Giulio Andreotti, la biografia di Massimo Franco


La vita di Giulio Andreotti, nato cent’anni fa, è intrecciata in modo inestricabile con quella dell’Italia. Al punto che, quando è stata portata in un’aula di tribunale per essere processata, la giustizia degli uomini non è riuscita a sciogliere il nodo. E il processo del secolo (scorso), che doveva accertare se il massimo vertice politico della Repubblica avesse per anni agito agli ordini del massimo vertice della mafia, «si è concluso nel modo più andreottiano che si potesse immaginare: con una verità in chiaroscuro, sfuggente, quasi contraddittoria».

Massimo Franco, «C’era una volta Andreotti. Ritratto di un uomo, di un’epoca e di un Paese» (Solferino, pagine 488, euro 18,50)
Massimo Franco, «C’era una volta Andreotti. Ritratto di un uomo, di un’epoca e di un Paese» (Solferino, pagine 488, euro 18,50)

La nuova e aggiornata versione della già classica biografia di Massimo Franco, che esce ora con il titolo C’era una volta Andreotti (Solferino), ha il merito di farci capire l’indissolubilità di quel nodo. Tutti sappiamo che il «divo Giulio» fu assolto due volte, con sentenza confermata in Cassazione. Ma sappiamo anche che i procuratori che lo portarono davanti al giudice, in primis Gian Carlo Caselli, allora capo della Procura di Palermo, negano di essere usciti sconfitti dal processo. In primo grado — ricordano — l’assoluzione fu accompagnata dalla vecchia formula «per insufficienza di prove». Mentre la sentenza d’appello ritenne che il reato di associazione per delinquere era stato commesso fino alla primavera del 1980, quando non esisteva ancora quello di «associazione mafiosa»; e perciò prescritto. Accettano un’autocritica solo sulla famosa vicenda del «bacio» tra Andreotti e Riina: doveva essere l’asso nella manica dell’accusa e invece si trasformò in un boomerang, togliendole credibilità.

Dobbiamo dunque augurarci che la discussione sul centenario dello statista rinunci all’inutile tentazione di riaprire i processi. E non solo perché un’assoluzione è un’assoluzione è un’assoluzione, per parafrasare Gertrude Stein. Ma perché il giudizio storico si è già dimostrato incommensurabile con il giudizio penale. E a noi oggi interessa solo il primo, l’unico che non sia ancora stato emesso.

Massimo Franco (Roma, 1954), è inviato e notista politico del «Corriere»
Massimo Franco (Roma, 1954), è inviato e notista politico del «Corriere»

La confusione tra questi due piani è stata invece a lungo la regola. Beppe Grillo, quando era uno showman, diceva che nel celebre profilo della schiena di Andreotti si nascondesse la «scatola nera» di tutti i misteri patrii. «A tratti — scrive Franco — si ha l’impressione che l’Italia, o almeno un’Italia, abbia sentito la necessità di processare Andreotti e la Dc per spiegare a se stessa quanto era accaduto nei decenni precedenti: insomma per trovare una verità consolatoria, più che per arrivare alla verità». E ha ragione. Ma perfino tra gli avversari di Andreotti, tra chi pure lo considerava un politico cinico e senza scrupoli, si avvertì un sospiro di sollievo quando fu assolto. La prova della sua colpevolezza avrebbe infatti trasformato cinquant’anni di storia nazionale in una storia criminale. E questo non poteva permetterselo nessuno che l’avesse vissuta con dignità e consapevolezza, da qualsiasi parte della barricata militasse.

C’è un episodio raccontato dall’autore che spiega bene questo sentimento. A un certo punto i procuratori convocarono tutti gli uomini di scorta di Andreotti per capire se era possibile che fosse sfuggito al loro controllo per il tempo necessario a incontrare Riina. «Circa trenta carabinieri, tutti quelli che l’avevano protetto negli anni, furono radunati in uno scantinato e interrogati per ore. Ricordavano quel giorno come un incubo: erano carabinieri che si ritrovavano sospettati di aver coperto un presunto mafioso che da anni proteggevano anche contro la mafia». Molti italiani vissero un incubo analogo di fronte all’enormità delle accuse: quello di aver partecipato a un gigantesco Truman Show invece che a una vicenda politica aspra, dura, anche sporca, ma pur sempre vera. Se Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, ventisette volte ministro, parlamentare dal 1946 fino alla morte nel 2013, fosse risultato un pupazzo nelle mani della mafia, anche l’Italia lo sarebbe stata.

Piuttosto, l’autore ci dà una chiave molto più interessante per comprendere l’indubbia ed estrema originalità del personaggio Andreotti nel panorama della Prima Repubblica, una certa estraneità rispetto al suo stesso partito, e quella financo proterva indifferenza all’etica del potere e alle malefatte degli amici, che ostentava spacciandola per sarcasmo e che gli costò ventisette tentativi di incriminazione davanti all’Inquirente. Sostiene Franco che colui che noi chiamavamo Belzebù obbediva in realtà nella sua azione politica a una particolare e, per dir così, superiore ragion di Stato. «Non era uno statista italiano, ma un grande statista del Vaticano», diceva Cossiga, «il segretario di Stato permanente della Santa Sede, da Pio XII a Giovanni Paolo II». E perciò si muoveva nel mondo della guerra fredda con un’autorità e un peso superiori a quelli del Paese che rappresentava, ma anche con una sorprendente disinvoltura: «Todo modo para buscar la voluntad divina». «Più passa il tempo — raccontava Rino Formica — e più mi convinco che Andreotti è un extra-terreno. Noi socialisti l’abbiamo sempre giudicato sulla base dei fatti: questo è bene, questo è male. Non avevamo colto la sua appartenenza a un filone culturale e di pensiero che ha reso immortale la Chiesa, in cui ci sono il sacrificio di Cristo, la papessa Giovanna, i Borgia, l’Inquisizione, la diplomazia».

Se così fosse, diverrebbe essenziale sapere che giudizio è stato emesso nell’aldilà, dopo l’assoluzione in terra. Nel frattempo si può leggere questo libro di Massimo Franco, una biografia di stampo anglosassone per distacco e serenità di giudizio, senza dubbio la maggiore disponibile su Andreotti.

Lettura tra l’altro piacevolissima, ricca di aneddoti, episodi, aforismi, alcuni provenienti dalla inesauribile vena del soggetto medesimo, cui il biografo ha avuto il privilegio professionale di un accesso diretto e frequente. «Non mi piacciono le biografie da vivo», gli disse una volta Andreotti. «Però capisco che ci si occupi della mia vita. In fondo, in un certo senso, io sono postumo di me stesso».

Il brano

– L’ultima dimostrazione di understatement

10 gennaio 2019 (modifica il 10 gennaio 2019 | 21:35)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




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