Elektra, i dettagli eloquenti di Chéreau


Alla Scala torna in scena, quattro anni dopo la prima volta, la magnifica edizione di Elektra coprodotta nel 2013 con i teatri di New York, Berlino, Helsinki, Barcellona e con il festival di Aix. uno spettacolo che rende onore all’arte superba di Patrice Chreau, regista francese che non ha mai avuto bisogno d’inventare nulla di strano per interessare poich capace, con un gesto, un’immagine, una punta di luce, di scavare nella psiche dei personaggi con eccezionale profondit: ancor pi in quelle opere in cui il non detto, l’onirico e l’estraniato rivestono, come in questo dramma di Strauss, un peso determinante. E di poche cose per eloquenti, come quella scure avvolta in un velo da sposa — c’ tutto il personaggio principale, in tale immagine iconica — fatto questo suo ultimo, esemplare spettacolo.

Nuova rispetto al 2014 la griglia musicale, affidata alla classe e all’esperienza di Christoph von Dohnnyi. La sua una Elektra che non si concede al piacere di un suono pasciuto. affilata, nervosa, fredda, tagliente. Cos nuda di rivestimento, l’architettura del pezzo — un’unica campata in 7 sezioni a palindromo — emerge nitida come non mai. Pu non entusiasmare, tale lettura, ma merita sommo rispetto. Anche perch entro tale quadro sonoro, le qualit del cast, interpretative prima che strettamente vocali, emergono prepotenti. Le donne — Ricarda Merbeth (Elettra), Regine Hangler (Crisotemide) e la Clitemnestra di Waltraud Meier – un godere ascoltarle. Meritatissimi gli applausi.

7 novembre 2018 (modifica il 7 novembre 2018 | 16:14)

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