Evgenij Onegin: un dramma in grande stile sull’eroe di Puškin


In un festival di Napoli, il lituano Rimas Tuminas del 1952 e direttore del teatro Vachtangov di Mosca mi apparve regista asciutto, fino all’ellissi, e originale interprete di Cechov. Lo ritroviamo allo Strehler di Milano con Evgenij Onegin di Puškin: uno spettacolo per più versi antitetico rispetto al Cechov che ricordavo. Ma prima dello spettacolo, voglio menzionare alcuni momenti critici intorno al grande poema, dall’autore scritto dal maggio del 1823 al gennaio del 1832.

I lettori russi tendono a metterne in rilievo le novità formali. Jurij Tynjanov nel 1929 fece notare che la prima comunicazione di Puškin sul suo poema è questa: «Adesso scrivo non un romanzo, ma un romanzo in versi, una differenza diabolica!». La seconda è nell’ultima strofa dell’ultimo capitolo quando in modo esplicito parla di «libero romanzo». Commenta Tynjanov: «La lotta di Puškin contro l’impaccio fabulistico del poema fu lotta per una costruzione sciolta dalla trama». Molti anni dopo, nel 1975, Jurij Lotman parlando della relatività e convenzionalità di qualsiasi intreccio rispetto alla realtà ci dice come per Puškin ciò equivalga alla non strutturazione della vita: «una legge di verità per l’autore e nel contempo la tragedia per i suoi eroi».

Chi siano questi eroi lo sintetizza Edmund Wilson: «Eugenio è il byronismo tendente a un’arida mondanità; Lenskij, con il suo Schiller e il suo Kant, è l’idealismo romantico tedesco; Tatiana è quella Natura rousseauiana che faceva sentire la sua presenza nella poesia romantica affermando un genere nuovo di diritti». Ma, dice ancora Wilson, la vera sciagura nell’Onegin non è «la delusione di Eugenio né la morte di Lenskij: è che Tatiana rimane irrevocabilmente prigioniera di quel mondo sociale vuoto e tirannico dal quale Evgenij aveva tentato di evadere», (e aggiungo io) prima rifiutando l’amore di Tatiana, poi uccidendo in duello per pura noia e dispetto l’amico Lenskij innamorato di Olga, la sorella di Tatiana.

Nello spettacolo in grande stile (con tanti attori e un apparato scenografico di altissimo livello) di Tuminas gli episodi del dramma confluiscono in modo negativo in un flusso musicale (l’eterna fisarmonica russa) che trascina tutto con sé, sdrammatizzando, rendendo sentimentale l’elegia e compiaciuto il faccia a faccia dei protagonisti. Tuminas scade spesso nella decorazione e a volte nel lezioso. Ciò non toglie che nel suo Onegin vi siano tre grandi scene. Quella del duello: uno scoppio a bruciapelo. Il rifiuto finale di Tatjana alla lettera di (fatuo) pentimento di Evgenij: una risposta dignitosa, pronunciata senza superbia o spirito di vendetta, semmai di sacrificio.

Le bianche altalene scese dal cielo e che in cielo tornano, prima dell’epilogo, di angelico candore rifulgenti. Un arricchimento infine, ben visibile nell’ultimo incontro tra Tatjana e Evgenij: il giovane eroe la guarda dalle spalle mentre di fronte c’è sempre lui, ormai nient’altro che un vecchio narratore.

5 dicembre 2018 (modifica il 5 dicembre 2018 | 19:52)

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