«Attila», successo kolossal Incasso di oltre due milioni di euro


Non è la storia antica, sono le ferite del Novecento a farsi travolgenti, nello spettacolare «Attila» di Giuseppe Verdi diretto da Riccardo Chailly, che ha inaugurato ieri trionfalmente la stagione lirica del teatro alla Scala di Milano (con oltre 2 milioni e mezzo di incasso). Un kolossal di impatto cinematografico che vale 15 minuti di ovazioni finali, per Chailly non meno che per tutti gli altri protagonisti, il basso Ildar Abdrazakov (Attila), il soprano spagnola Saioa Hernández (Odabella), il tenore Fabio Sartori (Foresto), il baritono George Petean (Ezio), insieme a Francesco Pittari (Uldino) e Gianluca Buratto (Leone), il maestro del Coro e delle Voci Bianche, Bruno Casoni. Ben nove tra arie e altri «numeri» sono stati applauditi a scena aperta: specie le cabalette di Attila Oltre quel limite; e di Ezio È gettata la mia sorte.

«È stato bello sentire un pubblico così coinvolto, vedere un teatro coeso, è stata una sensazione epidermica — ha detto Chailly —. Abbiamo avuto la percezione di una assoluta e continua attenzione da parte del pubblico». La storia si fa immagine, in questo allestimento. Non siamo nel quinto secolo, al tempo del vero Attila; è una storia italiana a noi molto vicina quella che erompe dalla regia di Davide Livermore, dalle scene di Giò Forma come dai costumi di Gianluca Falaschi. Se la fonte dell’opera è una tragedia tedesca di taglio antinapoleonico, che Verdi poi infiamma di vibrazioni risorgimentali, Livermore attualizza l’ambientazione, trasponendo la vicenda dell’Unno invasore nelle macerie anche umane di un Dopoguerra, di cui l’Europa ha ancora viva e triste memoria. Il tutto reso ancora più «vero» dall’impatto delle scene-video, immagini immense, profonde, generate su altissimi led wall, creazione del gruppo D-Wok.

Si è come immersi in un film, spesso in bianco e nero. Nubi cupissime ascendono e trascorrono senza posa sopra le rovine di una città, tra scheletri di ponti, arcate diroccate, invasori in nere uniformi che brutalizzano e fucilano donne e sacerdoti inerti. Attila avanza su un cavallo nero, condividendo come simbolo una stola di pelliccia con Odabella, la prigioniera-eroina che accetta di sposarlo solo per poterlo uccidere, come la biblica Giuditta. Durante il Preludio del primo atto, i video più impressionanti: a mostrare, in flash back, il trauma di Odabella. La si vede bambina, in un campo di grano, gridare disperata, mentre Attila spara a suo padre: momento di commozione quasi pascoliana. Il video ci porta anche dentro l’incubo di Attila, «L’incontro di Leone Magno con Attila», l’affresco di Raffaello che qui giganteggia e si anima, per ricomparire , prima in bianco e nero, e via via colandosi, all’apparire di papa Leone. I video vengono meno nella scena della festa di Attila (piuttosto, un festino, una procace mascherata tra boa di struzzo, pennacchi e gorgiere barocche), per riproporre il trauma di Odabella nel finale, alla morte di Attila.

La storia fuori, la storia dentro. Chailly aggiunge, con questo successo, un tassello del suo percorso nella rivalutazione critica del primo Verdi: «Era un gigante anche in età giovanile», dice. Per la prima volta alla Scala si è ascoltata l’aria sostitutiva di Foresto, che Verdi scrisse per il tenore Napoleone Moriani, proprio in vista della prima scaligera del 1846; e cinque battute scritte apposta da Rossini, nel cuore del Terzo atto. Chailly le dirige lentissime, l’azione si arresta, immersa in una luce rosso fuoco: come se, d’un tratto, con il tempo, anche la storia fosse sospesa.

7 dicembre 2018 (modifica il 7 dicembre 2018 | 22:59)

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