Charlotte Gainsbourg: «Finalmente canto i brani di papà: che emozione»


«Sono sempre stata nervosa all’idea di esibirmi dal vivo, ma con il produttore dell’album Sebastian abbiamo formato una band adatta a me, aggiungendo uno strumento alla volta. Durante il concerto posso fare un passo indietro, quando ne ho bisogno, e nascondermi per qualche attimo nel buio». Il 5 dicembre Charlotte Gainsbourg si esibisce al Fabrique di Milano, e al telefono da New York spiega come porterà in scena «Rest», il bellissimo album uscito un anno fa, ispirato dall’amore per il padre Serge Gainsbourg morto nel 1991, e per la sorella Kate Barry, che si è uccisa nel 2013 gettandosi dalla finestra.

Come canterà dal vivo un album così intimo?
«Non potevo fare uno show spettacolare. Ho bisogno di un’atmosfera rispettosa, di vicinanza con il pubblico ma anche di pudore ritrovato. Le installazioni di luce sono molto importanti».

La sua voce sarà più in primo piano rispetto al passato?
«Sì, anche se ci sarà una persona che canterà spesso con me nei ritornelli. Ma per la prima volta mi sembra di accettarmi per come sono: una non cantante, o quanto meno una cantante che non punta sulla voce, ma su testi personali che è legittimata a interpretare».

Come funziona il rapporto con il pubblico? Ci sono differenze tra l’esibirsi in Francia e negli altri Paesi?
«Sì, in Francia sono molto conosciuta, tutti conoscono la mia storia, quella dei miei genitori (Serge Gainsbourg e Jane Birkin, ndr) e di mia sorella Kate. C’è qualcosa di famigliare quando sono in scena in Francia, lo sento. Ma anche negli altri Paesi mi pare che il pubblico sia coinvolto, anche se non tutti capiscono le parole. La musica è molto dinamica anche se i testi non sono spensierati. Chi non sa il francese capisce comunque da dove vengono, mi pare».

In scaletta ci sono anche due pezzi che lei, dodicenne, cantava con suo padre nel 1984, «Charlotte Forever» e «Lemon Incest».
«All’inizio pensavo di non poterli interpretare perché manca la voce di mio padre, poi ho pensato di lasciare dei vuoti. Alla fine mi è venuto naturale cantare anche le sue parti e mi pare che vengano bene così. Non è una cosa dolorosa, solo commovente».

All’epoca «Lemon Incest» fece scandalo. E oggi?
«Oggi credo che mio padre non potrebbe mai scrivere e cantare una canzone così, con una provocazione così evidente. Ma il clima dei nostri giorni è davvero complicato».

Che cosa vuole dire?
«Ovviamente condanno l’incesto come lo condannava mio padre, non c’è mai stato niente di quel tipo tra noi, trovo anche ridicolo il fatto di doverlo ricordare. Ma è normale affrontare il tema dell’incesto. Parlandone come di qualcosa di rischioso e terribile certo quando succede, ma senza fare finta che non esista. La censura oggi è troppo generalizzata. Quel testo è serio, mio padre canta”l’amore che non faremo mai”, è molto chiaro. L’arte serve proprio a esorcizzare, a esprimere cose che non si verificheranno nella realtà. Ma oggi si ha paura di tutto, viviamo in un’epoca piuttosto terrificante. Lo vediamo anche con certi eccessi che accompagnano il movimento #MeToo».

A che cosa si riferisce?
«Ovviamente difendo le altre donne e sono solidale con loro, certo non con i molestatori. Ma allo stesso tempo accadono cose che a me sembrano incomprensibili. Per esempio, la rivista Vogue mi ha dedicato un servizio e non ha voluto usare delle foto di archivio scattate da Bruce Weber, implicato in casi di molestie. Ma se cancellassimo dai musei le opere di tutti gli artisti che hanno fatto qualcosa di male, resterebbe ben poco. Questa ossessione contemporanea per la censura è delirante».

19 novembre 2018 (modifica il 19 novembre 2018 | 20:30)

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