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A quanto pare, lo scalda pancia USB di cui vi abbiamo parlato domenica scorsa non era altro che la punta dell’iceberg. Da una ricerca sul sito di Thanko (ancora una volta, rigorosamente in giapponese) si può trovare un’intera linea di deliri gadgetistici dotati di porta USB a tema termico.

Iniziamo dai guanti termici USB. Sono disponibili in versione lunga e corta in due design specifici per uomo e donna. Tutti i modelli permettono di scoprire le dita per rendere possibile la digitazione. Come per la panciera c’è un battery pack opzionale, molto indicato per evitare un effetto psicologico da incatenamento al PC causato dai cavi (che pendono da ogni mano) che vi ancorano al PC.

Non potevano mancare anche le calzature termiche: ciabatte e scarpe da casa riscaldate dalla solita interfaccia USB. Se il design dei guanti era terribile, qui si potrebbe quasi definire mortale. Non è difficile immaginare a quali disastri si potrebbe venire incontro se si prova a fare qualche passo con le ciabatte ancora agganciate alle porte del PC desktop,
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o peggio, del laptop. Tra le indicazioni troviamo scritto che “la lunghezza del cavo è di 145cm, adatta ad assumere la rilassante postura a gambe incrociate”. Il battery pack è opzionale per entrambe le versioni. L’articolo continua dopo l’interruzione.

Ma perchè riscaldare solo mani o piedi? Thanko propone anche una coperta riscaldata USB (o forse è un sacco?) che tramite un’asola e un bottone posti strategicamente ne permettono un uso a mò di mantello.

I prezzi sono di circa 17 per guanti e calzature, mentre per la coperta sacco mantello si arriva a poco meno di 20. Per quanto riguarda la disponibilità date un’occhiata su Ebay oppure affidatevi a Google, ci sono molti prodotti simili in vendita anche sul nostro territorio.
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Quando le raffiche di mitra ruppero il silenzio del placido villaggio di Necoclì, il piccolo Juan Guillermo, con soli 4 anni, fece quello che il padre e la madre gli avevano ordinato di fare ogni volta che avesse sentito degli spari: correre in camera, nascondersi sotto il letto e starsene in silenzio fino a quando qualcuno della famiglia non fosse venuto a prenderlo. Dopo alcune ore di attesa il piccolo peladito, come lo chiamavano i compagni per quella sua testolina rasata, uscirà allo scoperto in cerca dei genitori: era il 1992, e suo padre Guillermo, camionista, perdeva la vita in una delle tante sparatorie che echeggiavano ogni giorno nel golfo di Urabà, nella regione caraibica di Antioquia, feudo del boss narco Pablo Escobar Gaviria.

Sono gli anni del così detto narcoftbol colombiano, fucina di celebrità quali Asprilla, Valderrama e Higuita, dove fischiare un rigore contro l’America di Cali, il Millonarios di Bogotà o l’Atletico Nacional di Medellin equivale a una condanna a morte. Dribblando le bastonate della nonna, incaricata di farlo studiare, Juan Guillermo passa le sue giornate al campetto di terra battuta La Batea, dove a piés pelaos a piedi nudi comincia ad emulare le serpentine di Ronaldo, idolo dell’infanzia, e a catturare l’attenzione degli osservatori del Mingo Ftbol Club di Necoclì, i primi a regalargli un paio di scarpini.

Inquieto e spericolato, dopo essersi rotto una gamba scendendo da un carro di fieno sul quale si era nascosto per sfuggire al martirio scolastico, “Gian Burrasca” Cuadrado cadrà dalla cima di un albero di guayaba, dove si era arrampicato per coglierne i succulenti frutti: l’atterraggio felino, miracolosamente effettuato su quattro zampe, gli farà saltare via tutte le unghie delle mani e dei piedi, provocando le ire e le insonnie della premurosa mamma Marcela.

A metà degli anni ’90, l’escalation di violenza che travolge il paese e terrorizza la loro zona, spingerà la giovane vedova a cercare lavoro nelle piantagioni di banane della più tranquilla Apartadò, dove Juan Guillermo veste i colori del Manchester Club e l’accompagna alle scuole serali, per poi addormentarsi regolarmente tra le sue braccia. Al momento di tornare nella natale Necoclì, i dirigenti la implorano però di lasciarlo crescere nel club, promettendole di provvedere alla sua istruzione e disciplina fuori dal campo. Hombre araa, “uomo ragno”, sarà il suo soprannome dopo le ripetute fughe oltre le alte mura di recinzione dell’istituto, durante le ore di lezione,
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per ricongiungersi con la pelota, unica fedele compagna di vita.

Ha quasi 13 anni quando un talent scout del Deportivo Cali lo porta alla corte di mister Nelson Gallego, suo “padre” calcistico, l’unico, in mezzo allo scetticismo dei propri collaboratori, a percepire il potenziale di quell’ala piccola, magra e sottopeso, che durante i provini poteva stare mezz’ora senza toccare un pallone: durante i lunghi otto anni passati in casa del suo allenatore, Cuadrado prenderà finalmente chili, centimetri e dimestichezza con il gol, affilando quella gambeta che lo ha reso una pedina fondamentale tanto della Fiorentina di Montella quanto della Colombia di Pekerman.

Dall’afa tropicale di Cali al rifiuto della serie B argentina, dalle spiagge caraibiche di Medellìn, tra le file dell’Independiente, al freddo di Udine e al calore del Salento: qualunque sia stata la piazza in cui è passato, Juan Guillermo Cuadrado lo ha fatto con quel suo caratteristico incedere elettrico e sincopato, accompagnato da finte e contro finte, con cui puntare dritto verso la porta. Magro e leggero, scalpita su e giù per quella fascia destra che in spagnolo dà il nome al suo ruolo di carrilero, colui che percorre il carril, “la corsia”, cambiando il ritmo del gioco e portando a spasso le difese avversarie.

Come in quel sogno che lo perseguita fin da bambino confessato alla stampa colombiana alla vigilia del mondiale brasiliano in cui una strega lo rincorre fino a costringerlo a svegliarsi in un bagno di sudore, Cuadrado continua a correre senza sosta, più di dieci chilometri a partita, con le treccine al vento: i capelli crespi, tipici dei mulatti di Antioquia, sono opera delle mani sapienti e amorose di mamma Marcela, che sulle sponde dell’Arno si occupa di tenere lontano la nostalgia di casa cucinandogli piatti tropicali a base di pesce, riso e banane fritte.

La bella e allegra Doa Marcela la potete vedere nello spot della passata di pomodoro Fruco marca colombiana di salse e marmellate mentre prepara un delizioso sancocho per il suo piccolo e affamato Juancito, di ritorno dalla spiaggia di Necoclì. Ogni mamma ispira i suoi figli recita la reclame, dove un Cuadrado già adulto appare ora vestito con i colori della nazionale cafetera, correndo dietro alla pelota per le strade di Firenze: un paio di palleggi in Piazza della Signoria, un doppio passo di fronte alla Galleria degli Uffizi, una sgroppata lungo il Ponte Vecchio e per finire, un piatto di spaghetti in Piazza del Duomo, dove mamma lo obbliga finalmente a sedersi a tavola come una volta, quando quello che oggi in Colombia chiamano El Rey de la Gambeta era, per tutti,
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el peladito.