Woodstock, 50 anni fa il concerto evento: nel 2019 le celebrazioni


Ci potrebbe essere un nuova Woodstock. A 50 anni dalla tre giorni di pace e musica che ha definito la storia e la coscienza del rock e anche quelle di una generazione che si trovava in mezzo fra il sogno della conquista dello spazio e dello sbarco sulla Luna e l’incubo della guerra in Vietnam. «Ci stiamo lavorando. Stiamo valutando la fattibilità del progetto», racconta Michael Lang, uno degli organizzatori del festival originale.

Le celebrazioni sono partite in anticipo. Lang, che all’epoca aveva 25 anni, firma la prefazione di Woodstock Live – 50 anni (Mondadori), volume illustrato che racconta con le parole dello scrittore-musicista francese Julien Bitoun la cronaca dettagliata di quel fine settimana, artista per artista, esibizione per esibizione, retroscena e foto inedite. Il rischio è che la versione 2019 sia solo un raduno nostalgico o peggio un festival qualunque come quello flop del 1999. «Un po’ di nostalgia ci sarà, ma recentemente l’America sembra tornata indietro nel tempo. È come se dovessimo avere a che fare di nuovo con le stesse cose di allora. È come se la lezione che pensavamo di aver imparato in quegli anni sia stata dimenticata. Più che nostalgia, quindi, direi déjà vu, un già visto», racconta Lang.

Per molti fu l’occasione della vita. I Santana, ad esempio, erano sconosciuti. Per un disguido organizzativo finirono sul palco ore prima del previsto, strafatti di mescalina… Carlos racconta che le allucinazioni gli facevano vedere un serpente al posto del manico della chitarra. «Fu uno show fantastico. Loro potrebbero tornare. Con alcuni artisti del cast originale siamo diventati amici. E sia loro che noi siamo sempre riconoscenti per quello che è nato su quel palco». In quella tre giorni suonarono Hendrix, gli Who, Janis Joplin, Joan Baez… ma altrettanto pesanti furono le assenze. Niente Bob Dylan, Rolling Stones, Led Zeppelin, e nessuno dei Beatles nonostante qualcuno sperasse nella reunion. «Ho due rimpianti. Il primo è John Lennon. Era uno dei nomi importanti del movimento pacifista. Purtroppo non aveva il permesso per entrare negli Stati Uniti. Il presidente Nixon non lo voleva». Il secondo rimpianto fu Roy Rogers, il più famoso cowboy della tv americana degli anni 50. «Siamo cresciuti tutti davanti alla tv cantando ogni domenica Happy Trails. Lo avremmo voluto come chiusura, ma il suo manager pensava che venissimo da un altro pianeta». Forse meglio così. A chiudere, il lunedì all’alba a causa dei ritardi, fu Jimi Hendrix. Performance entrata nella leggenda per la versione incendiaria dell’inno americano. «È stato un momento decisivo e un brano decisivo. Nel modo in cui ha suonato The Star-Spangled Banner c’era dentro tutto quello che stava accadendo in quegli anni, la guerra, le tensioni razziali…».

Durante l’organizzazione e durante la tre giorni Lang e i suoi soci non si erano resi conto del valore che avrebbe avuto Woodstock. «Conoscevamo bene il fermento della controcultura, ma non ci fu il tempo di riflettere. Sapevamo che stavamo facendo qualcosa di speciale e unico ma non avevamo una visione di quello avrebbe significato. Fu tutto più chiaro quando il film diffuse quell’esperienza in tutto il mondo». Allora il rock era un motore. Oggi, per la prima volta nella sua storia, non è più il genere che guida il cambiamento. «Ci sono ancora band e artisti e idee che rigenerano il rock e ne diffondono il messaggio. Non è morto». Forse è solo venuto meno il coraggio. «Ci sono artisti che lo hanno perso, ma anche artisti veri. Beyoncé ha dimostrato di avere coraggio e di credere nel cambiamento sociale e nelle cause come Black Lives Matter». E se quel concerto leggendario non ci fosse mai stato? Il mondo sarebbe diverso? «Non ci ho mai pensato, ma credo si sì».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

12 ottobre 2018 (modifica il 12 ottobre 2018 | 21:37)

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