Ivo van Hove, presunzione che non comunica nulla


Nelle conversazioni che abbiano per oggetto il teatro ricorre la parola stroncatura: Ah s, quello s che un articolo che stronca; quello l non stronca mai, gli piace tutto. Ma la ricorrenza di questo vocabolo non che l’altra faccia di ci che la critica contemporanea: una succursale della profluvie pubblicitaria. Se c’ cos tanta pubblicit l’unico risvolto possibile non pu essere che la stroncatura, non la critica vera e propria, o una parvenza d’essa, un tentativo di analisi del testo. Per quanto mi riguarda, la stroncatura, o ci che penso sia — ossia uscire dai binari della critica ed entrare nella lingua dell’invettiva (o qualcosa di simile) — cerco di riservarla alla testualit pretenziosa.

Uno spettacolo sbagliato (ma fosse un libro o un film sarebbe lo stesso) non che un prodotto artigianale riuscito meno bene di altri. Il mercato ne vende cos tanti che possiamo imbatterci nell’una e nell’altra possibilit. Sto dicendo tutto questo pensando a Romaeuropa festival. Offre un programma vastissimo: i generi di spettacolo vi sono tutti rappresentati e ve ne anche qualcuno difficile da definire. Ho visto un bello spettacolo di danza, un dignitoso spettacolo di prosa, uno stupendo spettacolo di circo. Non ho visto l’Orestea di Anagoor per la locandina: vi era in essa cos tanta presunzione (un’inclinazione gi intravista in prove precedenti) da farmi desistere a priori. Che dire di una frase come questa per indicare autori di riferimento: Orizzonte di pensiero e di parola? E che dire di nominare Virgilio come P. Virgilio Marone? E di citare per ultimo, dopo Leopardi, H. Broch, H. Arendt il quasi a tutti ignoto G. Mazzoni?

Un altro spettacolo presuntuoso, se non di pi, The Diary of One Who Disappeared di Ivo van Hove. Stando ai tre spettacoli suoi che ho visto, questo regista belga — un regista non certo un autore — gode di una fama sproporzionata: l’elemento a essi comune proprio la presunzione, la volont d’essere originali fin dalla scelta dei testi.

Sia Les Damns tratto da La caduta degli di di Visconti, sia Les choses qui passent del cosiddetto Proust belga Louis Couperus, visti nel 2016 e questa estate, li ho gi dimenticati. Come dimenticher The Diary, dedicato a Leoš Jancek. Si tratta di teatro musicale: ventidue canzoni per tenore e pianoforte (la loro durata sarebbe di trentotto minuti) cui Annelies Van Parys ha aggiunto tre brani per coro di donne e mezzo soprano; in tutto, considerando i movimenti dei quattro attori (la base appunto il Quartetto n. 2), per uno spettacolo di minuti 62, non gi gli ottanta annunciati in locandina. Che cosa ascoltiamo? Musica imponderabilmente struggente, certo: essa nasce dall’amore senile per la rom Yefka. Ma assistiamo a movimenti di due attori (uno, il giovane, doppio dell’altro, l’anziano), di un mezzo soprano e di una pianista in un elegante domicilio che non comunicano nulla se non una stucchevole volont di raffinatezza, la pi insidiosa forma della presunzione.

10 ottobre 2018 (modifica il 10 ottobre 2018 | 17:46)

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