a dare fiducia a un cinema senza spina dorsale, premasticato e predigerito, che finisce solo per rovinarmi gli occhi e spingermi ad abbassare sempre di più l’asticella del pensiero critico. In fondo fai fatica anche a imbastire una stroncatura vera e propria: con chi prendermela? Col regista esordiente? Con due attori che sicuramente hanno fatto quello che è stato loro chiesto? Con una sceneggiatrice che ha dovuto fare i conti con un canovaccio piatto e scontato? Con chi produce? Con chi finanzia? Con chi distribuisce? Immagino che ognuno abbia le sue giustificazioni e così alla fine l’unico fuori luogo resto io, che non voglio accontentarmi…

Epperò, anche se il rischio è quella di essere vox clamantis in deserto, qualche riflessione è giusto farla. Vedi mai che qualcuno abbia voglia di leggerle… Cominciando proprio dal tentativo di trasformare i film in trattatelli finto-sociologici, mettendo sempre davanti a tutto il «messaggio» o l’«idea». Qui è quella del romanzo di formazione declinato nel mondo del calcio, con un protagonista che fa il verso a Cristiano Ronaldo (nel giardino della sua villa troneggia un «CF 24». Si chiama Christian Ferro e gioca col numero 24) e rimanda a tutti quei campioni che vivono sopra le righe: sfasciano le automobili (come Balotelli?), frequentano cattive compagnie (come Cassano?), passano le sere in discoteca (come tanti), hanno agenti che pensano ai contratti e non agli esami (come Donnarumma?). Il problema è che questi spunti non diventano mai elementi narrativi, ma solo specchietti per uno spettatore di bocca buona, cui si chiede di fermarsi alla superficie delle cose. Di accontentarsi del titolo (giovane di periferia ricco e fragile) senza pretendere approfondimenti.

Per spiegare meglio il concetto, gli si mette di fianco il suo opposto, così da creare un qualche tipo di cortocircuito: se il giovane talento viziato e indisciplinato vuole tornare a giocare, deve mettersi a studiare e superare la maturità, sentenzia il presidente. Ed ecco allora che spunta il professore stropicciato e segnato dalla vita ma umano e comprensivo che cercherà di riportare il giovane ribelle sulla giusta strada. Qualcuno dubita su come finirà? Difficile allora chiedere a Andrea Carpenzano (il talento ventenne) e a Stefano Accorsi (il professore quarantenne) di rendere vivi due stereotipi così ingessati. Per non parlare dell’amica d’infanzia (Ludovica Martino), capace di resistere alle lusinghe dei soldi e dal cuore evidentemente d’oro.

Un abbondante schieramento di giornalisti sportivi televisivi (quelli che il pubblico riconosce facilmente, mica quelli che scrivono e magari hanno volti sconosciuti) che commentano le intemperanze del protagonista, un paio di drammi nascosti — uno per il giocatore, uno per il professore — una sceneggiatura che non risparmia neppure un po’ di acidità sulla nouvelle cuisine (l’unica idea, è la storia sotto forma di schemi sportivi. Ma con la matematica come la mettiamo visto che la maturità la deve fare in un liceo scientifico?) e lo spettatore può accomodarsi davanti a uno di quei «temi con dibattito» che fanno audience. In televisione, però. E al cinema? Perché il problema è proprio questo, quello di un cinema che voglia essere all’altezza delle sue ambizioni. Che chieda allo spettatore un po’ più di coraggio nel confrontarsi con una trama meno scontata, meno prevedibile. Non dico «Will Hunting – Genio ribelle», sarebbe bastato riguardarsi «Scialla!» E invece…

14 aprile 2019 (modifica il 14 aprile 2019 | 21:17)

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