«Il castello delle cerimonie», reality fra religiosità e paganesimo


Non ho mai fatto mistero della mia passione per Il boss delle cerimonie che, ora, dopo la morte di Don Antonio Polese, si chiama Il castello delle cerimonie (Real Time e Dplay). I motivi sono tanti a cominciare dalla location, il famoso castello La Sonrisa di Sant’Antonio Abate: un trionfo del kitsch, di sale finto-barocco, di arredi sfarzosi, di giochi d’acqua, di balli, di serenate, persino di elicotteri. Insomma, la scena iniziale del film Reality di Matteo Garrone moltiplicata per il numero delle puntate. la glorificazione di carrozze che trasportano gli sposi, di colombe bianche che prendono il volo, dell’immancabile pono pomellato (un pony con il manto a chiazze), di cantanti neomelodici, di cene luculliane (piatti abbondanti si raccomanda Donna Imma, la figlia di Antonio) e di fuochi d’artificio. Il tutto in un tripudio di paillettes, tacchi che sembrano trampoli, scollature vertiginose e mise improbabili per signore e signori.

Il divertimento non consiste nell’analizzare uno spaccato di vita campana, nel fare della facile sociologia, nell’irridere la pacchianeria del tutto. Questa Disneyland del matrimonio, e ora anche delle prime comunioni, sorprende proprio per la nozione stessa di reality. Che non solo un’invenzione televisiva, un genere; un’interpretazione della realt, un modo d’intendere la vita, l’enfasi con cui si fanno le cose. Sono rimasto sbalordito dall’ultima puntata che ho visto, La comunione di Raffaele Falanga: un misto di religiosit e paganesimo, l’arrivo in elicottero del ragazzino, il desiderio di fare bordello e stupire gli altri come fine ultimo della vita, la comunione e le ballerine sudamericane (una bella tempesta di ormoni, commenta il marito di Donna Imma), persino una drag queen. Ma questa sconsacrazione sar pagata dal reddito di cittadinanza?

7 ottobre 2018 (modifica il 7 ottobre 2018 | 21:18)

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