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Uno dei tanti non detti della moda italiana, non solo italiana in verità ma di cui una grossa percentuale sicuramente ascrivibile al territorio nazionale, è il cosiddetto mercato parallelo. Se vi siete mai domandati per quale ragione una certa boutique in un paesotto di media grandezza della pianura padana, della Toscana o della Puglia vanti più vetrine e merce più sofisticata di un negozio in via della Spiga a Milano quando le prime donne locali vestono perlopiù in scossarino di cotone (abito a grembiule abbottonato o annodato, in milanese, equivalente al wrap dress che ha fatto la fortuna di Diane von Furstenberg), state pur certi che, al 99%, il proprietario di quella boutique ha potuto comprare chilometri quadrati di immobili commerciali grazie al “parallelo”, cioè vendendo migliaia di borse, scarpe e abiti griffati a signori cinesi, coreani e libanesi a cui le stesse griffe non avrebbero venduto neanche un portafoglio.

MERCE RIVENDUTA IN ORIENTE. Tutta merce regolarmente fatturata e pagata, sia chiaro: i signori del parallelo non hanno incassato in nero un solo euro (anche perché avrebbero rischiato pesante con la dogana). Ma anche tutta merce che è stata rivenduta, per anni, nelle coulisses dei casinò di Macau, negli appartamentini di Beijing o durante un party a Beirut a prezzi stellari a signore e gentiluomini locali che non avrebbero avuto modo o tempo di venire in Italia ad acquistare ma che non di meno smaniavano per una borsa made in Italy.

Le aziende della moda sapevano, e come avrebbe potuto essere altrimenti. Sapevano e,
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pur non approvando, tacevano, considerati i margini a fine anno, visto che non stiamo parlando di qualche migliaio, ma di qualche milione. Poi è arrivata la globalizzazione, chiamiamola così: valutato il potenziale dei cosiddetti nuovi mercati, e ormai sufficientemente liquidi e solidi per affrontare una distribuzione diretta e in proprio, i brand della moda hanno iniziato a stringere alleanze e ad aprire negozi monomarca a poche centinaia di metri da bugigattoli o negozi di coiffure che vendevano in buona parte la loro stessa mercanzia.

LA STRETTA SUGLI ACQUISTI. Pessimo ritorno di immagine, prezzi non controllati. E a quel punto, naturalmente, il deal non funzionava più. La stretta sugli acquisti per i negozi italiani è arrivata insieme con la prima clamorosa ondata di crisi, cioè nel 2008, cioè quando gli stessi negozi iniziavano ad accusare un calo sulle vendite standard, ovvero ai clienti di tutti i giorni, e mentre i fatturati delle stesse aziende lievitavano secondo progressioni geometriche e opposte.

AIUTI DELLA FINANZA AL SETTORE. Ora i calzaturieri italiani dell’Anci riuniti a palazzo Mezzanotte a parlare di aiuti della finanza al settore, riescono per esempio a parlare di una crescita sui mercati esteri che in Italia si sognano (+13,7% nel 2010 e +12,
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7% nel 2011, recuperando il 15,9% del 2009, ma soprattutto rafforzando un saldo commerciale positivo netto pari al +16,4% nel 2011, che pone i fabbricanti di calzature in una posizione più favorevole rispetto al tessile abbigliamento o alla meccanica in termini di rapporto fra saldo commerciale e addetto).

IL DANNO PER I NEGOZIANTI. Al palo, o per meglio dire incanalati in una spirale di mancate vendite e mancati pagamenti, si sono ritrovati molti negozianti. Qualcuno ha fatto di necessità virtù e, mettendo a frutto l’abilità acquisita in anni di allestimento delle vetrine e degli spazi interni e una certa propensione per il protagonismo, si sta proponendo alle aziende come stylist.

Per gli altri, come dice qualche consulente di impresa, è arrivato il momento di dare prova di una maggiore umiltà, visto che non saranno comunque capaci di fare squadra. oggettivamente difficile capire come potrebbero adottare entrambi questi comportamenti (che cosa significa dare prova di umiltà? Picchiare le commesse sempre poco gentili e comunque incapaci di distinguere un tessuto da un altro perché avrebbero voluto fare le veline e invece il destino cinico e baro le ha messe a piegare maglioni? E fare squadra? Imporre prezzi e fare cartello contro aziende che impongono un ordine minimo di centinaia di migliaia di euro che non sapranno come onorare? La consulente non si sbilancia, forse sta pianificando progetti e prodotti).

TORNARE A SCOPRIRE TALENTI. Certo è che a tutti loro, quelli che un tempo si chiamavano bouticcari, rimane come unica possibilità quella di tener duro, e soprattutto di investire sui marchi di ricerca,
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tornando insomma a fare il loro mestiere di scopritori di talenti e creatori di tendenza. Tempo qualche anno, ma le prime avvisaglie si leggono in controluce già adesso, anche i cinesi inizieranno a non poterne più di borse monogrammate tutte uguali e di scarpe fatte in serie a poco prezzo, dure e rigide come strumenti di tortura medievali, e torneranno a volere pezzi unici, speciali, magari adeguati e in linea con le loro tradizioni (la tendenza è già in atto nell’arredamento: la lacca continua a piacere di più del cupissimo legno wengé o del travertino che tanto affascina ai designer italiani).

E a quel punto, per le griffe emergenti, ci sarà ancora bisogno di mercato parallelo. un ciclo che dura 10 anni circa, lo sanno tutti i soloni del settore. Adesso siamo all’anno sette, circa. questione di poco.

Salvini replica all di Milano: seguendo la legge dell e di Dio manifestazione di chiusura della campagna elettorale della Lega, Matteo Salvini ha da Premier ormai certo che sar lui a guidare un prossimo eventuale governo di centrodestra tenendo per le mani una copia della Costituzione, un Vangelo e un rosario. Un che non passata inosservata. Nemmeno all di Milano, monsignor Mario Delpini. Il prelato ha subito ricordato a Salvini che nei comizi si dovrebbe parlare solo di politica. Ospite di l il leader della Lega ha poi spiegato i motivi di quel gesto tra il sacro e il profano.

Salvini replica all di Milano: seguendo la legge dell e di Dio manifestazione di chiusura della campagna elettorale della Lega, Matteo Salvini ha da Premier ormai certo che sar lui a guidare un prossimo eventuale governo di centrodestra tenendo per le mani una copia della Costituzione, un Vangelo e un rosario. Un che non passata inosservata. Nemmeno all di Milano, monsignor Mario Delpini. Il prelato ha subito ricordato a Salvini che nei comizi si dovrebbe parlare solo di politica. Ospite di l il leader della Lega ha poi spiegato i motivi di quel gesto tra il sacro e il profano.
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