Bernardo Valli e il «secolo breve»


Bernardo Valli, uno dei più grandi giornalisti, non soltanto italiani, del Novecento, è un po’ un mistero. Un avventuriero disciplinato, come ha detto di sé una volta, uno scrittore involontario, un intellettuale controvoglia, un soldato semplice del giornalismo, come lui sostiene, un artigiano della notizia, tutt’al più un analista delle opinioni, un figlio della guerra, uno che ha visto tanti mondi morire.

«Il mio Novecento» esce per l’editrice Archinto martedì 4 dicembre (pagine 60, euro 10)
«Il mio Novecento» esce per l’editrice Archinto martedì 4 dicembre (pagine 60, euro 10)

Come mai un giornalista come lui che sa scrivere con limpidezza, che ha una cultura profonda, mascherata anch’essa, un lettore-lettore, come gli piace definirsi, non ha mai scritto un libro? Perché? Rifiuta persino la narrazione — secondo la definizione di Benjamin — che potrebbe rappresentare il suo stile di scrittura, privo di fantasia e d’invenzione. In un tempo in cui i giornalisti mirano al libro ancora prima di scrivere un articolo fondato su internet, sulle dicerie del tassista, l’occhio alla Tv e alla banalità del bene.

Rosellina Archinto pubblica ora, una bella idea, un librino di Bernardo Valli, Il mio Novecento. Non è un vero libro, naturalmente — sarebbe il suicidio del traditore —, è la lectio magistralis tenuta dall’autore il 5 maggio di quest’anno all’Università di Firenze. Un testo che fa ripensare a come abbiamo vissuto.

Il giornalista Bernardo Valli (Parma, 1930)
Il giornalista Bernardo Valli (Parma, 1930)

Secondo Gadda l’io è «il più lurido dei pronomi», ma Valli non può fare a meno di scrivere in prima persona. L’io (non esibizionista) è indispensabile per chi come lui ha visto da vicino il mondo e le sue guerre e ha vissuto con passione l’ingresso nella Storia di milioni di uomini. Con la delusione di tante speranze fallite.

Ragazzo di Parma, il padre medico, di famiglia borghese senza problemi, allievo del Collegio Maria Luigia, deve molto — l’ha sempre detto — ad Attilio Bertolucci, un grande maestro che consigliava, tra l’altro, i libri giusti da leggere, rari a quei tempi. Non ha inciso certamente, Bertolucci, con la sua ironica saggezza — gli bastava la sua Camera da letto per raccontare il mondo — sulla voglia di fuga di Bernardo. Giovanissimo si arruola nella Legione Straniera. Non vuole ricordarlo. Ne parlò con una studentessa bisognosa di notizie per la sua tesi di laurea, Martina Russo, allieva all’Università di Genova di Franco Contorbia, il professore e critico curatore dell’informe librone mondadoriano, La verità del momento, dove sono raccolti i reportage di Bernardo Valli. Ne parlò in un’altra occasione con Antonio Gnoli, in una bella intervista uscita nel 2015 su «la Repubblica»: «Ero un ragazzo quando scelsi la Legione. (…) Forse perché cercavo un punto estremo dove posarmi. Ci sono rimasto cinque anni. Ho disertato. Fui ripreso. Ho fatto anche una certa carriera. Ma è stata una parentesi, capisci? Non ha avuto nessun riflesso sugli eventi successivi».

Il mio Novecento racconta le guerre del secolo, una montagna di morti, 187 milioni. Ama i luoghi dove sono avvenuti i fatti, Bernardo Valli. In Bosnia, negli anni Novanta, ha trascorso lunghi periodi a Sarajevo ed era attratto — andava a vederlo come un miraggio della mente — il lungo fiume, la Miljacka dove, il 28 giugno 1914, fu ucciso l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, il cui assassinio scatenò la Grande guerra e anche la seconda. «Avevo l’impressione di poter toccare con la mano la Storia».

Giornalista al «Giorno» diretto dal suo amico e maestro Italo Pietra, al «Corriere» di Piero Ottone, alla «Repubblica», alla «Stampa» e di nuovo alla «Repubblica», dove scrive tuttora. Ne ha viste di guerre e di rivoluzioni, Bernardo Valli, guerre coloniali, guerre d’indipendenza, guerre di rappresaglia, guerre di popoli nuovi, l’Algeria, il Vietnam, la rivoluzione khomeinista, e poi Cuba, la Baia dei Porci, il Medio Oriente — la guerra dei Sei Giorni — , Praga, nella primavera di Dubcek, Amman, il «settembre nero», il Cile, l’Asia, dove ha passato sette anni, in Giappone, in Cina, in India e chissà dove.

Confessa: i giorni della caduta del Muro di Berlino «furono tra i più intensi della mia vita di cronista». Bernardo Valli fa venire in mente Vasilij Grossman, lo scrittore di Vita e destino che tanto ammira. Lui, si potrebbe dire, è il Grossman latino dei taccuini di guerra.

Ha conosciuto negli anni i grandi della terra, Mao, tra gli altri. Ricorda György Lukács, Claude Lévi-Strauss, ma quelli che più l’hanno colpito — per la loro eleganza intellettuale, una cifra che Bernardo Valli ama — sono stati Zhou Enlai, il primo ministro cinese, e Nehru, il primo ministro indiano. La Cina comunista e l’India democratica.

Nello sconquasso dei mondi di oggi, tra gli indubbi progressi materiali del Novecento e i dolori della società del liberismo, dell’ineguaglianza, della cultura messa in cantina, della caduta purtroppo frequente della ragione, anche i giornali sono naturalmente cambiati. Quelli italiani sono malconci, il lettore è costretto a scegliere, selezionandoli, gli articoli dei giornalisti, non molti, di cui può fidarsi per la loro serietà, per il loro spirito di libertà. Bernardo Valli è tra questi. Si capisce, leggendolo, che alle spalle di quel che scrive c’è molto altro, informazione, cultura, senso della storia, e anche il gusto di ritrovare nel passato certe radici del presente.

È un testimone che, prima di scriverne, verifica puntigliosamente come sono avvenuti i fatti, un’ovvietà, una volta. Ma adesso si è persa spesso anche l’abitudine di «andare a vedere».

30 novembre 2018 (modifica il 30 novembre 2018 | 20:29)

© RIPRODUZIONE RISERVATA




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