E grazie al disco di Conte imparammo che esisteva la milonga


Me lo ricordo bene quel maggio 1981, quando uscì l’album «Paris Milonga». La copertina non era niente di che (si diceva, da ingenui puristi e fessacchiotti: «vuoi vedere che anche l’avvocato si è commercializzato?»). Però bastarono le prime note di «Alle prese con una verde milonga» perché cadessimo in deliquio: «Alle prese con una verde milonga, il musicista si diverte e si estenua, e mi avrai verde milonga che sei stata scritta per me…». Milonga? Atahualpa? Imparammo allora che esisteva una danza pampera chiamata milonga.

Continua la seconda stagione di «33 giri Italian Masters» con il secondo appuntamento dedicato allo storico album di Paolo Conte. Insieme all’avvocato, Maurizio Biancani si siede davanti al mixer per ascoltare le registrazioni originali dell’album (24 tracce analogiche) e fare un po’ di filologia (Sky Arte, mercoledì, ore 21,15).

Sì, filologia. Conte non si abbandona quasi mai al ricordo, preferisce riascoltare con curiosità i singoli strumenti, la loro sovrapposizione, le atmosfere di un tempo. Fatte le debite proporzioni, è come assistere a una «critica delle varianti» (l’idea di testo che ha contraddistinto il lavoro filologico di Gianfranco Contini) applicata alla canzone. Lorenzo Marino e Jimmy Villotti (il grande Villotti), protagonisti della prima incisione, ne rievocano i suoni, ripropongono gli arrangiamenti e rivivono quei giorni. La canzone più celebre dell’album è certamente «Vieni via con me», resa famosa anche da un’interpretazione di Roberto Benigni.

La canzone che più amo di «Paris Milonga» (tutte le canzoni di Conte sono racconti) contiene queste magiche parole: «Quella musica continuava, era una canzone che diceva e non diceva, l’orchestra si dondolava come un palmizio davanti a un mare venerato, quei due sapevano a memoria dove volevano arrivare…».

6 dicembre 2018 (modifica il 6 dicembre 2018 | 19:13)

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