Ken Loach: «Il lavoro precario rovina i rapporti personali, denuncio lo sfruttamento»


«I fulmini non cadono mai nello stesso posto» risponde ironico a chi gli profetizza una terza Palma d’oro con Sorry We Missed You («Ci dispiace non averla trovata», la frase standard con cui chi consegna i pacchi lascia al destinatario assente un avviso). E in quella battuta c’è più sincerità che scaramanzia: a 83 anni (che compirà il 17 giugno), Ken Loach non ha perso la lucidità politica e la rabbia socialista ma con un braccio al collo («ho fatto a botte coi fascisti» scherza) sembra meno combattivo di un tempo. Soprattutto meno retorico. E forse per questo il suo nuovo film, ieri in concorso a Cannes, conquista e commuove, lontano dalle intemerate contro la Thatcher o i suoi epigoni e più attento al privato e ai suoi temi.

«Per documentarmi sul mio film precedente — Io, Daniel Blake — avevo frequentato molte mense per poveri e sono stati colpito dal numero crescente di persone che le frequentava. Persone che magari avevano un lavoro ma non sufficiente per sfamare la famiglia. Negli ultimi anni il precariato ha assunto un nuovo volto, quello dell’auto-sfruttamento. Per guadagnarti da vivere devi accettare tipi di lavoro che ti negano qualsiasi garanzia — malattie, ferie, riposi — e sottoporti a una continua incertezza». È la scelta che decide di fare Rocky (ci sarà qualche parallelo con l’eroe di Stallone?) quando si indebita (e vende l’auto della moglie) per comprare un furgone e accettare un lavoro come autista-fattorino per una società che consegna i pacchi delle multinazionali. Massima libertà e autonomia, gli dice il minaccioso manager, basta rispettare tempi e ordini. Il che vuol dire un orario di lavoro che inizia alle 7 e finisce alle 21, con una bottiglia di plastica per non perdere tempo quando la vescica preme.

Loach ci mostra tutto con puntigliosa precisione, senza dimenticare la concorrenza fratricida che si insatura tra i vari autisti, ma poi dedica buona parte del film a raccontarci cosa succede agli altri membri della famiglia: la moglie Abbie, che assiste vecchi non autosufficienti e non avendo più l’auto passa troppo tempo aspettando gli autobus; il figlio maggiore Seb, che non capisce le scelte dei genitori e preferisce saltare la scuola per seguire i suoi amici graffitari; e la più piccola Lisa Jane, la più fragile e quindi la più esposta alle tensioni familiari. Loach è molto lucido nell’analizzare la realtà. «La concorrenza che il sistema capitalistico ha innescato tra i più poveri per sopravvivere è intollerabile, non si può definire altrimenti. Così come le nuove generazioni sembrano confuse e pronte a perdersi, chi ribellandosi all’autorità dei genitori come Seb chi subendo e introiettando le inquietudini e le ansie dei genitori». Ma il conseguente invito all’impegno politico («dobbiamo lottare per cambiare, con il voto ma anche con lo sciopero») finisce per passare quasi in secondo piano nel film, che sembra prudentemente ottimista sulla forza della famiglia nell’assorbire e stemperare i problemi.

Forse è merito del suo sceneggiatore Paul Laverty, forse il regista Loach è meno arrabbiato del militante Loach (che ironizza su Salvini, ammette gli errori della sinistra sulla Brexit — che era diventata «un referendum tra destra moderata e destra estrema» — e stigmatizza le politiche xenofobe di Ungheria, Polonia, Usa e Brasile), fatto sta che il film sorprende e conquista proprio per il modo in cui i problemi lavorativi ed educativi finiscono per confrontarsi intorno alla tavola familiare. Sia Rocky che Abbie dovranno fare i conti con i prevedibili (e tragici) inconvenienti di lavoro, con i problemi scolastici (e non solo) di Seb, con l’ingenuità un po’ fanciullesca di Lisa Jane, eppure per una volta il regista inglese evita di trarne materia per un comizio cinematografico. Preferisce scavare nel fragile rapporto tra impiego e vita privata e offrire allo spettatore un cinema che non vuole più convincere ma solo far riflettere.

16 maggio 2019 (modifica il 16 maggio 2019 | 20:58)

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