Alfonso d’Aragona, la biografia di Giuseppe Caridi


Nel giro di vent’anni, a met del Quattrocento, Napoli diventata una delle principali citt europee del Rinascimento. Cosa lo rese possibile? questo il nodo centrale che cerca di sciogliere il libro di Giuseppe Caridi, Alfonso il Magnanimo, in libreria dal 10 gennaio per Salerno editrice. L’Alfonso di cui al titolo del libro era nato nel 1396 e nel 1416 era subentrato al padre Ferdinando I come titolare della corona d’Aragona, costituita dagli Stati iberici di Aragona, Catalogna, Valenza, Maiorca e dalle isole italiane di Sicilia e Sardegna. Nel 1421 accadde qualcosa che gli avrebbe cambiato la vita: la regina di Napoli Giovanna II, che non aveva figli, lo chiam nella sua citt a che le desse man forte contro Luigi III d’Angi. In cambio gli promise che lo avrebbe nominato erede del suo regno. Anzi, lo adott all’istante come figlio, rendendo cos implicita la successione.

Iil libro di Giuseppe Caridi,
Iil libro di Giuseppe Caridi, Alfonso il Magnanimo, in libreria dal 10 gennaio (Salerno Editrice, pagine 376, euro 25)

Attratto dalla prospettiva di allargare il regno d’Aragona con una citt importante come gi era all’epoca Napoli, Alfonso accett di trasferirsi alla corte della madre adottiva. La quale per — insofferente ai modi con i quali il sovrano aragonese aveva iniziato a svolgere il suo ruolo — due anni dopo revoc l’adozione. L per l Alfonso fu ben lieto di rientrare in patria a sedare i conflitti insorti tra i suoi fratelli e Giovanni II, re di Castiglia. Ma non si diede pace del ripensamento della regina Giovanna e alla sua morte torn nel 1435 in terra italica per far valere i propri diritti in una guerra per la successione al trono di Napoli. Guerra nel corso della quale si scontr con Renato d’Angi. Vinse, nel 1442, e da quel momento si stabil definitivamente a Napoli senza tornare mai pi nella terra natia.

Napoli, scrive Giuseppe Caridi, divenne di fatto la capitale dei domini di Alfonso e, grazie al mecenatismo in virt del quale accolse letterati, artisti e tecnici, la sua corte divenne un importante centro del Rinascimento italiano. In pi Alfonso adott in campo edilizio ed economico provvedimenti che, insieme con la promozione della cultura, proiettarono potentemente la sua nuova capitale verso la modernit.

Giuseppe Caridi, nato a Reggio Calabria nel 1950,
Giuseppe Caridi, nato a Reggio Calabria nel 1950, professore ordinario di Storia moderna presso l’Universit di Messina

Caridi si muove nel solco tracciato da Giuseppe Galasso — Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioino e aragonese (1266-1494) edito da Utet — e Mario Del Treppo — Il Regno aragonese nella Storia del Mezzogiorno a cura di Giuseppe Galasso e Rosario Romeo per le Edizioni del Sole — che gi avevano messo in grande risalto l’importanza del primo re aragonese di Napoli. Alfonso viene presentato, secondo la descrizione che ne diede Enea Silvio Piccolomini (futuro Papa Pio II), come un uomo di corporatura fragile, pallido in volto, di aspetto gioviale, naso aquilino occhi vispi, capelli neri che tuttavia cominciavano a incanutirsi e tesi verso le orecchie, di media statura, molto sobrio nei pasti e nelle bevande, che non beveva vino se non mescolato con molta acqua

Nel gennaio 1444, poco tempo dopo aver piegato i suoi competitori, nemici e rivali (in una lunga serie di battaglie e cambiamenti di alleanze che il libro ricostruisce con meticolosit), Alfonso, ormai insediatosi stabilmente sul trono di Napoli, mentre si trovava a Pozzuoli, fu colpito da una grave malattia che lo ridusse in fin di vita. Le sue condizioni peggiorarono a tal punto che ai primi di aprile si diffuse la notizia della sua morte. Immediatamente a Napoli scoppi una rivolta, i sudditi catalani e aragonesi ebbero l’occasione di toccare con mano l’odio sviluppatosi nei loro confronti e dovettero cercar riparo nei luoghi pi disparati. Qualcosa di assai simile accadde oltretutto a molti esponenti della nobilt partenopea, solo perch erano stati leali con il sovrano aragonese. Poi il re all’improvviso guar, ma quanto era accaduto nel periodo della sua infermit fu per lui un forte campanello d’allarme e gli fece conoscere l’incostanza del baronaggio nonch la scarsa affidabilit dei sudditi locali.

Alfonso fece di tutto per dissimulare il suo malumore facendo buon viso a cattivo gioco, ma per rafforzarsi decise di far sposare al figlio (illegittimo) Ferrante — da lui designato a proprio erede sul trono di Napoli — la figlia del principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini, che esercitava un forte ascendente sull’intera classe nobiliare dell’Italia meridionale. Ancora un anno per risolvere alcune importantissime questioni militari e stabil che nel 1445, al massimo nel 1446, sarebbe tornato in Spagna.

Invece non rimise piede in terra iberica. Secondo i cronisti dell’epoca, perch si innamor di Lucrezia d’Alagno, figlia di un nobile napoletano. Alfonso la conobbe che aveva gi superato i cinquant’anni, non volle mai distaccarsene anche se Caridi sembra propendere per la tesi che tra i due si fosse stabilito solo un rapporto platonico. un fatto per che Lucrezia ebbe un colloquio con il Papa Callisto III per indurlo a concedere l’annullamento del matrimonio di Alfonso (e fu lo stesso pontefice a rivelare successivamente che quel che essa si pensava ottenere non era possibile, perch egli non voleva andare all’inferno con lei). In ogni caso, secondo Caridi, l’infatuazione per la giovane napoletana influ certamente sul mancato rientro in Spagna di Alfonso, che, avendo deciso di risiedervi, fece di Napoli l’effettiva capitale della corona d’Aragona.

Gi prima di incontrare Lucrezia, peraltro, Alfonso aveva dedicato alla citt particolare attenzione sotto il profilo urbanistico con opere di riqualificazione che andarono dalla selciatura, livellamento e ampliamento di strade, alla costruzione, restauro e abbellimento di edifici pubblici, dalla sistemazione di acquedotti e reti fognarie alla ristrutturazione dei moli del porto, della citt muraria e degli stessi castelli notevolmente danneggiati nel corso degli assedi subiti durante la guerra di successione al trono. In particolare Castel Nuovo fu in quell’occasione ricostruito pressoch interamente e l il sovrano fiss la sua principale dimora.

La consacrazione della Napoli aragonese avvenne nel 1452 con la visita in citt di Federico III d’Asburgo che, subito dopo l’incoronazione, con quel viaggio sanc il riconoscimento al massimo livello del ruolo di primo piano acquisito da Napoli nel consesso delle potenze cristiane. La visita si protrasse per dieci giorni (avrebbero dovuto essere otto). Alfonso ordin ai negozianti della citt di consegnare alle persone al seguito dell’imperatore qualsiasi mercanzia da loro richiesta. Al pagamento avrebbe poi provveduto la corona, senza alcun aggravio per i sudditi. Venuto a conoscenza di questa disposizione, Federico d’Asburgo raccomand ad alcuni suoi agenti di evitare che si abusasse della liberalit del sovrano aragonese e che si preoccupassero perci di proibire a chi aveva gi ricevuto un regalo di andare a chiederne un altro.

Ci fu un solo incidente riconducibile a questo eccesso di prodigalit. L’imperatore Federico — come Alfonso — era solito bere pochissimo vino, mai fuori dai pasti e mescolato all’acqua. A sua moglie Eleonora, che non aveva mai assaggiato vino nella casa paterna ed era di conseguenza astemia, i medici avevano ordinato di berne per poter avere dei figli. Venuta a conoscenza di tale prescrizione, la corte napoletana fece di tutto per somministrargliene in abbondanza. Dovette intervenire l’imperatore per ordinare alla consorte di non berne, dicendo nei modi pi espliciti che avrebbe preferito avere una moglie sterile anzich ubriaca. Vino a parte, con l’ostentazione della larghezza di risorse finanziarie di cui disponeva, manifestata mediante la sontuosit dei festeggiamenti, Alfonso raggiunse lo scopo di destare grande ammirazione nella suprema autorit politica della cristianit. L’eco della prodigalit del sovrano di Napoli (avrebbe speso, secondo Vespasiano da Bisticci, la bella somma di 150 mila ducati) si diffuse rapidamente in tutta Europa con riflessi estremamente positivi per il suo prestigio, che era l’obiettivo al quale in definitiva il re tendeva e di cui aveva voluto si fossero fatti interpreti gli uomini di cultura attratti a corte dalla sua magnanimit. Ed da questo particolare che viene il suo soprannome di Magnanimo.

Attrasse alla sua corte quanti pi intellettuali riusc (per primi Lorenzo Valla, autore della celeberrima confutazione della donazione costantiniana, Antonio Beccadelli detto il Panormita, poi Bartolomeo Facio, Giovanni Gioviano Pontano, Candido Decembrio, Gregorio da Tiferno, Lorenzo Buonincontri, Giorgio da Trebisonda, Teodoro Gaza, Costantino Lascaris, Poggio Bracciolini, Giannozzo Manetti). A tutti diede compensi pi alti di quelli che loro stessi chiedevano. Del resto fin dal suo insediamento a Gaeta, Alfonso aveva provveduto a fornire la corte di una cospicua biblioteca. Al termine del saccheggio delle citt conquistate, compensava munificamente qualsiasi soldato gli portasse un libro. E aveva fatto sapere agli altri sovrani di gradire il dono di testi preziosi. Cosimo de’ Medici gli regal un manoscritto di Seneca che si diceva fosse appartenuto a Petrarca e lui lo accolse con entusiasmo vincendo le perplessit dei suoi consiglieri, i quali sospettavano che il signore fiorentino ne avesse avvelenato i fogli. A lui va ricondotta la fondazione dell’Accademia promossa dal Panormita e che poi prese nome da Pontano.

Ebbe solo benemerenze il re aragonese? No. Caridi nota come Pontano avesse gi all’epoca evidenziato qualche ombra su Alfonso. Ad esempio il fatto che la prodigalit del sovrano, pur diffusamente da lui stesso elogiata, lo avesse indotto a contrarre ingenti debiti. Dopodich in preda al dispiacere e alla collera per le difficolt ad onorarli, il re di Napoli cerc di rifarsi a spese degli agenti del fisco, spogliati dei loro beni con l’ingiusta accusa di non aver compito in modo efficace il loro dovere. Una condotta arbitraria — secondo Pontano — tipica dei sovrani il cui governo degenera in tirannide.

In ogni caso, scrive Caridi, grazie alla presenza e alle iniziative dei numerosi intellettuali e tecnici che l operarono, la corte napoletana di Alfonso costitu uno dei principali centri del Rinascimento. Al di l dell’uso di carattere propagandistico (per il consolidamento della nuova dinastia da lui insediata) al sovrano aragonese va riconosciuto il merito di aver notevolmente contribuito alla promozione della cultura in una parte dell’Italia fino ad allora avulsa dal dinamismo intellettuale gi in auge in altre aree della penisola.

un fatto che a contatto con gli intellettuali della corte napoletana numerosi connazionali spagnoli di Alfonso provenienti dalla Sicilia e dai regni iberici, si avvicinarono all’umanesimo italiano. Nella qual cosa — ha osservato Ernesto Pontieri nel libro Alfonso il Magnanimo re di Napoli (1435-1458) (Edizioni Scientifiche Italiane) — il re correggeva se stesso perch ci che di medievale egli conservava, in comune con i suoi connazionali, and via via affievolendosi al contatto della civilt italiana, assai pi colta e moderna. Quello del re aragonese fu a suo modo un salto. In effetti, scrive Caridi, in campo culturale, edilizio e anche sotto il profilo economico mostr una lungimiranza che sembrava allontanarlo dalla tradizione medievale e farlo tendere alla modernit.

Riflessi positivi di carattere culturale si ebbero anche nei regni iberici del Magnanimo, dati gli stretti contatti mantenuti con essi da Napoli, dove erano del resto affluiti numerosi sudditi di quegli Stati che con il decisivo sostegno del sovrano si inserirono nelle file della feudalit e ricoprirono cariche di rilievo nell’amministrazione pubblica. In seguito la corte alfonsina fu senza dubbio il canale attraverso cui le prime correnti significative del Rinascimento italiano trovarono la via di penetrazione verso la Spagna Anche se va considerato che nella stessa Spagna il diffondersi della moda e dello stile italiano non cancell mai l’influenza castigliana. Ma Napoli divenne da quel momento una grande capitale europea. E fu merito di Alfonso.

Bibliografia

Le vicende medievali del Sud Italia sono trattate da Giuseppe Galasso nel primo volume della sua Storia del Regno di Napoli, pubblicata dalla Utet. Il titolo del volume Il Mezzogiorno angioino e aragonese, 1266-1494. Il saggio di Mario Del Treppo Il Regno aragonese si trova invece nel quarto volume, intitolato Il Regno dagli Angioini ai Borboni della Storia del Mezzogiorno pubblicata dalle Edizioni del Sole e diretta da Galasso e da Rosario Romeo. Da segnalare anche lo studio di Ernesto Pontieri Alfonso il Magnanimo re di Napoli (1435-1458), pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Italiane nel 1975. Resta fondamentale poi la Storia del Regno di Napoli di Benedetto Croce, uscita nel 1923, la cui edizione Adelphi, curata da Galasso, del 1992.

7 gennaio 2019 (modifica il 7 gennaio 2019 | 20:06)

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