Hitler conquistò l’Europa e molti si piegarono al suo potere


Durante la Prima guerra mondiale i Paesi aderenti all’Intesa, cio quelli che avrebbero vinto, non erano quasi mai riusciti a penetrare in territorio tedesco, austro-ungarico, bulgaro o turco, ci spiega perch gli Imperi centrali si illusero fino all’ultimo che le sorti del conflitto non fossero segnate. E anche perch tra il 1914 e il 1918, quantomeno nell’Europa occidentale, la questione del collaborazionismo con il nemico non ebbe la centralit che avrebbe avuto tra il 1939 e il 1945. Centralit che in effetti rese, per cos dire, pi complicata sia la Seconda guerra mondiale che il dopoguerra.

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Istvn Dek, Europa a processo (il Mulino, pagine 296, euro 25)

Se ne occupa adesso lo storico americano di origini ungheresi Istvn Dek con un libro esauriente e complesso, Europa a processo. Collaborazionismo, resistenza e giustizia tra guerra e dopoguerra, edito dal Mulino nella traduzione di Maria Luisa Bassi con un’introduzione di Guri Schwarz. Dek dedica idealmente il suo saggio a un giovane giornalista ungherese, Bla Stollr, fidanzato di sua sorella, un combattente liberale della resistenza che si era prodigato per mettere in salvo un buon numero di ebrei. Stollr il 24 dicembre del 1944 fu ucciso in uno scontro a fuoco dai miliziani del movimento fascista Croci frecciate, mentre tentava di occupare la sede di un giornale prima che arrivasse l’Armata Rossa (che stava per liberare Budapest) e se ne impossessasse. Tant’ che, quando l’Ungheria divenne comunista, Stollr non fu considerato un risoluto nemico del fascismo. Se fosse sopravvissuto a quel disperato tentativo di sottrarre un giornale ai liberatori comunisti, forse per quel suo gesto avrebbe avuto dei problemi. Anzi, quasi certamente avrebbe passato dei guai.

Nato in Ungheria nel 1926, De
Nato in Ungheria nel 1926, Dek lasci il suo Paese nel 1948. Ha insegnato Storia per 33 anni alla Columbia University di New York

Dopodich Dek, anch’egli non comunista, lasci il suo Paese nei giorni del 1948 in cui si instaurava il nuovo regime ed espatri in Francia, dove riprese gli studi di storia medievale: fu l che, da conversazioni ascoltate alla Sorbona, cap a poco a poco che certi individui avevano fatto di tutto durante la guerra; c’erano stati molti autentici eroi che erano poi diventati oggetto di una giustificata venerazione, ma c’era anche stato chi, di volta in volta, aveva collaborato con gli occupanti tedeschi, lottato contro i tedeschi, combattuto contro i propri connazionali e, alla fine della guerra, aiutato a punire i colpevoli, spesso con lo scopo di distogliere l’attenzione dalle proprie passate colpe personali.

Tra la fine degli anni Quaranta e la prima met dei Cinquanta, i parenti di Dek, rimasti in Ungheria, erano stati sottoposti ad angherie non minori di quelle che avevano patito nel decennio precedente. Dek avrebbe poi confidato nella rivoluzione ungherese del 1956, ma quando l’insurrezione fu stroncata dai carri armati sovietici, per mettere uno spazio pi grande tra s e la sua terra d’origine, decise di emigrare definitivamente negli Stati Uniti. Di qui, sessant’anni dopo, ha provato a far luce su quella complicata stagione in cui il suo e altri Paesi precedentemente occupati dalla Germania nazista erano stati, appunto, liberati dall’Armata Rossa.

La sua analisi prende le mosse dalle modalit delle occupazioni hitleriane e dalle iniziali reazioni dei Paesi occupati. A cominciare dall’annessione dell’Austria nel 1938: qui le truppe naziste furono salutate quasi con entusiasmo, senza che contro di loro si registrasse una qualche reazione armata. Assai simile il caso della Cecoslovacchia, dove per alcuni membri del governo filotedesco lavorarono segretamente per quello in esilio a Londra rischiando, se scoperti, di essere fucilati come avvenne al primo ministro Alois Eliš nel giugno del 1942. Quell’anno, il 1942, Londra accoglieva i governi in esilio di Polonia, Norvegia, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Francia, Grecia e Jugoslavia. Ma diversi furono i modi in cui le popolazioni di ognuno di questi Paesi si comportarono al cospetto degli occupanti tedeschi.

In Cecoslovacchia i collaborazionisti convinti ed entusiasti rappresentarono una minoranza; paradossalmente i pochi esponenti del piccolo partito fascista ceco non furono favorevoli all’occupazione tedesca n godettero di rapporti privilegiati con gli occupanti. Furono, per cos dire, pi disponibili i comunisti: fintanto che l’Unione Sovietica fu alleata con la Germania — cio fino al giugno del 1941 — il Partito comunista clandestino ceco esalt i valorosi lavoratori tedeschi in uniforme e condann gli imperialisti occidentali. Poi per, anche per effetto del passaggio dei comunisti alla Resistenza, le cose cambiarono e a Praga nel 1942 si ebbe, con il concorso degli inglesi, il pi spettacolare attentato antinazista, contro il Reichsprotektor di Boemia e Moravia, il generale delle SS Reinhard Heydrich. Attentato a cui segu una sanguinosissima rappresaglia nazista, rappresaglia che in ogni caso, sottolinea, Dek, a quel punto non incrin la collaborazione generalizzata dei cechi con gli occupanti tedeschi.

A Varsavia le cose andarono diversamente e furono differenti a seconda che l’occupazione fosse comunista o nazista. Un polacco sotto l’Urss — scrive Dek — con un po’ di furbizia poteva riuscire a farsi accettare come militante o simpatizzante comunista, mentre nel Governatorato generale hitleriano nessun tipo di collaborazione fu mai richiesta o tollerata. Non ci furono mai polacchi arruolati nelle SS o comandanti e sorveglianti polacchi nei campi di concentramento. Diversamente dal protettorato ceco, fa notare Dek, la Polonia occupata non ebbe nessun presidente, nessun governo e nessun alto funzionario polacco dopo la fuga dell’intero esecutivo prima a Parigi e poi a Londra. E, se per i polacchi la vita sotto il dominio tedesco fu dura, per i tre milioni di ebrei essa fu semplicemente una preparazione alla morte. Da notare che quando nel marzo del 1939 i nazisti entrarono a Praga, la Polonia ne approfitt per occupare una parte del territorio cecoslovacco. Sicch poi quando la stessa sorte, nel settembre 1939, tocc alla Polonia, l’ostilit ceco-polacca imped perfino qualsiasi cooperazione fra le due comunit di esiliati.

Qualcosa di analogo accadde con la Finlandia. Tra il novembre del 1939 e il marzo del 1940, quando l’Urss si mosse contro il piccolo Paese di quattro milioni di abitanti e fu tenuta in scacco in quella che viene ricordata come la guerra d’inverno, nessuno dei Paesi scandinavi accorse in aiuto (neppure sul piano diplomatico, sottolinea Dek) alla vicina Finlandia. Essenzialmente, scrive Dek, perch l’Unione Sovietica era allora alleata con la Germania nazista e nessun governo scandinavo desiderava urtare la suscettibilit di Hitler. Quanto a Norvegia, Danimarca e Olanda — che erano rimaste neutrali nel corso della Prima guerra mondiale — avevano cercato di conservare il loro status limitando fino all’incredibile le dimensioni delle loro forze armate. Sorprende, scrive l’autore, che l’Olanda, un ricco Paese di quasi nove milioni di abitanti e dotato di un immenso impero coloniale, disponesse all’epoca di ventisei autoveicoli corazzati e non di un solo carro armato per opporsi a un’eventuale invasione tedesca. L’Olanda ribad questa scelta, anche se lo stato maggiore, in base a documenti segreti in suo possesso, sapeva con certezza che, in caso di guerra con la Francia e la Gran Bretagna, l’esercito nazista avrebbe invaso i Paesi Bassi, come effettivamente fece nel maggio del 1940.

Solo l’esercito norvegese oppose agli aggressori del Terzo Reich una breve, ma valorosa resistenza. Pag questa reazione armata con un governo di un alto commissario tedesco assistito dall’autoproclamato primo ministro Vidkun Quisling. La Danimarca, invece, si arrese senza sparare un colpo, le fu concesso di continuare con la sua vecchia forma di governo, si alle con la Germania e nel marzo del 1943 pot perfino indire libere elezioni nelle quali i socialdemocratici ottennero il maggior numero di voti, mentre il locale partito nazista dovette accontentarsi del 2 per cento.

Poi fu la volta della Francia, che nel giugno del 1940 si arrese alle truppe hitleriane: all’anziano maresciallo Philippe Ptain fu consentito di creare uno Stato collaborazionista in una parte del Paese che faceva capo a Vichy. Il termine collaboration per indicare la volontaria offerta di appoggio operativo alla potenza occupante fu coniato proprio da Ptain che dopo la stretta di mano scambiata con Hitler in un incontro a Montoir-sur-le-Loir nell’ottobre del 1940, proclam: Mi avvio oggi sul cammino della collaborazione. Ovviamente non ci sarebbe stata nessuna parit tra i due Paesi: i francesi dovettero pagare ai tedeschi una colossale indennit, oltre a sopportare i costi astronomici dell’occupazione, e furono costretti ad esportare in Germania derrate alimentari, materie prime e pi tardi manodopera forzata senza alcun ritorno economico. Ma gli Stati Uniti riconobbero la Francia di Vichy, mantennero con essa rapporti diplomatici fino al maggio del 1942 e in quel frangente la parola collaboration non ebbe (eccezion fatta per Londra e per Charles de Gaulle) accezione negativa. Cos, scrive Dek, un termine perfettamente innocente venne a indicare, all’inizio, le speranze di una nazione profondamente umiliata. Poi, solo in seguito, divenne sinonimo di codardia e tradimento.

Ai soldati occupanti tedeschi fu impartito l’ordine di comportarsi in modo educato, rispettare i costumi locali e pagare sempre per i loro acquisti (anche se con una moneta d’occupazione di dubbio valore). Come se fossero dei turisti. Le storie di brutalit nazista e di rigetto popolare della presenza militare tedesca diffuse dagli esiliati politici in Gran Bretagna, prosegue Dek, furono in realt la proiezione di pie illusioni. Smentite, peraltro, dalle foto delle bionde e sorridenti ragazze danesi al braccio di soldati tedeschi e dalle eleganti parisiennes che assistevano in compagnia di ufficiali della Wehrmacht alle corse di cavalli di Longchamp. La sobriet iniziale del comportamento tedesco fu dovuta al fatto che Hitler non aveva un progetto di conquista totale di questa parte dell’Europa. Lo aveva riservato, questo progetto, all’Europa orientale, e fu cos che i nazisti dovevano ottenere e in genere ottennero la cooperazione compiacente del Nord e dell’Ovest europeo. Nessuno dei Paesi occupati neg la propria cooperazione agli occupanti, anche se nessuno soddisfece completamente i criteri tedeschi.

Le cose cambiarono dopo l’invasione tedesca dell’Urss nel giugno del 1941. Ma il fenomeno del collaborazionismo prosegu. I cinegiornali propagandistici tedeschi mostravano immagini di bionde contadine ucraine in costume nazionale che offrivano il tradizionale pane e sale ai motociclisti tedeschi coperti di polvere che avanzavano nel loro Paese. Soldati defezionisti dell’Armata Rossa furono autorizzati a formare unit partigiane antisovietiche: oltre un milione di cittadini sovietici combatterono nelle forze armate tedesche. Ucraini, bielorussi, estoni, lettoni, lituani, caucasici e membri di alcune nazionalit asiatiche furono raggruppati in alcune unit etniche e arruolati nelle Waffen SS.

La parte pi complicata (descritta in Europa a processo con dettagliata accuratezza) quella che riguarda l’Europa orientale, dove il fenomeno del collaborazionismo fu davvero consistente. A fine guerra l’elenco degli europei non tedeschi giustiziati per aver collaborato con i nazisti comprese migliaia di persone. Centinaia di migliaia furono incarcerati e milioni furono colpiti da misure punitive di altro genere. Il record appartenne alla Bulgaria, dove il 2 febbraio 1945 i comunisti al potere giustiziarono l’ultimo primo ministro, ventiquattro ministri e sessantotto deputati per tradimento e crimini contro il popolo.

Bibliografia

Due libri importanti sul governo francese del maresciallo Philippe Ptain, che collabor con i nazisti, sono La Francia di Vichy di Robert Aron (Rizzoli, 1972) e Vichy di Robert O. Paxton (traduzione di Giuseppe Bernardi ed Erica Mannucci, il Saggiatore, 1999). Parla di collaborazionismo anche il libro a pi voci Le guerre mondiali in Asia orientale e in Europa, a cura di Bruna Bianchi, Laura De Giorgi e Guido Samarani (Unicopli, 2009). Lo scrittore Jonathan Littell ha rievocato la figura del nazista belga Lon Degrelle nel libro Il secco e l’umido (traduzione di Margherita Botto, Einaudi, 2009). Da segnalare inoltre: Olivier Wieviorka, Storia della Resistenza nell’Europa occidentale (traduzione di Duccio Sacchi, Einaudi, 2009).

15 aprile 2019 (modifica il 15 aprile 2019 | 23:03)

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