Vicini di casa ebrei venduti ai nazisti: le leggi razziali e quegli italiani complici


«L’ ebreo che era in casa Monti Giosuè si trova nascosto dalla dott. Gentile in via di Doria al 9 che ha negozio di calze all’ingrosso a Milano».
Comincia così, con l’inquadratura su un terribile biglietto anonimo che costò una vita, il docufilm «1938. Quando scoprimmo di non essere più italiani» di Pietro Suber che il Corriereha potuto vedere in anteprima. Una dura denuncia delle leggi razziali di ottant’anni fa e della persecuzione che seguì, raccontate da un punto di vista inedito. Non solo le sofferenze degli ebrei, ma le complicità degli italiani; in particolare dei delatori.

I delatori

Intendiamoci: come raccontano gli stessi testimoni, ci furono molti che rischiarono la propria vita per salvare ebrei che talora erano i loro vicini di casa, e talora non avevano mai conosciuto. Però ci furono anche italiani che denunciarono i compatrioti ebrei e li vendettero ai tedeschi. Per denaro. Per odio. Per obbedienza ideologica al fascismo e al nazismo. O per quella pulsione oscura che talora esiste in fondo all’animo umano.
«Pentito di cosa? Di essere fascista?» si sfoga il figlio dell’uomo che accompagnò le Ss dai vicini di casa, Vittoria Ottolenghi che abitava al piano di sopra e Davide Almagià «che stava al pianerottolo», per fortuna già fuggiti. E l’antisemitismo in quel luogo aleggia ancora: «Il giudeo avaro funziona sempre…».

I neofascisti

Sono inquietanti le interviste con gli esponenti neofascisti, che palesemente non sanno di cosa parlano quando commentano le leggi razziali. Ma sono ancora più inquietanti i racconti di chi c’era. Piangono di rabbia e di indignazione, gli ebrei del ghetto e i romani che tentarono di aiutarli, nel ricordare «Stella», Celeste Di Porto, la ragazza ebrea traviata dai fascisti che additò molti suoi correligionari. Ad Annita Mastroianni, che viveva al portico di Ottavia, lo zio Luigi Rosselli promise tremila lire per ogni donna e cinquemila lire per ogni uomo che avesse individuato; ma lei era innamorata di un giovane ebreo, Pacifico Di Consiglio detto Moretto, e non poteva certo consegnarlo. Lea Polgar racconta di come la sua famiglia a Fiume sia stata denunciata e sfrattata da un gerarca che aveva messo gli occhi sul loro appartamento. Goti Bauer denuncia di essere stata tradita dalle guide che gli ebrei ingaggiavano per essere portati in Svizzera, «ragazzotti che prendevano i soldi da noi ma poi ci vendevano ai tedeschi. Quanto tornai dai campi di concentramento mi mostrarono le case su lago, e mi spiegarono che erano state costruite con i ricavi di quel commercio vergognoso. Poi ci chiesero: “Voi come avete fatto a sopravvivere? Vi siete vendute?”». E poi il racconto a più voci dei ragazzi del 1938: «A scuola mi guardavano dietro perché erano convinti che avessi la coda», «se mi incontravano per strada fingevano di non conoscermi», «sulla pagella scrivevano “razza ebraica” ogni anno più grosso», «quando mi hanno cacciata nessun compagno mi ha mai telefonato».

La dittatura

È impossibile criminalizzare un popolo, senza distinguere, senza tentare di capire. Erano ragazzi cresciuti con la dittatura, non sapevano che un altro mondo fosse possibile. I principali responsabili furono coloro che quella dittatura insediarono. Non sarebbe giusto tacere né le aree di dissenso passivo, né quelle di antifascismo attivo, destinate a crescere con il disastro della guerra e l’occupazione nazista. Il quadro delle testimonianze, però, è univoco. Se la razzia del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 fu opera dei tedeschi, nel resto del nostro Paese — a cominciare dal ghetto di Venezia — gli ebrei furono traditi, presi e consegnati alla macchina di sterminio nazista dagli italiani. E anche negli anni della Ricostruzione in pochi avevano voglia di ascoltare i racconti dei sopravvissuti, che infatti ora dicono: «A quel punto abbiamo smesso di parlare». È una colpa da cui ci siamo autoassolti, ma che l’eroismo dei Giusti tra le Nazioni, e dei tanti anonimi che nella storia non sono rimasti, non potrà cancellare. E quella frase terribile che tanti testimoni ripetono — «eravamo tutti convinti che in Italia non potesse succedere» — ci inchioda alle nostre responsabilità.

5 ottobre 2018 (modifica il 5 ottobre 2018 | 21:13)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




FONTE UFFICIALE: CORRIERE.IT

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