Franco Mussida: un nuovo progetto. La musica in parole, dipinti, sculture


«Parlare di musica è come ballare l’architettura», diceva Frank Zappa. Una bella battuta, ma con tutto il rispetto, solo quella. Se non fossimo capaci di tradurre in parole le esperienze di vita più complicate, studiarle, portarle sul piano della scienza, della letteratura o della poesia, saremmo destinati a non progredire mai. Per questo è giusto parlare di musica, anche se non è facile farlo in modo chiaro. Da parte mia ci proverò a marzo in un libro dal titolo Il Pianeta della musica.

Franco Mussida (Milano, 1947)
Franco Mussida (Milano, 1947)

Ma oggi serve anche mostrarla, la musica. Lo faccio con una mostra appena conclusa a Milano e che girerà l’Italia, per esempio saremo a Reggio Emilia e a Lissone. Bello vedere duecento studenti del Cpm Music Institute aggirarsi in silenzio con un atteggiamento rispettoso tra le aule e i corridoi, dove i sei elementi de l codice musicale sono evocati da un’ottantina di mie opere — sculture, dipinti, installazioni.

La loro voglia di poesia ha confermato che in questo momento storico, la musica — soprattutto quella popolare — ha una straordinaria opportunità. Succede mentre una generazione (la mia), che vedeva nella musica uno strumento destinato a cambiare eticamente il mondo, osserva impaurita la distruzione dei pensieri archetipici sessantottini a colpi di trap, rap e di una virtualità elettronica anaffettiva, esasperata.

Non parlo volentieri di me, ma oggi vivo un nuovo inizio. Alle spalle, oltre ai concerti, ci sono trent’anni trascorsi a portare la musica in scuole, comunità, carceri. Migliaia di persone recluse hanno provato a vincere la loro prigione interiore grazie a un diverso modo di ascoltare la musica con il progetto CO2, sostenuto dalla Siae, dal ministero della Giustizia e dal provveditore della Lombardia Luigi Pagano, con il quale, nel 1988, aprii questa nuova strada. Da trent’anni vivo tra gli studenti. Ogni generazione che fa capolino trova una musica diversa. Ma sono sempre uguali l’entusiasmo e la gioia di scoprire quel rubinetto di energia emotiva free che sa volerti bene, ti consola, rafforza e muove gli affetti, che non cambia mai benché cambino generi e forme.

«La musica l’abbiamo inventata noi, ma ci siamo scordati come mai», è una frase di Slow Music, il movimento culturale immaginato da Claudio Trotta con Carlin Petrini nel comitato etico. Serve dargli una risposta. Serve «mostrare» la musica, parlarne, cercare qualità e bellezza, condividerla con un pubblico capace non solo di usarla per il proprio piacere, ma di gustarla per il suo più intimo valore. Quello che vede i musicisti di domani lavorare con più coscienza nell’aiuto sociale, per portare equilibrio in un disequilibrio affettivo che si moltiplicherà.

Per questo nel 2013, dopo migliaia di concerti in cui ho condiviso emozioni con milioni di persone, mi sono detto che era giusto far vedere quell’invisibile mondo sacro. Ho iniziato a dipingere e scolpire, io che non lo avevo mai fatto, a raccontare lo splendore della musica. A scriverne, perché il musicista conosce meglio dello psicologo il mondo delle emozioni, ci lavora dentro, ci soffre, si misura, si deprime, si esalta e lo comunica con ciò che ha. E infine portare in giro questa immagine della musica nei teatri, ai tanti ascoltatori che mi hanno seguito in questi anni.

Lo farò da settembre, con la chitarra in mano, con parole e suoni, con immagini di un mondo speciale che deve ancora essere scoperto in tutte le sue potenzialità.

Tutto questo lo abbiamo chiamato «M.u.s.i.c.a», che significa: Materia Umana Sonora Invisibile Creatrice d’Armonia. Il futuro è lavorare per permettere all’intelletto di non andare dove gli pare, ma osservare il sentimento, per portare coscienza nel mondo emotivo. È orientarci verso un’ecologia dei sentimenti capace di rendere migliore la persona e il sistema sociale in cui la persona vive. Se la musica cambia le persone, ci aiuterà anche a cambiare il mondo. Ma non può cambiare con l’immaginazione, come si diceva un tempo, cambia con la coscienza del sentire. Così la mia generazione può consolarsi: la mira, in fondo, rimane identica.

2 dicembre 2018 (modifica il 2 dicembre 2018 | 21:40)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




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