La carica degli under 30 «Noi tra rap e pop: svolta generazionale»


SANREMO Sanremo non è la villa Arzilla della musica italiana. Fra i concorrenti in gara in questa edizione c’è un’importante quota under 30 con Achille Lauro, Federica Carta, Livio Cori, Einar, i tre ragazzi del Volo, Irama, Mahmood e Ultimo. Per restare in zona, Briga di anni ne ha 30, Shade 31 e Nigiotti 32. Oltre un terzo dell’intero cast. Età media, 37 anni e 5 mesi; 10 in meno del edizione 2018 (i calcoli sono di Eddy «Wikipeddy» Anselmi, giornalista e anima della diretta social della Rai di quest’anno). Non è un record, nel primissimo Festival del 151 la media era di 27 anni e 10 mesi, ma è un segnale.

La suggestione della scenografia con un trampolino non è solo retorica. Potrebbe risentirne l’audience tv, ma l’anagrafe del Festival è più vicina a quella del panorama musicale del momento. Una rivoluzione che scuote la discografia da un paio d’anni e che corre su due binari paralleli: da un lato la trap, la mutazione genetica del rap; dall’altro l’indie pop, una nuova generazione fra cantautorato e pop cresciuta nel mondo delle etichette indipendenti. «Senza togliere il posto a chi ha fatto la storia, c’è un nuovo pop. La trap si è posizionata, l’indie pure, nel pop stiamo iniziando a vedere lo stesso ricambio», racconta Irama, che di anni ne ha 23. E che quest’anno si è guadagnato il secondo posto della classifica degli album più venduti del 2018. In quella chart c’erano nove artisti under 30 nei primi dieci. Unica eccezione Laura Pausini, terza.

«Avere una sola categoria, senza distinzione fra Giovani e Big, ci ha permesso di osare. Non abbiamo solo l’effetto museo, ma una mostra di quello che è corrente», spiegava il direttore artistico Claudio Baglioni. Le vecchie glorie sono rimaste tre, tutte ben oltre quota 100: Loredana Bertè e, rinfrescati da duetti, Nino D’Angelo (con Livio Cori) e Patty Pravo (con Briga). Vecchie glorie, ma senza quegli scivoloni visti in passato con artisti all’ultima spiaggia, elemosinatori di serate estive a carico delle proloco, patetici tentativi di rilanciare carriere trash. «C’è grande rispetto per le generazioni prima della nostra, sono artisti che abbiamo sempre ascoltato, ma non c’è nessun timore. Siamo qui per fare il nostro», dicono Shade e Carta.

«Ho super rispetto per tutto l’Olimpo della musica. È un onore stare sullo stesso palco di Patty Pravo, Berté, Nino D’Angelo e sono felice che mi abbia inviato Baglioni. Per me è una mostra, non una gara e c’è posto per tutti», aggiunge Achille Lauro. La generazione dei 50enni controlla, senza snobismi. «Ci sono molti cantanti bravissimi con la freschezza dei loro anni come Ultimo e Achille Lauro, scoperti grazie ai miei figli. Nelle classifiche ne vedo però anche altri che rappresentano solo il momento. », commenta Francesco Renga. «Nessun consiglio ai più giovani, anzi me li aspetto io da loro. Però, quando ero io agli esordi avrei voluto che mi consigliassero di stare concentrata», dice Paola Turci.

Understatement è la parola d’ordine per Ultimo, che il Sanremo giovani dell’anno scorso ha proiettato nei palazzetti (e allo stadio Olimpico). «I risultati contano, ma conta ancora di più la costanza. Non sono ancora consolidato. Devi diventare un compagno di vita di chi ti ascolta». Livio Cori è la Napoli in chiave rap di oggi. Nino D’Angelo quella neomelodica della tradizione. «Il dialogo fra generazioni trasmette la cultura musicale — dice Cori —. Spesso i nuovi arrivati dimenticano chi c’era prima: un errore».

4 febbraio 2019 (modifica il 4 febbraio 2019 | 21:26)

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