Gianni Brera a Mario Soldati: la tua commedia è un gol sbagliato


Non c’è personalità più versatile. Nella sua lunga vita Mario Soldati non si fece mancare nulla: romanzi, racconti, poesie, cinema, televisione, pittura e grafica, teatro, giornali nel senso della cronaca, dello sport, del costume, dell’enogastronomia e della critica… Si è parlato di volatilità e di dissipazione, ma a guardare il suo immenso archivio, conservato da diversi anni presso il Centro Apice di Milano, si direbbe piuttosto un uomo vitale, instancabile, curioso, in continua sperimentazione e contraddizione anche con se stesso, ma estremamente lucido e consapevole.

Mario Soldati era nato a Torino nel 1906. Morì a Tellaro (Spezia) nel 1999
Mario Soldati era nato a Torino nel 1906. Morì a Tellaro (Spezia) nel 1999

Quel che si può affermare con sicurezza è che si tratta di una delle personalità più affascinanti della nostra letteratura. Le cui carte, unitamente alla biblioteca, sono state messe all’asta dagli eredi (i due figli Giovanni e Wolfango con la moglie Anna, straordinaria custode della memoria dello scrittore) attraverso Minerva Auctions di Finarte, per una valutazione tra 180 e 200 mila euro. Ma dopo aver realizzato un sopralluogo nel Centro Apice di Milano, dove il fondo è conservato da qualche anno, la Direzione generale degli Archivi (e dunque la Soprintendenza lombarda) ha espresso la volontà di acquisirlo e così il lotto Soldati è stato sfilato dall’asta prevista l’11 dicembre. Ora però, affinché la decisione diventi operativa, bisognerà aspettare che venga nominato dal Mibac il nuovo direttore generale, essendo il posto vacante: una questione politico-amministrativa.

Gianni Brera (1919-1992) è stato il più famoso e brillante giornalista sportivo del dopoguerra, autore anche di romanzi. Fu fraterno amico di Soldati
Gianni Brera (1919-1992) è stato il più famoso e brillante giornalista sportivo del dopoguerra, autore anche di romanzi. Fu fraterno amico di Soldati

Si tratta di 181 buste, scatole di cartone, cartelle, faldoni contenenti taccuini dal 1947 al 1992, manoscritti e dattiloscritti delle principali opere, fotografie, materiali preparatori e abbozzi, bozze, inediti di scritti teatrali e di opere giovanili, un ricchissimo epistolario (con 2500 corrispondenti!), trattamenti e vari altri materiali cinematografici e televisivi, ritagli di articoli, critiche, elzeviri che documentano la collaborazione al «Corriere della Sera» negli anni Cinquanta, al «Giorno» negli anni Sessanta, alla «Stampa» e infine ancora al «Corriere». Soldati era un maniaco dell’archiviazione, conservava e catalogava quasi tutto. Corrado Stajano, che l’ha intervistato più volte, ricorda l’aspetto impeccabile del suo studio, i libri sistemati sugli scaffali alfabeticamente, un ordine contrastante con la sua vitalità in apparenza caotica. E proprio a questo proposito, pensando all’inchiesta sul Po, con un velo di malinconica ironia, Soldati disse allo stesso Stajano: «Chissà, tra duemila anni, forse, si trarranno dagli archivi le pellicole del mio viaggio televisivo, si mobiliteranno le Accademie e mi toccherà dare il nome a qualche via. (E dei miei libri nessuno saprà mai più nulla, come dei miei film)».

Come si diceva, ad Apice c’è anche la biblioteca, di 10 mila volumi, proveniente dalla casa di Tellaro, in Liguria, con prime edizioni novecentesche dedicate dai suoi amici scrittori: è parte del lotto che viene messo all’asta. L’officina creativa e intellettuale di Soldati è tutta qui, in questa sede dell’Università Statale di Milano — negli Archivi della Parola, dell’Immagine e della Comunicazione Editoriale — ed è giusto, come prevede la Soprintendenza, che Apice, dove è già stato inventariato e in parte studiato, continui a conservare e a valorizzare questo enorme patrimonio, autentico pozzo di San Patrizio per storici della cultura e filologi. I quali potranno verificare come la fluidità della prosa di Soldati sia il risultato di lucidi lavori preparatori (ricerche, schemi, scalette, elenchi di personaggi eccetera) e poi di tormentosi passaggi elaborativi, redazioni multiple con cancellature e riscritture.

Negli ultimi dieci anni, Soldati ha avuto quel che si merita: innanzitutto l’opera raccolta in tre volumi dei Meridiani Mondadori (Romanzi, Romanzi brevi e racconti, Diari e scritti di viaggio), curati da Bruno Falcetto con notizie sui testi di Stefano Ghidinelli. E poi un paio di importanti convegni, sempre intrapresi da Apice: Mario Soldati a Milano (2007) e Mario Soldati e gli italiani che cambiano, di cui adesso escono gli atti presso Skira, a cura degli stessi Falcetto e Ghidinelli (pagine 237, euro 25), ai quali si deve pure il magnifico apparato iconografico. Al centro dell’attenzione è il Soldati del ventennio 1957-1979, l’osservatore e il narratore di un Paese che si avviava verso la società dei consumi e del benessere, l’autore di novelle, reportage, inchieste televisive. Un lavorio testimoniato anche da bloc notes, agendine e nove «zaboldenìn» (anagramma imperfetto di «zibaldone») come li chiamava: taccuini di annotazioni sparse, suggestioni, richiami, schizzi, pro memoria di piccole trame per eventuali romanzi futuri, in ossequio alla pratica quotidiana della registrazione puntuale e inesausta. Pagine di quaderno su cui Soldati incollava qua e là ritagli di notizie curiose e insolite tratte dai fogli di cronaca, che confluivano nel grande laboratorio da cui usciva la narrativa autobiografica e/o d’invenzione.

Così, per esempio, in una cartelletta miscellanea degli anni Trenta si trovano tre articoli del quotidiano genovese «Il Lavoro», datati 22, 23 e 24 febbraio 1935, in cui è riferita la vicenda di due giovani sorelle di San Francisco, Elizabeth e Jane Du Bois, figlie del console americano a Napoli, conosciute per la vita eccentrica che conducevano a Capri, le quali, imbarcatesi a Londra su un aereo commerciale diretto a Parigi, si gettarono nel vuoto pochi minuti dopo il decollo. Una suggestione che probabilmente agì, a distanza, nell’elaborazione de Le lettere da Capri, che sarebbe uscito da Garzanti nel 1954 regalando a Soldati, anche grazie allo Strega, il successo che ancora non aveva ottenuto. Il romanzo torna adesso per Bompiani con prefazione di Mariarosa Bricchi, che segnala nei taccuini anche altri reperti utili a leggere il romanzo, compresi due versi dell’Inferno.

Tra le tante vite di Soldati c’è l’autore teatrale, almeno nelle intenzioni. La Cronologia dei Meridiani ricorda opportunamente che da ragazzo il suo primo impulso fu la scrittura drammaturgica e magari la recita: «Le prime cose che ho scritto sono tutte commedie», disse in un’intervista, evocando le fughe serali, a Torino, con l’amico Lello Richelmy per assistere, all’insaputa dei genitori, agli spettacoli allestiti al Carignano o al Balbo. Il rapporto dello scrittore con il teatro, però, non fu fortunato: su richiesta di Paolo Grassi e Giorgio Strehler, scrisse una commedia in tre atti, I panni neri, destinata alla stagione 1958-59 del Piccolo Teatro di Milano. I continui ritardi e le dilazioni costringeranno Grassi a sollecitarlo più volte anche con toni piuttosto sbrigativi: «Non ho più avuto Sue notizie: ho soltanto letto in tutti i giornali italiani del film che Lei, o ha finito o sta per finire (…). Quando pensa di mettersi al lavoro?». Siamo nel dicembre 1958 e fino al febbraio seguente Grassi, in «ansiosa attesa», non avrà notizie. In marzo il testo, conservato in due versioni dattiloscritte nell’archivio di Apice, è pronto, ma accade qualcosa. Il 30 ottobre Soldati scrive che, prima della messa in scena eventuale, vorrebbe «apportare una grossa e importante correzione tra il 2° e il 3° atto», dunque: «non permetto assolutamente che la commedia venga rappresentata così com’è». Ma, come racconta Ghidinelli, i primi a non essere soddisfatti della commedia sono i committenti. Grassi taglia corto ricordando che «la prima stesura de I panni neri non ci convinceva, per i motivi insieme discussi» e adducendo «difficoltà anche, e soprattutto, di ordine di distribuzione». Fatto sta che comunque: «I personaggi sono troppo particolari, troppo delicati e difficili perché lo spettacolo possa essere rappresentato». L’augurio è che «ci si possa incontrare più in là, in un futuro non certo lontano».

Nessun futuro, il progetto fallisce e non se ne riparlerà più. Del resto Gianni Brera, in una lunga lettera, aveva già espresso serie perplessità all’amico Mario: «Poiché ti voglio bene e ti ammiro, ritengo sia mio dovere correre il rischio di sembrarti presuntuoso e… giudico». La trama («ambienti diversi, haute bourgeoisie industrielle, periferia romana, magnaccia umanissimi, ex soubrettes: suspence un po’ equivoca, nella quale sai destreggiarti come nessuno: rivelazioni peccaminose…») appare a Brera più adatta a un romanzo che a una commedia: «Gli scenari che proponi sarebbero ammortizzabili soltanto in Broadway, reggendo lo spettacolo almeno sei mesi: ti rendi conto? (…) il primo atto fila: il secondo non sei riuscito a giustificarlo plausibilmente…». Il giornalista, con grande acume critico, smonta le dinamiche erotiche e psicologiche dell’intreccio, troppo scoperte nel dialogo, e propone numerose correzioni. Si scusa e si riscusa, ma avverte severamente utilizzando anche la metafora sportiva: «E penso altresì che richiamarti a un poco più di rispetto di te medesimo sia dovere di un amico: pigliando sotto gamba il teatro, l’arte, tu prendi sottogamba te stesso: la gentarella ne gode. Ora, di fronte al teatro, tu sei Meazza che ha sbagliato il gol. Succedeva anche a Meazza, come sai bene. Non credere alle pallette di Grassi e Strehler: non osano dirti che hai mancato la pallagol: trovano scuse di comodo (il morto, la temerarietà morale di certe ribellioni ecc.). No, Marius, hai proprio raté le but. Abbi pazienza. Se ti mettono in scena I panni neri così com’è, è per rovinarti (…). Ciao tuo Gioân».

Non è escluso che Soldati abbia fatto tesoro dei consigli del Gioân nella revisione annunciata a Grassi, ma è certo che l’amico aveva a tal punto ragione che molto di quel materiale narrativo, una volta naufragato come teatro, andrà a confluire, diversi anni dopo, ne La busta arancione.

Tra gli amici di lunga fedeltà, c’è anche Giorgio Bassani, con una cospicua busta di lettere, e poi troviamo: Graham Greene, Pasolini, Maccari, Cecchi, Piovene, Pampaloni, Bonfantini, Bertolucci, Visconti, Arbasino, Sereni… Tanti intrecci e rapporti da poter ricostruire un affresco inedito pluridecennale della nostra società letteraria. Il 4 febbraio 1972 il filologo Gianfranco Contini, non certo un tipo di bocca buona, gli scrive: «Fortunatamente l’influenza ha raggiunto anche me, e ho potuto inocularmi, dopo piccoli anticipi presi in tempo “normale”, la dose totale delle Novelle per l’inverno. L’avverto che ho sempre fatto buon uso delle malattie (per esempio, da ragazzo, Proust). Se qualcosa non vale la pena di esser letto, è destinato infallibilmente ai periodi “normali”. Lei è servito a confermarmi la regola». Non è amicizia ma stima. L’affetto si legge meglio nelle lettere di Cesare Garboli, il più fedele dei suoi critici-amici, che nel marzo 1979, dopo aver ricevuto 44 novelle per l’estate, reagisce così: «Ti ringrazio della dedica, e sono felice sempre, della tua riconoscenza, grato della tua gratitudine, per fare un po’ di sincera retorica: però devo essere ancora più sincero: mi piace la riconoscenza, ma preferisco la tua amicizia, che è molto, molto di più».

7 dicembre 2018 (modifica il 7 dicembre 2018 | 21:01)

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