Roberto Costantini, l’anteprima del nuovo libro «Da molto lontano» (Marsilio)


Il mare, quattrocento metri più sotto, si estende all’infinito, fino a confondersi col cielo nel riflesso abbagliante del sole. Loro due si tengono per mano.
La voce: la vita ci aiuterà a dimenticare…
Il pensiero: la morte ci aiuterà a dimenticare…
Sono entrambi sinceri, la voce e il pensiero. Sinceri, ma inconciliabili.

Prima parte

Domenica 1° luglio 1990

Roberto Costantini, «Da molto lontano» (Marsilio, pagine 608, euro 19,90)
Roberto Costantini, «Da molto lontano» (Marsilio, pagine 608, euro 19,90)

I due cowboy si fronteggiano nello spiazzo polveroso sotto l’occhio caldo del cielo blu, le braccia distese lungo il fianco, le mani accostate al calcio delle pistole che sporgono dalle fondine. Rock Hudson e Kirk Douglas si scambiano gli ultimi sguardi. Michelino sa che Kirk è andato al duello decisivo con la pistola scarica. Lo sa perché è lui Kirk, e l’ha scaricata di proposito. La scena cambia. Adesso è notte. Sul mare, i due contendenti, uno sul motoscafo e l’altro sul gommone, impugnano le pistole. Quello sul gommone spara. Un colpo, due, tre. Mike è sul motoscafo. I proiettili gli attraversano il corpo, escono senza sangue né dolore. Risponde al fuoco. Il primo proiettile fa girare su se stesso e cadere in ginocchio l’altro, che si appoggia al tubolare del gommone cercando di rialzarsi. Si rimette in piedi, barcollando. Mike spara il secondo colpo, è il miglior tiratore dell’Africa intera. Il proiettile attraversa il cuore dell’avversario e ora Mike sente il dolore che gli dilaga nel petto, il cuore batte sempre più forte, pompa furioso il sangue al cervello, il fischio lo avvisa che ora esploderà e il dolore finirà, il fischio si fa più forte, più vicino, infrange la barriera tra sogno e realtà.

Mi svegliai di colpo, madido di sudore, il cercapersone sul comodino continuava a trillare. Nella luce del giorno che filtrava debole nella stanza attraversando le persiane chiuse, allungai il braccio, la mano tastò tra il posacenere pieno di cicche di Gitanes, la bottiglia vuota di Lagavulin, la boccetta con i sonniferi, fino ad arrivare al pulsante del cercapersone.
Provai a spegnerlo, ma lo feci cadere a terra, con l’ottimo risultato che si spaccò in due e smise lo stesso di suonare. Forse era meglio così, non avevo nessuna voglia di essere cercato, ma mi tirai su. Il mio corpo voleva restare a letto, ma la mente era di parere contrario, e non per senso del dovere, visto che non ero di turno. No, semplicemente non volevo tornare in quello spiazzo polveroso sotto il sole, su quel motoscafo di notte, non volevo sparare a Rock Hudson con la pistola scarica. Ero sempre io: quel ragazzo chiamato Michelino, Mike, Africa, poi diventato Michele Balistreri, commissario della Omicidi.
Il lavoro in polizia, prima al commissariato di Vigna Clara e ora alla Terza sezione della squadra Mobile, avrebbe dovuto essere solo una breve parentesi. «Per disintossicarti» diceva mio fratello Alberto. Ma per disintossicarmi dal mio passato ci sarebbe voluta una medicina che non avevano ancora inventato: un solvente che facesse sbiadire i ricordi. Guardai l’orologio, le due del pomeriggio. Mi ero addormentato tardi, nonostante il Lagavulin e il Tavor. Colpa dei festeggiamenti per la vittoria dell’Italia, rombi di moto, clacson, gente che cantava.

Notti magiche
Inseguendo un goal

Idiozie senza senso.
Eppure otto anni fa hai festeggiato eccome la vittoria di Paolo Rossi, Balistreri.
Ecco, quella serata faceva parte della stessa categoria di Kirk e Rock. Potevi scriverci milioni di cose sulla lavagna della vita. Ma non cancellare quelle scritte prima.
La testa mi scoppiava. La serata si era prolungata fino a tarda notte insieme alla giovane moglie di uno dei tanti maschi che l’avevano trascorsa allo stadio Olimpico e poi a celebrare il successo degli azzurri in giro per Roma. Io avevo festeggiato con lei nel loro letto matrimoniale sotto il crocefisso. I mondiali di calcio in casa erano un’occasione perfetta per me, irripetibile. Le mogli e le fidanzate abbandonate dai loro uomini per seguire la nazionale erano un ottimo scacciapensieri.
Temporaneo, ovviamente. Come una nuvoletta sul sole mentre attraversi il deserto. Ma del resto tutto è temporaneo.
Mi trascinai fino al telefono che avevo staccato appena ero rientrato quasi all’alba nella mia casa alla Garbatella e composi il numero della squadra Mobile.
Il mio ufficio, il mio lavoro.
L’ispettore Capuzzo rispose subito, col suo bell’accento napoletano un po’ rovinato dall’ansia.
«L’abbiamo chiamata anche sul cercapersone, dottore, ma lei…»
«Non ho dormito a casa. E poi non sono di turno.»
«Per fortuna dopo l’estate tutti i dirigenti avranno il telefono mobile di servizio.»
«Che diavolo sarebbe?»
«Come? Non li ha visti? I nuovi telefoni cellulari senza fili, tascabili, può portarli sempre con sé ed essere raggiunto dovunque.»
Rabbrividii.
«Ho capito. Me ne avevi già parlato una volta… Meraviglioso… Chi si è fatto ammazzare di domenica, Capuzzo?»
«Nessuno, dottore. Ha letto del rapimento sul Messaggero questa mattina?» «Capuzzo, da quanti anni lavori con me?»
«Otto, dottore.»
«Leggo i giornali?»
«No. Anzi sì, nel 1982 quando ho iniziato a lavorare con lei durante il Mundial di Spagna…»
«Lascia perdere» lo interruppi.
Non parlavo mai di quei giorni e della mia prima indagine. Quando una ragazzina venne rapita e uccisa da un assassino mai catturato. Quella sera sì che ero di turno! Solo che invece di essere in ufficio me ne stavo a casa di amici a guardare gli azzurri di Bearzot segnare tre gol e il presidente Pertini esultare.
«Che c’è sul Messaggero, Capuzzo?»
«Sa chi è Prospero Petruzzi, almeno?»
«Almeno?…»
Capuzzo capì che tirava una brutta aria.
«Dobbiamo vederci alla residenza dei Petruzzi. Sa dov’è, vero?»
Certo, sapevo chi era e dove abitava il grand’uomo. Purtroppo non riuscivo a vivere del tutto fuori dal mondo. Prospero Petruzzi. Cavaliere del lavoro per meriti sociali. L’ottavo re di Roma. Cinquantenne, un ex muratore che aveva fatto la sua vera fortuna iniziando a costruire strade all’estero negli anni Settanta. In quasi vent’anni era diventato uno degli uomini più ricchi d’Italia. Con i soldi guadagnati in terra straniera e una rete di amici in politica, si era messo a costruire quartieri popolari a prezzi impopolari su aree che quando le acquistava non erano edificabili e poi non si sa come lo diventavano sempre. Aveva investito i profitti dell’edilizia in tv private, editoria periodica, esclusive cliniche dove chi gli serviva si curava gratis, i ricconi a carissimo prezzo e la gente normale non poteva nemmeno entrare al bar. I politici amavano le interviste in tv o sui giornali, e quando si ammalavano non volevano certo andare in quei terribili ospedali pubblici dalle pareti scrostate.
«Sì, Capuzzo. Ci vediamo lì.»
Mi sciacquai la faccia e mi lavai i denti. Poi buttai giù quel nuovo farmaco.
Col Prozac la vita ti sorriderà.

9 novembre 2018 (modifica il 9 novembre 2018 | 21:02)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




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