Emma Dante, l’impossibile rivelato con sgradevolezza


Nato a Napoli in data incerta, tra i 1576 e il 1575, Giambattista Basile non vide mai pubblicato il Pentamerone, ossia la raccolta dei suoi cunti, cinquanta, divisi in cinque parti (cinque giornate). Lo cunto de li cunti fu stampato postumo tra il 1634 e il 1636: l’autore era morto due anni prima, da poco nominato governatore di Giugliano, dove fu sepolto nella chiesa di Santa Sofia. «La Scortecata» (La vecchia scortecata) è il decimo cunto della prima giornata e noi contemporanei lo abbiamo visto nel film di Matteo Garrone Il racconto dei racconti nel 2015.

Vi è tornata Emma Dante decisa a ribaltarne, o negarne, quella lieve brezza fiabesca che, dalla novella, vi rimaneva – là, nel film. Lo spettacolo, ora in tournée, di confortevole non ha nulla, se non la figura ritratta nella locandina. È l’inizio della scena finale. Il re di Roccaforte ode una voce salire dal basso, se ne innamora. E’ la (per lui) seduttiva voce di una miserabile vecchia che vive con una sorella altrettanto vecchia: «Erano il riassunto delle disgrazie, il protocollo delle deformità, il libro mastro della bruttezza» (sto citando la mirabile traduzione dal dialetto originario di Michele Rak). Le sorelle si sono succhiate il dito mignolo fino a renderne la pelle più liscia di quanto era. «La più carica di anni» è quella che ha meglio succhiato e che lo mostra al re attraverso il buco di una porta.

Ad accettare il desiderio del re sarà lei, a patto di entrare nella sua stanza al buio. Ma la mattina dopo il re vede: «Io che credevo di ingollarmi una vitellina da latte mi sono trovato una placenta di bufala». Allora afferra la vecchia e la butta dalla finestra. Un albero ne arresta la caduta e «certe fate» produrranno la fatagione: la vecchia spudorata è ora «giovane, bella, ricca, nobile, virtuosa, benvoluta e fortunata». Lo stesso non sarà per la meno vecchia delle due sorelle. Invidiosa della sorte che a lei non è toccata («voglio tentare anch’io la mia fortuna, perché ogni spirito ha lo stomaco») chiederà a un barbiere di scorticarla «da capo a piedi» e quello farà «macello di quel torsolo, che piovigginava e piscettava tutta sangue e di tanto in tanto, salda come se la stesse radendo, diceva: Uh, chi bella vuol sembrare pena deve pagare». È naturalmente la morale di una favola in cui non si sa chi è più colpevole, se il re che manifesta il primo desiderio o le due sorelle: vogliono tutti l’impossibile.

Per altro lo vuole anche Emma Dante: l’impossibile che sempre vuole è ottenere la grazia attraverso la sgradevolezza (gestuale e linguistica). Di confortevole, come ho detto, non c’è che quella chioma rossa e quell’abito che la vecchia, di spalle, apre come a farne ali. A scena nuda, lo spettacolo è un reiterato battibecco con i mignoli in bocca dei due strapazzati negli abiti e per fortuna bravissimi Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola: ai miei occhi due vittime sacrificali sull’altare non del re ma della regista.

7 novembre 2018 (modifica il 7 novembre 2018 | 14:53)

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