Albert Einstein, la biografia. Indagine sui segreti dell’universo


Nel sottolineare l’impegno «pacifista e internazionalista» di Albert Einstein, nella sua biografia del grande fisico in edicola dal 14 marzo con il «Corriere», Vincenzo Barone mostra come esso s’intrecciasse con le istanze scientifiche. Il cammino era stato lungo, e non sempre facile. Una prima teoria della relatività (il termine è di Max Planck), detta ristretta o speciale, era stata formulata da Einstein nel 1905 basandosi su due «postulati». Il primo, il suo principio di relatività (che generalizzava un’idea abbozzata da Galileo Galilei), enunciava che «le leggi della fisica hanno la stessa forma per tutti gli osservatori in moto uniforme (o, se si preferisce, per tutti i sistemi di riferimento)». Il secondo principio diceva «che la velocità della luce nel vuoto, tradizionalmente indicata con c, è la stessa per tutti gli osservatori in moto uniforme».

Il volume  in edicola dal 14 marzo con il «Corriere» a 7,90 euro più il prezzo del quotidiano: in collaborazione con Laterza, resterà in vendita per due mesi
Il volume in edicola dal 14 marzo con il «Corriere» a 7,90 euro più il prezzo del quotidiano: in collaborazione con Laterza, resterà in vendita per due mesi

Nota Barone che, «anche se non sembra, il secondo postulato della relatività ristretta riguarda il tempo. (Infatti) se due osservatori vogliono misurare un certo intervallo di tempo e confrontare i risultati, devono disporre di orologi sincronizzati. Ciò richiede una procedura universale di sincronizzazione. Il secondo postulato (…) fornisce appunto tale procedura; dal momento che la luce viaggia sempre alla stessa velocità, i due osservatori, qualunque sia il loro stato di moto, possono sincronizzare i rispettivi orologi scambiandosi un segnale luminoso». Ciò comporta un rilevante mutamento concettuale, sottolinea Barone: «Siamo generalmente portati a pensare che il tempo scorra allo stesso modo per tutti gli osservatori, che cioè sia unico, assoluto (questa è la concezione del tempo sottesa alla fisica classica). La teoria einsteiniana mostra che le cose non stanno così: i tempi, misurati da osservatori in moto l’uno rispetto all’altro sono diversi — il tempo è relativo. Anche la simultaneità tra gli eventi è relativa: due eventi che si verificano contemporaneamente per un osservatore, si verificano in tempi diversi per un altro osservatore».

Nel corso del 1905 Einstein pubblicò un lavoro di appena tre pagine, L’inerzia di un corpo dipende dal suo contenuto di energia?. Spiega Barone: «Col termine inerzia si indica in fisica la resistenza che un corpo oppone a una variazione di velocità, cioè a un’accelerazione. Nella meccanica newtoniana l’inerzia è legata alla massa: maggiore è l’energia di un corpo, più è difficile imprimergli un’accelerazione. Inoltre, la massa stessa è una forma di energia. Anche quando è a riposo (…) un corpo possiede un’energia (E) che è data dalla sua massa (m) per la velocità della luce (c) al quadrato: in simboli, E = mc²». Il pensiero scientifico è capace di «vedere» sotto la superficie delle apparenze

«C’era voluto il genio di Einstein per capire che la massa è energia: ma perché fino al 1905 nessuno si era accorto sperimentalmente di un fatto così clamoroso? Il motivo è semplice: se le masse dei corpi non cambiano (o non cambiano apprezzabilmente), come succede nei fenomeni fisici più familiari e nelle reazioni chimiche, l’energia di massa è, per così dire, un’energia latente, che non si manifesta. È solo quando le masse cambiano, anche di poco, come succede nelle reazioni nucleari, che l’energia di massa può trasformarsi in energia di moto ed essere direttamente osservata».

Opportunamente Barone richiama qui un breve scritto divulgativo (1923) di Enrico Fermi: «Non appare possibile che, almeno in un prossimo avvenire, si trovi il modo di mettere in libertà queste spaventose quantità di energia». Ma, osserva Barone, «fu proprio Fermi, due decenni dopo, a trovare il modo di produrre quell’energia, con il primo reattore nucleare, e poi, in forma esplosiva, con le bombe di Hiroshima e Nagasaki».

Vincenzo Barone (Ancona, 1952) autore della biografia di  Einstein, insegna Fisica teorica
Vincenzo Barone (Ancona, 1952) autore della biografia di Einstein, insegna Fisica teorica

Questo non vuol dire che sia lecito definire Einstein il «padre» dell’arma atomica. Giustamente Barone nota che «quanto alla legge di equivalenza di massa ed energia, attribuire al suo scopritore la responsabilità della bomba atomica è come attribuire a Galileo (e alla sua legge del moto parabolico) la responsabilità dei missili balistici». E al livello politico va rilevato che l’intervento di Einstein presso Franklin D. Roosevelt, allora presidente degli Stati Uniti, nell’estate del 1939, non fu decisivo: «L’impegno americano nelle ricerche atomiche», nota Barone, «ebbe realmente inizio due anni dopo, per impulso soprattutto di Vannevar Bush». Einstein si era deciso a rivolgersi alla presidenza Usa solo nel timore che i nazisti stessero lavorando a un progetto del genere con probabilità di riuscita: «Non avrei potuto agire altrimenti, sebbene io sia sempre stato un pacifista convinto». Quel non poter agire altrimenti mi ricorda un carattere saldo e coraggioso come quello di Lutero di fronte alle minacce alla Dieta di Worms o quello di Darwin, che nell’Autobiografia aveva dichiarato di cercare invariabilmente nuove ipotesi ogni volta che quelle precedenti fallivano alla prova dei fatti.

Nel dicembre 1945 Einstein dichiarò che «la guerra è stata vinta, non così la pace». L’unica speranza era in «un governo mondiale (…) in grado di risolvere i contrasti fra le nazioni con delle decisioni vincolanti». Come vediamo oggi, la strada pare ancora lunga.

Il volume di Barone fa emergere alcune analogie con il percorso scientifico. Nelle intenzioni di Einstein la relatività generale non era l’acquisizione finale: aveva sempre più vagheggiato una teoria che unificasse il campo elettromagnetico (relatività ristretta) e quello gravitazionale (relatività generale). Vincenzo Barone si accomiata dai lettori così: «Il grande sogno di Einstein — una teoria che unificasse la gravità e l’elettromagnetismo, e che facesse scaturire le particelle dai campi, senza bisogno di ricorrere alle leggi quantistiche — non si realizzò. Dobbiamo (…) concludere che gli ultimi trent’anni della sua vita furono, sul piano scientifico, fallimentari e inutili? Se la scienza fosse fatta solo di risultati e scoperte da inserire nei manuali, la risposta dovrebbe essere sì (…). Ma la scienza è fatta anche di problemi, di idee, di metodi: da questo punto di vista, gli sforzi di Einstein non furono vani, perché il programma di ricerca che egli avviò è ancora attuale».

Le forze fondamentali sono diventate quattro, perché se ne sono aggiunte due del mondo subatomico, la forza nucleare forte e la forza debole. E oggi, nota Barone, «nessuno ritiene più che si possa fare a meno della meccanica quantistica» (peraltro nel 1905 Einstein aveva dato un fondamentale contributo alla fisica quantistica, introducendo i «quanti di luce», detti poi «fotoni», per spiegare l’effetto fotoelettrico, e non è irrilevante che l’assegnazione del Nobel a Einstein sia stata motivata da questo risultato, e non dalla relatività). Resta di Einstein l’aspirazione a nuove teorie sempre più «razionali», cioè capaci di ridurre l’arbitrario nella descrizione delle morfologie osservate.

13 marzo 2019 (modifica il 13 marzo 2019 | 21:50)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




http://xml2.corriereobjects.it/rss/cultura.xml

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi