«Arthur Miller: Writer», Rebecca Miller racconta suo padre


Un padre importante, e il punto di vista di una figlia. Arthur Miller era già da molto tempo un gigante del teatro quando nacque sua figlia Rebecca, che oggi ha 56 anni ed è una regista di successo. Sposò sua madre, la fotografa austriaca Inge Morath, nel ’62, l’anno in cui morì Marilyn Monroe, che era stata la sua seconda moglie. Lunedì prossimo Sky Arte trasmette il documentario della Hbo realizzato da Rebecca: «Arthur Miller: Writer »(visibile poi anche in on demand).
Com’è nato il filmato?
«Mi sono resa conto che la sua immagine pubblica era del tutto diversa dall’uomo che conoscevo io. Ero l’unica persona che poteva raccontare chi era davvero mio padre, scomparso nel 2005. Ho cominciato a raccogliere foto e immagini e a girare a mia volta filmati e interviste con lui nell’arco di 25 anni. Racconto anche di mamma, che alla fine della guerra, a 17 anni, dovette lasciare Berlino per raggiungere a piedi Salisburgo. Tutto materiale rimasto in archivio per molto tempo. È il momento di mostrarlo».
Suo padre e Marilyn.
«Si conobbero sul set di L’affascinante bugiardo. La racconta come una donna di una sincerità assoluta, priva di ogni malizia; diceva che era la persona più repressa mai conosciuta, era stata una bambina maltrattata, abbandonata, ignorata. Per Marilyn, negli occhi di mio padre c’era il meglio di lei, e per questo era la sua unica speranza. Papà fece il possibile per scacciare i suoi demoni. Era coraggiosa e fragile».
«Gli spostati» fu un set difficile?
«Marilyn stava male, era insicura, pensava di non essere all’altezza della sua parte. Sul set si passava giornate intere senza fare nulla, aspettandola; lei prendeva alcol e pillole di tutti i tipi. Fu sospeso per consentirle di riprendersi. Fu un bel film, ma non andò come speravano. Lei tornò in California per un film che non riuscì a terminare».
Parlate anche delle vostre radici familiari?
«Sì, lui racconta di suo padre, mio nonno, che a 7 anni dalla Polonia raggiunse i genitori emigrati a New York imbarcandosi da solo, con una targhetta sul cappotto come carta d’identità. Vivevano in otto in due stanze. Non imparò mai a scrivere e andò subito a lavorare. Ma nel 1921 fondò una società manifatturiera, divennero benestanti, fino al crollo di Wall Street del ’29 che li travolse».
Nei lavori teatrali di suo padre si intravedono figure familiari?
«Beh, il protagonista di Morte di un commesso viaggiatore era ispirato a un suo zio mezzo pazzo con una sua dimensione artistica».
Suo padre fu processato.
«Negli anni ’50 negli Usa con McCarthy c’era quello che papà definiva una forma di fascismo popolare. Erano ossessionati, volevano confessioni pubbliche. La Commissione per attività antiamericane lo multò e condannò a due anni di carcere, che gli vennero condonati».
I suoi ebbero un figlio down, suo fratello.
«Daniel. I medici dissero che sarebbe stato meglio in un istituto, e così avvenne. Papà imparò nel tempo a instaurare un rapporto con lui, ma non l’ha mai nominato nella sua autobiografia. Gli chiesi io di parlarmi di Daniel, ma rimandai, presa dal matrimonio con Daniel Day-Lewis, dai figli, dai film. Poi mio padre morì: non saprò mai cosa avrebbe detto di mio fratello».
Perché il teatro e non la letteratura?
«Diceva che il teatro da sempre assolve un impatto di civiltà sull’uomo, è una tribuna da cui ci si rivolge in modo semplice, diretto, tangibile, e che l’opera migliore è quella che ti crea imbarazzo».
Suo padre per lei.
«Si confidava, era preoccupato di non riuscire più a scrivere. Ma era divertente, spiritoso. Se fossi stata maschio sarebbe stata più dura, si sarebbe innescata una lotta automatica. Diceva che i genitori sono figure mitologiche. Il Padre è Zeus, colui che lancia i fulmini, ti uccide o ti porta in alto nella gloria. L’America gli voltò le spalle, lo riteneva superato, a volte non apprezziamo ciò che abbiamo e vogliamo punire le nostre radici, anche il teatro perse prestigio e a lui sembrò di parlare a vuoto, i giovani seguivano linee diverse nelle idee e nei sentimenti».





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