«Santiago, Italia» di Nanni Moretti: l’Italia che viveva il Cile come fratello e la globalizzazione che ci allontana


«Chi ha memoria è in grado di vivere nella fragilità del tempo presente. Chi non ne ha non vive da nessuna parte». Sono parole di un documentario di Patricio Guzmán che si intitola «La nostalgia della luce».

In Cile, patria del regista, esiste un luogo leggendario, il deserto di Atacama. Lì è stato installato un potentissimo osservatorio che consente agli scienziati di scrutare le stelle nelle condizioni più favorevoli. Lì si racconta che, dopo piogge intense, spuntino dei fiori rendendo possibile l’impossibile: un deserto fiorito. Lì, nel luogo delle stelle e di fiori, anziane donne non smettono di cercare i resti dei loro figli nella nuda terra. Perché, nell’immensità del deserto, il regime di Pinochet allestì dei luoghi di tortura per democratici cileni. I regimi autoritari sudamericani degli anni Settanta praticavano la sistematica sparizione degli oppositori. Scomparivano, ragazze e ragazzi argentini o cileni. Diventavano nulla nel mondo. Se ci pensiamo, la parola «desaparecidos» è tra le più disumane che la storia abbia conosciuto.

Non un corpo, non una certezza. Solo un vuoto. Come quello che, incappucciati, dovevano sentire sotto di sé gli antifascisti mentre venivano fatti volare dagli aerei dei militari.

Il nuovo film di Nanni Moretti, «Santiago, Italia» è un inno sobrio, emozionante e rigoroso al valore della memoria, uno dei beni che stiamo maggiormente perdendo in questo tempo «presentista», indifferente al passato e spaventato dal futuro.

Per una generazione di ragazzi italiani il Cile è stato sogno e tragedia, allegria e disperazione. Sembrava fosse finalmente possibile coniugare socialismo e libertà, i due fratelli separati del comunismo del Novecento. Dove non era riuscito Dubcek, schiacciato nel sangue dai carrarmati sovietici, sembrava poter riuscire il mite Allende che, in un’indimenticabile intervista a Roberto Rossellini, ribadiva il legame della sua esperienza con i più sofferti valori del Novecento: la democrazia, il pluralismo, il consenso popolare. Avevamo sperato con lui e sofferto per il suo isolamento mondiale. Allende non piaceva «ai russi e agli americani». Come in Italia per Moro, minacciato da Kissinger, e per Enrico Berlinguer che proprio dai fatti cileni aveva originato la proposta del compromesso storico.

Nel film di Moretti ne parla un altro grande regista cileno, Miguel Littín: «Un socialismo umanista e democratico, era questa la scommessa di Allende, che distingueva il governo di Unidad Popular da tutti gli altri socialismi esistenti all’epoca, regimi gerarchici, molto autoritari, addirittura dittatoriali». Quel sogno è stato interrotto anche per colpa delle divisioni della sinistra, sempre dilaniata tra massimalismo e riformismo e divisa al suo interno.

Allende sembrava, allora, un uomo solo. Solo con il suo popolo. E questo lo faceva amare. Per noi, che eravamo ragazzi allora, il Cile è stato fratello. Piangevamo sentendo Victor Jara — poi ucciso con la barbarie della roulette russa nel lager dello stadio di Santiago — cantare la struggente «Te recuerdo Amanda». Ci sembrava, a ragione, che ci fosse un risorgente nazismo da combattere, trent’anni dopo. E che questo ci riguardasse, uno per uno. A rivederli ora, nel film di Moretti, gli aguzzini sembrano dei marziani ostinati.

Che paradosso pensare oggi che per centinaia di migliaia di ragazzi italiani il Cile, un Paese lontano, fosse ragione di un incessante, quotidiano impegno civile: volantini, manifestazioni, assemblee scolastiche, concerti con gli Inti Illimani. E, come ricorda con nitidezza il film di Moretti, lo fosse anche, per tante aziende e famiglie italiane, il cercare un posto di lavoro o un letto per questi esuli politici, fuggiti da lontano e ospitati come fratelli nelle case della provincia del nostro Paese. È pensabile oggi qualcosa di simile? O non siamo invece travolti da una nuova retorica?

Abbiamo sostituito l’odio ai valori, l’egoismo all’altruismo, l’indifferenza alla condivisione. Siamo spaventati, rannicchiati. Se una giornalista maltese viene fatta saltare per aria, un intellettuale turco imprigionato, o un reporter saudita decapitato in un consolato nessuno fa nulla, se non un tweet grondante indignazione. Il mondo globalizzato e in rete ci ha reso lontani ed estranei.

Quando Michelle Bachelet mi ha fatto entrare alla Moneda, il palazzo presidenziale bombardato dai golpisti, e mi ha mostrato lo studio di Allende e il divano dove fu trovato sfigurato in volto ho sentito che tutto quello era parte della mia vita. Quando sono stato a Villa Grimaldi, dove furono torturate 4.500 persone, ho visto con dolore i luoghi dei quali mi avevano parlato miei amici cileni, torturati con l’elettricità applicata alla vagina o ai genitali maschili.

L’Italia si è comportata bene con il Cile. Democristiani, socialisti, comunisti furono coraggiosamente uniti contro la dittatura sostenuta da Nixon. I cileni si rifugiarono nell’ambasciata italiana, a centinaia. Nel film di Moretti ci sono toccanti immagini del cadavere di Lumi Videla, una ragazza il cui corpo fu gettato dagli agenti del regime nel giardino dell’Ambasciata per costruire la menzogna della sua morte durante un’orgia.

Il Cile, chiamando in causa libertà e dittatura, non permette, come dice Moretti, di «essere imparziali». E la vita, l’ambiente, il nostro futuro non ci consentono davvero di essere «indifferenti».

Se lo fossimo stati, a Villa Grimaldi si griderebbe ancora.




FONTE UFFICIALE: CORRIERE.IT

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