Morto Milton Gendel, nei suoi scatti un secolo di volti


Con i suoi quasi cento anni — li avrebbe compiuti il prossimo 16 dicembre — sorrideva, con la proverbiale (auto) ironia, a quanti per adularlo lo definivano un monumento: S, ai caduti, rispondeva. E la battuta sempre pronta, non di rado tagliente, era solo una delle tante caratteristiche di Milton Gendel, classe 1918, morto l’11 ottobre a Roma, la citt amatissima dove era arrivato per la prima volta nel 1949 per non andarsene pi. Ma un monumento Gendel — newyorchese di nascita — lo era davvero: intellettuale, scrittore, giornalista, critico d’arte, uomo colto e raffinatissimo, ma soprattutto fotografo, attivit per la quale, da decenni, veniva celebrato con mostre, libri e omaggi vari. Un’attivit iniziata nei circoli surrealisti newyorchesi prima del trasferimento in Italia, sodale negli anni Quaranta di quella cerchia allora riunita attorno ad Andr Breton che Milton, anni dopo, definir un bizzoso signore di mezza et abbastanza pieno di s. Volti di scrittori, artisti, aristocratici: nella Gendel-antologia di immagini, lunga un secolo, oltre a foto di netta derivazione surrealista (soprattutto agli esordi) si ritrova tutto un monde perdu che Milton aveva incrociato, da testimone e da protagonista: Anais Nn, Peggy Guggenheim, Salvador Dal, Cecil Beaton, Truman Capote, Bob Rauschenberg, Leo Castelli, Alberto Burri, la principessa Margaret — sua amica per il tramite della seconda moglie, Judy Montagu — e perfino sua maest Elisabetta II d’Inghilterra. Che Milton — privilegio riservato a pochissimi — ebbe modo di immortalare in foto tanto famose quanto poco ufficiali, a Balmoral, con The Queen indaffarata tra pappe e ciotole degli adorati cani.

Da sempre attratto dall’aristocrazia (del sangue ma anche del pensiero), Gendel stato una sorta di Nadar tra Italia e America, ritrattista e instancabile anfitrione di un mondo di happy few che a pi riprese si ritrovava nelle sue straordinarie case piene di libri e oggetti d’arte. La prima, quella sull’isola Tiberina, ripresa da Michelangelo Antonioni nella scena iniziale del film L’Avventura; l’ultima nel Palazzo romano che fu di Geg Primoli, illustre collega-fotografo di Milton, discendente di Napoleone (nell’edificio c’ il Museo Napoleonico), altro personaggio fuori dall’ordinario, diarista e fotografo tra Parigi e Roma a cavallo tra XIX e XX secolo, nonch nipote prediletto dell’imperatrice Eugenia. Di Primoli, Gendel era (e un po’ si sentiva) erede spirituale. E alla Fondazione intitolata a Geg ha lasciato, in cambio di un’ospitalit nel Palazzo patrizio che durava dal 2010 (e dove visse anche Mario Praz), il suo sterminato archivio con oltre 70 mila fotografie. Circondato dagli affetti e dall’ultima moglie, Monica Incisa della Rocchetta, fino alla fine dotato di una straordinaria energia fisica (solo pochi mesi fa decise di andare a piedi a trovare l’amico Alvar Gonzlez-Palacios, grande storico dell’arte, mettendosi a correre tra le auto incolonnate del centro di Roma: maleducazione far aspettare chiunque. Figurarsi uno come Alvar…), Milton sar ricordato con un incontro tra amici, ma senza alcuna cerimonia religiosa. Le sue religioni, tutte laiche, erano l’immensa casa-studio (precedentemente atelier di Mario Schifano), la fotografia (Non vedo pi bene, ma vorrei tanto fotografare ancora certi muri di Roma…) e i ricordi, vivissimi, di Calder, De Kooning, di Mim Pecci Blunt e dei soggiorni nella fantastica Villa di Marlia, di Iris Origo, Piero Dorazio, del conte e mecenate Giuseppe Panza di Biumo o di John Paul Getty.

11 ottobre 2018 (modifica il 11 ottobre 2018 | 22:18)

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