Tornano a casa i resti dell’alpino della Grande Guerra Rodolfo Beretta: identificato grazie a una cartolina


Tornano a casa, dopo circa un secolo, i resti dell’alpino Rodolfo Beretta caduto nella Grande Guerra sulle vette dell’Adamello. Oggi (13 ottobre) alle ore 10 presso il Sacrario Militare all’interno del cimitero monumentale di Trento si terr la cerimonia di resa degli onori solenni e consegna del feretro ai familiari che sar tumulato domani (domenica) nella sua citt natia, Besana in Brianza. Di lui restava assai poco: una camicia grigioverde lacera, vecchi scarponi da montagna, cartoline e timbri postali divenuti una poltiglia di carta. Resti sufficienti per ridare un nome e un cognome — appunto: Rodolfo Beretta, nato il 13 marzo 1886 a Besana — a un alpino dalle generalit sconosciute i cui resti vennero trovati lo scorso 8 agosto 2017 da un escursionista sulle montagne a quota tre mila metri tra Lombardia e Trentino. Confine che durante la Grande Guerra divideva, all’incirca, l’Italia dall’Austria. Posti impervi nei quali la linea del fronte si spost assai di poco durante il conflitto. Pi che per i combattimenti, sia da una parte che dall’altra si moriva per valanghe, malattie, freddo e stenti, spiega Franco Nicolis, il direttore dell’Ufficio beni archeologici della Soprintendenza ai beni culturali di Trento che ha ridato un’identit al soldato ignoto. Non solo. Certi dettagli, come in un cold case, hanno permesso di ricostruire gli istanti in cui Rodolfo mor, travolto da una valanga mentre svolgeva una corve indispensabile: Portare il rancio — la ricostruzione dell’archeologo — ai commilitoni in prima linea.

Un altro alpino senza nome

Mica semplice, su quelle cime tra gelo e neve. Parliamo di una vera e propria scalata: gli alpini si spostavano in cordata, ma essendo sprovvisti di funi da montagna, avevano usato cavi telefonici. Quelli aggrovigliati attorno al petto di Rodolfo e di un altro alpino — questo ancora senza nome — i cui resti furono trovati a un centinaio di metri, nel 2016. Il cadavere del soldato brianzolo, restituito dal ghiacciaio ritirato per effetto del riscaldamento globale, era in stato di saponificazione, quasi mummificato. Aveva poche cose indosso. Pettine, passamontagna e berretto, quel bossolo trasformato in penna stilografica — esempio di arte da trincea —, scarponi con dentro pelle di coniglio e paglia per renderli pi caldi. E soprattutto quella specie di palla di carta in cui si erano appiccicati cartoline e affranchi postali.

Detective del passato

Nicolis e il suo team di detective del passato, a cui si sono aggiunti gli esperti trentini dei Beni librari, hanno letteralmente liofilizzato la poltiglia, asciugandola. Ed ecco spuntare l’identit del soldato in grigioverde che ho potuto guardare davvero negli occhi il ricordo ancora nitido del professore. L’elemento meglio conservato era una ricevuta di spedizione ferroviaria datata 19 novembre 1915. Compariva il timbro di un ufficio postale di Milano, era il pap di Rodolfo che aveva mandato al figlio un pacco con degli indumenti invernali. Nome, cognome, destinatario, reggimento. Il resto lo ha fatto Onorcaduti (il monumentale database della Difesa che raccoglie i dati sui nostri caduti). Si scoperto che Rodolfo, morto a 30 anni, era stato richiamato dopo un precedente periodo di leva. Dopo la valanga gli alpini preferirono lasciarlo nel crepaccio, divenuto, come in un racconto buzzatiano, la sua tomba. Di lui sappiano soltanto che era fidanzato, racconta ora Maria Rosa Terruzzi, 67 anni, lontana pronipote dell’alpino. Che dopo un secolo potr finalmente riposare nella sua terra accanto al fratello

12 ottobre 2018 (modifica il 12 ottobre 2018 | 23:01)

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FONTE UFFICIALE: CORRIERE.IT

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