La donna che salva l’arte dalle macerie


Il tenente Barbara Caranza cammina nei saloni della cinquecentesca Villa Gropallo, tra affreschi e stucchi addolciti dal tramonto rosa di un caldo autunno genovese. Qui lei interviene spesso per «restauri preventivi» su pareti e arredi, però in questi giorni è particolarmente felice perché ha vinto un concorso (bando pubblico) per andare a restaurare alcune opere nel deposito di Santo Chiodo, quel luogo che, a Spoleto, accoglie dipinti, sculture e frammenti salvati dai terremoti che hanno colpito l’Italia centrale. Come mai ci teneva così tanto? «Perché lì c’è una Madonna che io e la mia squadra abbiamo estratto a pezzi dalle macerie di Frascaro, un borgo della Valnerina, in Umbria, tra i più danneggiati dal terremoto del 2016-17. Prima trovammo il corpo, poi la testa, quindi il Bambino che teneva in braccio e infine anche il libro che aveva in mano, spezzato in due. E sa che le dico?» Che cosa? «Che quel concorso per andare al Santo Chiodo l’ho fatto quasi solo con la speranza che mi diano da restaurare proprio quella Madonna. E vorrei che i frascaresi la potessero riavere al più presto».

Caranza è così. Minuta ma dalla struttura forte, dalle braccia ai capelli. Niente trucco e uno spessore umano temprato dai mesi («Nove per l’esattezza, quasi consecutivi») trascorsi nei campi allestiti per l’emergenza durante i terremoti che di recente hanno devastato il centro Italia. Quarantadue anni, una lunga specializzazione nel restauro e negli interventi nelle aree di crisi, il tenente Caranza è una monuments woman ed è l’unica restauratrice della «Riserva selezionata dell’esercito». Interviene con i team preposti per salvare le opere d’arte nei luoghi colpiti da sismi, alluvioni o conflitti armati. La Riserva è composta da professionisti altamente qualificati e Caranza è Genio Guastatore, nell’Ottavo reggimento della Brigata Folgore.

Com’è fare il soldato-restauratrice?
«Bellissimo. Dico grazie a tutti i superiori che mi hanno inserita nelle missioni».
Però non deve essere facile far passare il concetto che in situazioni così drammatiche il recupero delle opere d’arte è importante.
«In teoria no, ma le racconto una cosa. A Frascaro, frazione di Norcia dove abbiamo recuperato la Madonna, le campane della chiesa erano rimaste sotto le macerie. Un giorno gli sfollati ci chiesero di poterne avere una al campo. Non era una campana di valore artistico, però noi capimmo subito che per quelle persone era importante: sarebbe servita loro per richiamare la gente alla funzione della domenica, seguita da una festa tutti insieme. Insomma, avrebbe restituito loro una domenica normale. Così gliel’abbiamo recuperata. Quella sera, dopo aver visto le loro facce felici, mi sono domandata se quella decisione, ovviamente presa da tutta la squadra, fosse stata giusta, visto che quelle zone sono ricchissime di opere d’arte di valore storico da salvare. Non ho avuto dubbi nel darmi la risposta: se non lo avessi fatto, non avrei capito nulla del mio lavoro, della nostra missione, del senso dello stare lì».
E qual è questo senso?
«Comprendere che nei piccoli centri come Frascaro l’arte non è solo una tavola di valore o una scultura antica e preziosa. L’arte è un simbolo importantissimo della vita di quelle persone. Gli togli la statua che ogni anno portano in processione e gli togli un pezzo di vita. In fondo, l’arte autentica è questo: incide in silenzio sulla sua esistenza. Ti accorgi che ti manca solo quando la perdi».
È per questo che lei chiama spesso il suo lavoro «missione»?
«Forse sì. Le racconto un altro aneddoto. Sempre in quel paesino umbro avevamo recuperato un crocifisso, elemento importante nella tradizione popolare di quel posto ma cruciale in un dato giorno dell’anno perché protagonista di una festa devozionale. Come da prassi, portammo l’opera al Santo Chiodo, ma capimmo che i tempi sarebbero stati lunghi. Allora parlammo con i restauratori e siccome i danni non erano così profondi, li pregammo di stabilizzare il prima possibile quell’opera. Quando portammo il crocifisso agli abitanti del paese per la liturgia, sentii intorno a me una gioia che commosse».
Qual è la dote che la sua figura professionale, nella squadra, deve coltivare di più?
«La capacità di infondere fiducia, ma l’ho capito dopo. All’inizio pensavo che a contare davvero fosse solo l’abilità di far fronte alle emergenze e, per carità, questo è fondamentale. Ma sul campo si imparano anche altri valori. Ancora un esempio: quando crolla parte di un edificio storico noi proteggiamo le macerie “preziose” con sacchi di sabbia e con un telo. Ho notato che la gente apprezza questo metodo, perché sente che la sua chiesa, il suo palazzo medievale e la sua città sono al sicuro. Sono convinta che non ci sia ricostruzione che tenga se non si parte dalla consapevolezza che il tuo Paese ti appartiene, che l’arte è anche roba tua».
Come si mette a tacere la paura in casi come quello in cui si deve entrare in una chiesa parzialmente crollata per recuperare un affresco, mentre le scosse continuano?
«Negare la paura non ha senso e l’addestramento aiuta a capire quando è il caso di fermarsi. Ma tutta l’operazione in centro Italia è stata una questione di squadra, coordinata dalla Protezione Civile e in stretta collaborazione con tutte le forze, dai Carabinieri ai Vigili del Fuoco ai funzionari del Mibac. Non ti senti mai da solo, però la preparazione e l’esperienza sono essenziali. Se io mi trovo in un edificio colpito non devo pensare solo a come recuperare un frammento di affresco — e tenga conto che a volte occorrono giorni interi per trovare tutti i tasselli. Devo poter capire che cosa succederà a quella casa e a quella parete affrescata se dovesse arrivare un’altra scossa, pari o più forte della precedente. Per esempio, nel giro di pochi minuti, nella velinatura di un affresco, devo capire se è meglio la colla al caldo o a freddo».
Qual è il valore aggiunto che l’esercito può dare in queste operazioni?
«Usare tecnologie solitamente impiegate in altre circostanze. Noi abbiamo, per esempio, robottini che nei conflitti servono a verificare l’esistenza di mine o di ordigni, mentre in questo caso li abbiamo usati negli scavi, per trovare pezzi sepolti sotto le macerie».
Lei ha la nomina di capitano, in attesa del decreto. Comunque, ha guidato una squadra come responsabile tecnico. Qual è la cosa più difficile nel coordinamento?
«Quando si è in missione il fatto che si lavori insieme e compatti, rende tutto più facile. Però ci sono cose che a pensarle a freddo fanno rabbrividire: per esempio distribuiamo il rischio. Se c’è da fare un lavoro all’interno di una struttura instabile, non può restarci una sola persona, accollandosi tutto il rischio. Bisogna fare a rotazione, in modo che le eventualità siano diluite fra tutti».
Lei ha fondato un’associazione di volontari che interviene in caso di calamità.
«Sì e siamo tutte donne. Una volta, durante l’alluvione di Genova, ci siamo rese conto che da sole non ce la facevamo. Così, per sistemare le tombe al cimitero di Staglieno, abbiamo arruolato i camalli, gli scaricatori di porto».
Una riservista può essere richiamata in qualsiasi momento e per un tempo non quantificabile. Come concilia questo con il suo lavoro (da «civile») di restauratrice?
«Be’, non sempre è facile ritrovare mercato quando sei stata via per mesi. Però quello che faccio mi dà così tanto che stavolta il rischio me lo accollo tutto e volentieri».

4 dicembre 2018 (modifica il 4 dicembre 2018 | 12:41)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




FONTE UFFICIALE: CORRIERE.IT

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