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(da calza; fr. chaussure; sp. calzado; ted. Fussbekleidung; ingl. shoes). Con questo vocabolo s’indica ogni specie di indumento che rivesta il piede o anche parte della gamba, per utilità o per ornamento.

Antico Oriente. L’uso della calzatura presso gli antichi popoli orientali, per condizioni soprattutto climatiche, può dirsi meno diffuso che altrove, e ristretto talvolta, quasi genere di lusso, alle classi più elevate e alle donne. Abbiamo tuttavia documenti di sandali e pantofole di varia forma in uso presso glì antichi Egiziani, fatte di foglie di palma o di papiro, o, più raramente, di cuoio; esse erano talvolta foderate internamente di tela, con sulla suola dipinta, in segno di spregio, la figura di un nemico prigioniero, perpetuamente “calcato sotto i piedi” (v. figura); vere e proprie scarpe, forse d’importazione greca, erano più rare. Sandali leggieri, allacciati al piede da stringhe di cuoio, erano anche familiari a Babilonesi e Assiri, e di scarpe allacciate ci appaiono forniti alcuni corpi di truppe, come la cavalleria assira alla fine del regno di Tiglathpileser III. L’Arabia conobbe sandali di pelle bovina o asinina. I Medi e i Persiani portavano di cuoio, spesso rimontanti sino al ginocchio, lasciando alle donne le brevi scarpette di stoffa o di cuoio leggiero e adorno. Presso gli Ebiei e i Fenici troviamo sandali assai simili a quelli egiziani. Le donne indiane portavano di pelle bianca.

Grecia. Ciò che oggi sarebbe atto di grande sconvenienza, il togliersi le nell’entrare nelle case e l’andare a piedi nudi nelle pubbliche vie, era presso i Greci una cosa consentita e non repugnante. L’uso del resto permane tuttora presso non pochi popoli orientali. La varietà di forma delle presso i Greci era grande; le testimonianze scritte ci dànno i nomi delle diverse fogge e mode, ehe però non è sempre possibile precisare nelle rappresentazioni figurate. Si possono tuttavia distinguere tre classi: suole, scarpe, stivali.

La più antica forma di calzatura è quella composta da una semplice suola di legno o di cuoio (), legata sul dorso del piede o alle gambe con corregge () incrociate e annodate. Questa foggia primitiva va distinta con la denominazione generica di . A essa seguirono ben presto forme più artistiche, limitate dapprima alle sole donne, poi adottate anche dagli uomini; queste ebbero la denominazione di sandali () e furono usate tanto in casa quanto fuori. Una seconda forma di calzatura è la scarpa: alla suola si aggiungono dei quarti di cuoio che coprono il tallone e i lati del piede: l’allacciatura si fa sul dorso di questo. Tali si denominarono . Servivano in modo speciale ai militari e ai cacciatori, ed erano perciò spesso fornite di chiodi sotto le suole e rafforzate con uncinetto. La terza categoria di , distinta col nome generico di era costituita dalle scarpe alte a forma di stivaletti, che salivano fino alle caviglie. Erano tenute aderenti alle gambe a mezzo di lunghe corregge. Altre forme di scarpe allacciate erano quelle dette ed .

Le femminili si notavano per la loro eleganza e per la ricchezza degli ornamenti, consistenti in piccole applicazioni metalliche figurate, e anche in miniature. Di questo genere furono le ricche , di moda nel sec. V, fabbricate in Lidia. Il fine cuoio era in genere color porpora, i lacci avevano sottili guarnizioni metalliche, e le suole erano rialzate con un leggiero strato di sughero. Nell’allacciatura del , una delle corregge era passata tra l’alluce e il secondo dito e tirata sul dorso del piede; altre corregge che partivano dai due lati, e altre dal tallone, si riunivano a formare una specie di nodo, occultato da una fibula cuoriforme metallica finemente lavorata.

Oltre a queste forme fondamentali vi erano varietà ricordate dalle fonti letterarie, ma non tutte identificabili con sicurezza. Si citano, fra le altre, molto eleganti dette e altre col nome di persicae, di colore bianco, usate, a quanto sembra, dalle cortigiane. Erano poi detti coturni gli alti stivaletti calzati dagli attori tragici, mentre gli embati () erano propr degli attori comici.

Roma. Già presso gli Etruschi, uomini e donne si servivano di formate da suole aderenti ai piedi e di alti stivali. Gli uomini usavano anche coprirsi le gambe con strette fettucce di cuoio o di stoffa incrociate, che salivano fino al ginocchio. Si ricercava una certa eleganza nelle adoperando cuoi di diverso colore e usando ornamenti di metallo. Le etrusche erano molto stimate presso i Romani, i quali adottarono alcune delle loro forme (malleus, campagus). La forma più semplice usata dai Romani fu quella delle suole allacciate (soleae), adoperate in casa e nelle visite amichevoli; per l’uscita si calzava il calceus o scarpa a forma di stivale. Nelle solennità si usavano i sandali, ma non si portavano in pubblico, ché sarebbe stato un segno di effeminatezza, dato che essi erano adoperati dalle donne nell’uscir di casa. Era costume di togliersi le durante i pasti. La regola era di mettelsi le soleae con la tunica e la lacerna; con la toga si calzavano invece i calcei. Gli appartenenti alle classi meno facoltose usavano zoccoli di legno. l tragedi portavano i cothurni, e gli attori di commedie i socci. I campagnoli avviluppavano il piede in di lana o di pelo di capra (udones). La calzatura dei militari era la caliga. Le muliebri erano naturalmente più ricche e ornate di ricami d’oro, e anche di perle e pietre preziose. Il colore era di preferenza bianco, qualche volta anche rosso, scarlatto, porporino o giallo. Nei tempi più raffinati dell’impero anche i cavalli e i muli ebbero vere e proprie , aggiustate in modo da potersi mettere e togliere a volontà; erano generalmente di ferro, talora anche d’oro e d’argento.

Medioevo ed età moderna. Alle assai comode e variopinte del periodo bizantino fanno riscontro quelle piuttosto rozze, anche se utili a proteggere il piede e la gamba contro le asperità e le intemperie, che troviamo in Europa, specie nel Settentrione, nei primi secoli dell’alto Medioevo. Le grosse suole di cuoio degli Slavi, le chiuse scarpe di pelle dei popoli nordici, cui spesso venivan legate assicelle appuntite e incurvate per render più agevoli le marce nella neve, perdurano lungamente, accanto alle fogge della tarda romanità, usate, per var secoli ancora dopo la caduta dell’impero, presso i popoli dell’Europa centrale e meridionale. Nel sec. IX, a quanto ci risulta da illustrazioni della Bibbia di Carlo il Calvo, e da qualche esemplare giunto sino a noi, le assumono una forma abbastanza analoga a quella delle odierne pantofole; spesso allacciate e accollate fin sopra la caviglia. Pure in quest’epoca diventano di moda le famose à la poulaine, sulla cui origine tanto si è discusso: scarpe dalla punta lunghissima, d’origine probabilmente molto antecedente all’epoca in cui l’uso se ne diffuse, portate in un primo tempo soltanto dai nobili, poi rapidamente propagatesi e adoperate sia come calzatura di guerra sia nelle città. La lunghezza delle punte si accrebbe sempre più tanto che nel sec. XIV Filippo IV fissò loro dei limiti, distinguendo tre misure: per la nobiltà, per la borghesia e per il popolo; una simile disposizione emanò Edoardo III in Inghilterra. Non è da credere, peraltro, che la poulaine fosse la foggia esclusiva. Gli haut de chausses rinforzati al piede da suole di cuoio per gli uomini, le pantofole di seta o di broccato, o gli stivaletti alti per le donne, furono in uso nei secoli XII e XIII. Solo nei secoli XIV e XV le poulaines sostituiscono quasi universalmente le forme precedenti, invano osteggiate da concil, o da proibizioni regali come quelle di Carlo V e di Carlo VI. Nuove fogge poi compaiono, come gli stivaletti scollatissimi dell’ultimo Trecento o si modificano in parte (sec. XV) le stesse poulaines, rinforzandone le punte, aprendole in alto ecc. Infine Carlo VIII (si dice a causa della deformità del suo piede che gl’impediva di portarle) le soppresse definitivamente e la moda, come avviene, adottò una foggia del tutto opposta, dalla punta quadrata, che in Francia assunse la denominazione di souliers à bec de cane (scarpe a becco d’anitra, Entenschnbel dei Tedeschi). Appaiono contemporaneamente le scarpe a scaglie di ferro per uso militare. In Spagna il periodo delle scarpe a punta rotonda ha breve durata, e si ritorna presto alle punte lunghe, per gli uomini; le donne, che avevano adottato scarpe col tacco alto, lo riducono sensibilmente già nella prima metà del Cinquecento. Occorre avvertire che la moda delle poulaines non attecchì affatto in Italia, dove in tutto questo periodo si portarono semplici chiuse, o con i bordi colorati e rovesciati, o anche, dalle classi elevate, grossi stivaloni risalenti sino oltre il ginocchio.

Nel sec. XVI, dopo una breve riapparizione delle a punta, si diffondono scarpe di stoffa comode, leggiere, rivestenti il piede senza costringerlo, ornate con brevi intagli, fiocchi, nastri. Verso la fine del Cinquecento compaiono in Francia gli stivaletti allacciati con ganci o bottoni, parimenti adorni. Le donne portano bassi escarpins o patins rialzati, a seconda della loro minore o maggiore statura. A Venezia si portano pantofoline elegantissime, con rosette di perle o di pietre preziose. In Germania ai becchi d’anitra succedono, fin verso il 1550, i piè d’orso o i musi di bue (Brenklauen, Ochsenmuler): basse, larghe, ineleganti, presto però sostituite dalle scarpe di panno o di seta, ornate; mentre le donne seguitano a portare scarpette, spesso terminate da una punta acuta d’argento. Verso la fine di questo secolo appaiono per la prima volta in Francia (sotto Enrico IV) le scarpe alte col tacco, portate dalle elegantissime (souliers à pont); il tacco è di legno, le scarpe sono di seta e di broccato a ricami. Il sec. XVII vede, in Irancia, il trionfo dello stivalone, dapprima stretto e alto sino al ginocchio, poi più ampio e comodo, allargato e piegato nella parte superiore. Pi tardi ancora s’introdussero i larghi soprappiedi,
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che occultavano quasi la parte inferiore della calzatura, e verso il 1650 ricompaiono a corte e nelle feste le scarpette, che del resto non erano mai state abbandonate. Negli ultimi anni gli stivaloni ritornano di moda, robusti e spesso privi di ornamenti, muniti di tasche per nascondervi oggettini o corrispondenza. Le donne portarono per quasi tutto il secolo il tacco alto, più tardi rosso, al pari degli uomini (e i talons rouges daranno poi il nome a tutta un’epoca); quindi, mentre in Francia questa moda subisce una passeggera eclisse, a Venezia le donne eleganti fanno del tacco una specie di trampolo, cui appoggiano i ben calzati piedini, e sono costrette spesso a camminare sorrette per evitar di cadere.

Le scarpe bianche, portate sotto Luigi XV per uniformarle alle calze, non fecero tramontare i talons rouges, almeno fin verso il 1760, dopo il quale anno subentrano per gli uomini scarpe a punta e a suola bassa. Le donne seguitano a portare i tacchi rossi, alti sino a cinque o sei centimetri. Sotto Luigi XVI gli uomini portano scarpe con ricchissime e larghe fibbie. Con la Rivoluzione la calzatura si semplifica e diventa utilitaria; sotto il Direttorio i muscadins impongono per breve tempo scarpette a punta scollate o stivali eleganti a risvolti gialli. E lo stivale perdura, pur mutando via via di foggia e d’ornamenti. Sotto l’Impero vengono in voga per le donne scarpe di marocchino rosso e verde e si delinea l’uso, che durerà per tutto l’Ottocento, degli stivali per uomo e per donna, allacciati con bottoni o con cordoni, adoprati per passeggiata, mentre per i ricevimenti serali gli uomini hanno le scarpe di vernice e le signore quelle di seta, spesso del medesimo colore del vestito. La grande guerra ci fa assistere, malgrado l’alto prezzo della pelle, a un innalzarsi progressivo, fin quasi al ginocchio, dello stivaletto femminile, di vitello o di camoscio. Ma subito dopo la pace, mentre la moda maschile va sempre più americanizzandosi e adottando la larga scarpa, spesso di pelle gialla o rossiccia, la moda femminile adotta risolutamente la scarpina bassa per tutti gli usi; la scarpa col tacco inglese, basso e quadrato, per la mattina; la scarpa col tacco Luigi XV per il pomeriggio, entrambe di pelle a tinte chiarissime. Per il ballo, passata la voga della scarpa di vernice, le scarpe femminili son diventate splendenti e preziose come gioielli, fatte di stoffa laminata d’oro e d’argento.

Nell’Oriente musulmano non europeizzato, la calzatura, che l’Arabia pagana aveva conosciuto sotto forma di sandali di pelle bovina, ma non universalmente adoperata, è largamente diffusa, specie fra le donne, sotto forma di pantofole e babucce: in Egitto fanno parte dell’abbigliamento delle signore, babucce (bbg) di pelle gialla con punta acuminata e rialzata e per tacco un piccolo ferro da cavallo, oltre a pantofole di pelle morbida, talora calzate entro le babucce stesse (mazz). Anche gli uomini delle classi più elevate usano di marocchino giallo o rosso; ogni calzatura peraltro, come è noto, si depone all’ingresso delle moschee e durante il pellegrinaggio, in cui la legge musulmana tollera dei sandali, ma esige che la parte superiore del piede resti interamente scoperta. In Cina era uso generale, sino a qualche anno fa, di deformare sistematicamente i piedi delle fanciulle chiudendoli in piccoli zoccoli con tacchi molto alti. La donna acquistava così un’andatura saltellante, trovata piena di fascino. Tale uso barbaro è oggi molto decaduto.

Bibl.: P. Lacroix (Bibliophile Jacob), Duchne, Leroux de Lincy e F. Seré, Histoire des cordonniers et bottiers de la France. précédée de l’histoire de la chaussure à toutes les époques, Parigi 1850; T. W. Greig, Ladies Old Fashioned Shoes, 1885 89; J. Quicherat, Histoire du costume en France, Parigi 1874; Ch. Vincent, Histoire de la chaussure, de la cordonnerie et des cordonniers célèbres, Parigi 1874 80; G. Nicoletti, Intorno alla actura del capo e calzatura delle donne veneziane nei secoli XV e XVI, Venezia 1884; Redfern, Royal and Historical Gloves and Shoes, 1904; E. Aubry, Historique de la chaussure, Parigi 1917.

Industria. Fino a pochi decenn fa, le si fabbricavano esclusivamente a mano, da un artigianato ricco di antiche tradizioni. Ormai, però, la lavorazione a mano è d’importanza secondaria di fronte alla grande , che applica la moderna lavorazione a macchina. Si può calcolare che questa provveda ai tre quarti del fabbisogno mondiale.

La fabbricazione a mano è ancora prevalente nei paesi meno sviluppati e in quelli che hanno, come il nostro, un’antica tradizione del mestiere, mentre è quasi abbandonata nei paesi dove l’ eccelle (Stati Uniti, Inghilterra, Germania). Anche in questi ultimi, però, trova posto una forte produzione di a mano, per merito di artigiani, le cui doti di tenace laboriosità si accoppiano quasi sempre a un equilibrato senso di buon gusto. I calzolai italiani sono famosi e ricercati in tutto il mondo, e primeggiano nei principali centri di creazione della moda, dove sono possibili produzioni di eccezione. I migliori calzolai parigini arbitri, insieme con quelli di Vienna, dell’eleganza in fatto di per signora sono italiani; come italiani, o figli di italiani, sono molti degl’li dell’America Meridionale, e anche degli operai e dei modellisti delle fabbriche nord americane.

La produzione a mano ha pur sempre un largo mercato. La lavorazione meccanica è rivolta necessariamente alla produzione di articoli di serie, con un grande numero di esemplari di uno stesso modello; perciò si fabbricano a mano le per piedi delicati o difettosi e le scarpe ortopediche. Pure a mano sono in gran parte fabbricate le di specialità (per es. per ballerina, da alta montagna, ecc.) e quelle di gran lusso per signora. I modelli e la materia prima, costosissimi, non consentono sempre la produzione in serie di queste ultime; spesso, del resto, esse richiamano la clientela appunto perché portate soltanto da pochi.

La lavorazione a macchina deve il suo successo all’applicazione del principio della divisione del lavoro. La confezione di un paio di scarpe si compie attraverso 200 e più operazioni semplici, ciascuna delle quali può essere eseguita in modo perfetto da apposite macchine. molto facile far apprendere a un operaio una sola operazione anche complicata della lavorazione a macchina; mentre invece l’artigiano che lavora a mano ha bisogno di un duro tirocinio e di un corredo di cognizioni tecniche che si acquista soltanto in molti anni di pratica. La calzatura lavorata a macchina e specialmente quella dei moderni calzaturifici, costa assai meno di quella lavorata a mano. Va notato, in particolare, che i grandi calzaturifici meccanici possono valersi di specialisti di prim’ordire per la creazione dei modelli anche per a buon mercato, appunto perché il costo dì questi sì ripartisce su un numero grandissimo di pezzi.

L’organizzazione le della produzione e la razionale utilizzazione della mano d’opera, insieme con la possibilità di acquistare le materie prime direttamente per grandi quantitativi, consentono di realizzare sul costo economie di grande importanza, pur ottenendo prefettamente lavorate in tutti i particolari.

I vantaggi economici della lavorazione a macchina hanno fatto sì che, da cinquant’anni a questa parte, l’uso delle abbia cessato di essere privilegio di un numero relativamente ristretto d’individui per diventare uno degli elementi di prima necessità nell’abbigliamento. Non esistono dati statistici sicuri per stabilire quale sia attualmente il consumo mondiale di ma, grosso modo, si può calcolare che si sia quadruplicato in pochi decenn, raggiungendo il miliardo di paia all’anno.

La lavorazione a macchina nelle costituisce una delle più interessanti fra le industrie moderne.

La produzione giornaliera di un calzaturificio che ha una sola collezione di macchine è di trecento paia al giorno; per quelli che ne posseggono parecchie serie sale a molte migliaia: negli Stati Uniti esistono fabbriche la cui produzione supera le 100.000 paia al giorno. In Europa, una fabbrica cecoslovacca, in taluni periodi, ha potuto superare le 50.000 paia al giorno; due altre fabbriche, una tedesca e una svizzera, ne producono 15.000; altre ancora, in Germania, in Inghilterra ed in Francia, raggiungono le 5.000 paia. In Italia vi sono fabbriche capaci di produrre, nei diversi tipi, fino a tremila paia al giorno.

notevole che le macchine per la confezione di sono così privilegiate da costituire monopolio di una sola grande società nord americana la quale è riuscita finora a riservarsi l’esclusività di alcuni fra i più importanti procedimenti, proteggendoli con sempre nuovi brevetti. Ed è singolare che, a differenza di quanto si pratica in quasi tutte le altre industrie, queste macchine non sono vendute ma cedute in uso contro pagamento di un canone proporzionale al numero delle scarpe lavorate. A questo scopo le macchine sono munite di un contatore della produzione.

In questi ultimi tempi sono sorte tuttavia in Germania, in Francia e anche in Italia, altre importanti fabbriche di macchine che vendono regolarmente in conto fermo ottimo macchinario per calzaturifici.

Le varie operazioni della lavorazione a macchina, dal taglio delle pelli alla messa in scatola del paio di finite, durano complessivamente poche decine di minuti soltanto. In pratica, però, passa un tempo molto maggiore perché le scarpe, nelle diverse fasi della lavorazione, debbono esser lasciate ad asciugare. Per accelerare la produzione, da qualche tempo in qua, si va introducendo nei calzaturifici l’impianto di appositi essiccatoi.

La continuità della produzione è uno dei compiti più difficili del direttore di fabbbrica. buona norma che per ogni operazione vi sia una certa scorta proveniente dalla precedente operazione; senza di che l’arresto di una macchina avrebbe per conseguenza
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