Annalena Benini cura per Einaudi «I racconti delle donne»


Non so come sia potuto nascere il luogo comune che attribuisce alla letteratura scritta dalle donne un surplus di sentimentalismo, languore larmoyant, indulgenza per le romanticherie e per le fantasticherie svenevoli. Se invece si leggono in sequenza I racconti delle donne (venti, per l’esattezza) raccolti e curati da Annalena Benini in una splendida antologia pubblicata da Einaudi, ci si accorge che è tutto il contrario. E che le donne del Novecento che raccontano e si raccontano, con le risorse dell’ironia oppure della sofferenza impudica e devastante, del sarcasmo o della confessione quasi sfrontata, non arginata da remore e omissioni, sanno colpire duramente. Forse perché devono recuperare posizioni, riscattare e rovesciare un destino di subalternità sancita dai codici della sempiterna supremazia maschile, per dimostrare di potere arrivare dove (e anche oltre) gli uomini, satolli del loro potere, non hanno più la forza e l’energia di arrivare.

«I racconti delle donne», a cura di Annalena Benini, Einaudi, pp. 277, euro 19,50
«I racconti delle donne», a cura di Annalena Benini, Einaudi, pp. 277, euro 19,50

Come scrive bene Benini nella sua introduzione, riprendendo Kathryn Chetkovich («Io volevo quello che vogliono sempre le donne: sentirmi legittimata»): «Sentirmi legittimata davanti agli uomini ma soprattutto davanti alle donne, che hanno negli occhi quelle vite nascoste, quei pensieri segreti». Virginia Woolf diceva alle donne: «Vi siete conquistate delle stanze tutte per voi nella casa che finora era solo degli uomini. Siete in grado, pur non senza sforzi e fatiche, di pagare l’affitto… Ma questa libertà non è che l’inizio: la stanza è vostra, ma è ancora spoglia». Bisogna arredarla con precisione, arguzia, fantasia e cultura, farne una stanza più bella delle altre abitate dagli uomini, faticare per renderla migliore, forte, inespugnabile, superiore. In quest’antologia c’è la prova che ci sono riuscite, anche pagando un prezzo emotivo fortissimo. Ecco le pagine meravigliose di Dorothy Parker e Marguerite Yourcenar, Elsa Morante e Natalia Ginzburg, Joan Didion e Edna O’Brien, Margaret Atwood e Alice Munro, Chetkovich e Chimamanda Ngozi Adichie, Yasmina Reza e Nora Ephron (le mie due preferite, si può dire?, che forse sarebbero state tre se nell’antologia ci fosse stata Mary McCarthy) e poi, alla fine, brevissima, epigrammatica, Patrizia Cavalli: «E adesso tutti mi chiamano signora./ Certo sarebbe peggio signorina».

Annalena Benini (Lannutti/ LaPresse)
Annalena Benini (Lannutti/ LaPresse)

Colpisce la molteplicità di registri, una varietà così spiccata da rendere del tutto incongrua e pateticamente generica la stessa, logora nozione di «letteratura femminile» o «al femminile», così come l’ha coniata e imposta la convenzione. Annalena Benini scrive infatti di aver immaginato tutte queste scrittrici come se fosse riuscita a riunirle in una festa, «una società sovversiva di ragazze che indagano, ognuna con il proprio respiro e con la propria ironia, la solitudine, l’amicizia, il tradimento, il tormento per un uomo, l’autonomia interiore, la fatica coniugale… la speranza di qualcosa di meglio», e così via. «Ognuna con il proprio respiro»: una sinfonia di voci diverse e a volte così diverse da apparire dissonanti, ma che hanno in comune l’andare in profondità senza reticenze, il voler dare un timbro forte alle cose raccontate.

Il pericolo di cadere in un «gran pozzo oscuro», in quell’abisso doloroso che, secondo Natalia Ginzburg, è esperienza comune delle donne, anche di quelle «più energiche e sprezzanti», e accanto l’ossessione disperata e autodistruttiva di Edna O’Brien nel racconto Oggetto d’amore. La strepitosa anatomia dell’emicrania elaborata da Joan Didion in A letto. La prostrazione colta e dolente di Marguerite Yourcenar («spero che questo libro non venga mai letto»). Lo sconforto di Elsa Morante, bambina prodigio, «prima della classe», avvilita perché per i coetanei era solo la più brava che lasciava copiare i compiti mentre «avrei voluto essere brava in ginnastica e nei giochi, essere grassa e colorita come Marcella Pélissier» e l’incontenibile, avvelenata invidia di Kathryn Chetkovich, la scrittrice che arranca sulle parole e le frasi che non vengono mentre il suo compagno, il celeberrimo scrittore Jonathan Franzen, finisce il grande romanzo Le correzioni. La crudeltà raffinata di Yasmina Reza quando disseziona la condizione umana deflagrata in una lite coniugale furibonda nella coda alle casse di un supermercato e le indicibili «fantasie di stupro» di Margaret Atwood.

E poi i «capelli afro maturali» di Chimamanda Ngozi Adichie, i trasalimenti e il sesso di Valeria Parrella, gli artisti «mostri» che compiono atti orribili di Claire Dederer. Ma soprattutto l’ironia feroce, spietata, temeraria, i «giudizi taglienti» di Nora Ephron che descrive «la parola con la D» (come divorzio, ma non solo, attenzione), e di Dorothy Parker, che qui viene presentata in un racconto come Il valzer dove emergono le doti, scrive Annalena Benini, del «modello di tutte le scrittrici che, dopo di lei, hanno usato l’ironia e il sense of humour nell’osservare la verità della vita quotidiana»: «Ha raccontato la solitudine, la vanità, la gelosia, le pene d’amore, l’attesa di una telefonata che non arriva, l’alcool, la guerra tra uomini e donne e il vuoto di certe giornate a New York».

Il lettore uomo, alla fine di questo libro, non riesce a capire meglio, a capire non in senso razionale ma come intelligenza emotiva, forma di conoscenza empatica, quale sia la specificità femminile della letteratura scritta da donne. Ma forse può capire che il filo rosso, ciò che avvicina scrittrici sideralmente lontane come Dorothy Parker e Yourcenar, è il come, non tanto il che cosa. Un come che si esprime in un modo di raccontare con una felice spudoratezza che forse gli scrittori uomini, più attenti, più prudenti, più sicuri di sé, più stanchi, senza il bisogno di sentirsi «legittimati», non riescono più a mettere tra le pagine.

12 marzo 2019 (modifica il 12 marzo 2019 | 21:04)

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