La Corea secondo Shin Kyung-sook «Le donne non sono più periferia»


«Penso che ci sia sempre una forma di estraneità fra un individuo e la società nella quale vive. E con così tanti modi di condurre la propria esistenza, oggi, non possiamo definire un unico modello da seguire. Tuttavia perso che ci siano dei motivi dietro a tutto ciò che gli esseri umani hanno conservato a lungo, fino ai nostri giorni. Accettare nuovi valori, nuove abitudini è importante, certo, tuttavia è importante anche un senso di equilibrio che ci induca a prenderci cura di ciò che ci è stato tramandato», dice a «la Lettura» Shin Kyung-sook. Che, da scrittrice, ha attraversato con passione le turbolenze della sua Corea del Sud negli anni Ottanta, il passaggio dalla dittatura (di destra) alla democrazia, riversando quegli umori in romanzi che sono stati tradotti anche in Italia (Prenditi cura di lei, Neri Pozza, 2011, e Io ci sarò, Sellerio, 2014) .

La Corea secondo Shin Kyung-sook«Le donne non sono più periferia»

Nel 2007, tuttavia, Shin aveva imbastito una storia ambientata alla fine dell’Ottocento, al tramonto della dinastia Joseon, costruendo sui pochi dettagli storici relativi a una danzatrice di corte andata in sposa a un diplomatico francese il ritratto di una donna coraggiosa, capace di affrontare un viaggio in Occidente al seguito dell’uomo che l’aveva voluta (a dispetto degli usi e dell’etichetta). La danzatrice di Seul arriva ora in Italia, pubblicato da Piemme, nella traduzione di Velia Februari (purtroppo non dall’originale in lingua coreana ma dalla versione inglese di Anton Hur) e, come spiega l’autrice nell’intervista pubblicata sul numero 385 de «la Lettura» in edicola, l’ambientazione storica è uno strumento per parlare dei nostri tempi. Shin però non si sottrae a riflessioni sul suo Paese, protagonista di una modernità vertiginosa e al contempo bisognoso di consolidare un’identità culturale nettamente distinta rispetto a quella dei potenti vicini, la Cina e il Giappone.

Che spazio hanno oggi le donne nel suo Paese, dove ancora forte è l’eredità del patriarcato confuciano? Trovano il ruolo che meritano in una società che tradizionalmente le ha volute sottomesse all’uomo?
«Dopo gli anni Ottanta lo status sociale delle donne in Corea del Sud è migliorato parecchio. Questo significa che prima la loro posizione era più arretrata di quello che sarebbe spettato loro. È stato necessario un cambiamento sostanziale. Ora le voci delle donne non sono più limitate alla periferia delle società. E senza ascoltare quelle voci non possiamo davvero progredire in nulla. O almeno progredire bene. Considero cruciale questo processo e, con il tempo, diventerà ancora più marcato».

Ma anche i valori famigliari cambiano?
«Sembra che viviamo in un mondo dov i valori familiari basati sui legami di sangue stiano perdendo il loro significato. Devono essere considerate come appartenenti all’ambito della famiglia non solo le relazioni tra genitori e figli e tra coniugi regolarmente sposati, ma anche quelle tra coloro che condividono gli stessi spazi… La definizione di famiglia cambierà. I valori familiari evolveranno. Avremo relazioni nuove eppure molto strette sul piano emotivo».

Cambiamo completamente scenario. Che cosa pensa della situazione nella Penisola coreana? Ha fiducia nelle mosse diplomatiche del presidente sudcoreano Moon Jae-in, del presidente americano Donald Trump e del leader nordcoreano Kim Jong-un?
«La relazioni fra Nord e Sud Corea sono state interpretate politicamente e usate in modi diversi in occasioni diverse per obiettivi diversi. Difficile prevedere a che cosa porteranno. I vertici tra Trump e Kim (a Singapore il 12 giugno 2018 e in Vietnam lo scorso febbraio, ndr) avevano obiettivi differenti ed è difficile immaginarne gli sviluppi. Tuttavia ne traggo motivi di speranza: meglio dell’assenza di comunicazione fra i due. Per fortuna, il presidente Moon ha sempre cercato di parlare con Kim e mi aspetto risultati positivi dal loro dialogo».

17 aprile 2019 (modifica il 17 aprile 2019 | 12:04)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




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