ugg size chart Il supersfruttamento del proletariato cinese dietro il boom economico

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Da qualche tempo, qui da noi, la società delle merci ha paura dei suoi stessi prodotti. Il colpevole di questa paura è la Cina.

I prodotti tessili non costano più niente, però si sapeva da un decennio che dal gennaio 2005 sarebbe scaduto l’accordo Ata (Accordo sul tessile abbigliamento che regolava il commercio tessile) e si sarebbe giunti alla liberalizzazio ne degli scambi nel settore. Le scarpe anche a non volerle comperare te le tirano sulla schiena, l’Unione europea denuncia un aumento del 700% delle importazioni di calzature.

La nostra piccola media impresa non ce la fa ed ecco la solita Lega nord che sfodera l’unico suo programma politico: la padania contro il resto del mondo. Uno dei sette paesi più ricchi al mondo se la combatte su bulloni, mutande e ciabatte, cose da pazzi! la stessa Cina a chiedere ai paladini del liberismo di rispettare gli accordi del Wto, mentre noi ci abbarbichiamo al protezionismo. Per il valore del Pil la Cina ha superato Inghilterra e Italia raggiungendo la Francia,
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ma considerando la sottovalu

tazione della sua moneta questo valore balza al secondo posto dopo gli USA (nel 2004 il Pil cinese è cresciuto del 9,5%). Questa forte crescita economica ha bisogno, per essere sostenuta, di energia elettrica e la materia prima atta allo scopo, oltre il carbone, è prevalentemente il petrolio (la Cina è già adesso il secondo importatore mondiale di greggio dopo gli USA). Da qui la necessità di accaparrarsi l’oro nero: la governativa Cnooc (China National Offshore Oil Corpo ration) tenta la scalata alla storica compagnia petrolifera americana Unocal.; le tre sorelle petrolifere cinesi Cnooc, Sinopec e Petrochina guardano verso la Russia dove la Cnooc ha acquisito una partecipazione nella Yugansknef tegaz gigante petrolifero della Siberia; in Africa acquisendo giacimenti in Sudan e diritti di estrazione in Gabon ed Angola;
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in America Latina dove Sinopec e Petrochina sono presenti in Argentina, Venezuela ed Ecuador.

La situazione è più complessa di quanto sembri e non è legata a quattro panni di tessuto e a due paia di scarpe. Ma tutto questo sviluppo su cosa si regge? Perché le multinazionali occidentali hanno investito in Cina 53 miliardi di dollari nel 2003 e 60 miliardi nel 2004? Perché producono in Cina determinando il 60% delle esportazioni cinesi? La risposta, oltre che nell’apertura cinese, sta nella presenza di una vastissima massa di proletariato rurale ed urbano che è costretto a lavorare e vivere nella condizione dello schiavo.

Orari di lavoro massacranti che si estendono fino a 16 ore al giorno, utilizzo sfrenato di lavoro minorile, salari che si aggirano attorno ai 75 euro mensili salvo eventuali multe (ad esempio la Timberland paga mezzo euro un paio di scarpe che vende in Europa a 100 150 euro), mancanza di norme e controlli che regolano il rapporto lavorativo con conseguente rischio elevato per la salute e la vita dei lavoratori, mancanza di rappresentanza sindacale poiché nelle fabbriche il sindacato governativo ha come capo l’amministratore delegato dell’azienda, inoltre il 40% del salario viene trattenuto in cambio di un vitto insufficiente e di un alloggio che il più delle volte non è altro che uno stanzone dove si dorme promiscua mente e in assenza di ogni minima condizione igienica e,
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per finire, una disciplina aziendale da carcere.

L’estrazione del carbone è un’altra attività cruciale per la Cina: il 70% delle centrali termoelettriche bruciano carbone. Ed i minatori come lavorano? Notizie dai distretti del carbone: gli incidenti sul lavoro sono all’ordine del giorno. I morti ufficiali ammontano a più di 6.000 all’anno,600.000 minatori soffrono in forma grave di malattie quali la silicosi, l’enfisema ed il cancro e questo esercito si accresce di 70.000 casi all’anno.

Tutto ciò mantenuto col ricatto della fame e con una brutale repressione di qualsiasi forma di protesta. Nel 2004 a Pechino sono stati arrestati o perseguiti 800.000 cinesi per “attentati alla sicurezza dello Stato”. Sotto questa definizione rientrano scioperi, conflitti di lavoro ed organizzazione sindacale. Inoltre la legge cinese punisce con la pena di morte 69 reati (comuni e politici) mentre la tortura e la detenzione arbitraria sono largamente utilizzate.

Che fare? Il nostro borghese occidentale ha una risposta: democrazia. Democrazia vuol dire diritti politici, civili e sindacali. Ma la sua democrazia borghese è una oligarchia, si affida allo sviluppo economico quale unico dispensatore di reddito per i più poveri, vuole i diritti sindacali unicamente per far del proletariato cinese quella domanda di massa che potrebbe dare un po’ di ossigeno al capitale in crisi. E poi, vai tu a parlare di democrazia alle multinazionali occidentali ed ai capitalisti cinesi. Un attimo ancora,
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secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, (dati 2003) nel mondo ogni anno circa 270 milioni di lavoratori sono coinvolti in incidenti sul lavoro e circa 160 milioni sono affetti da malattie professionali. Per lo stesso motivo, in media, muoiono ogni giorno 6000 lavoratori.

Dei 2,8 miliardi di lavoratori mondiali 1,4 miliardi vivono di stenti non guadagnando più di 2 dollari al giorno, mentre altri 0,5 miliardi guadagnano meno di 1 dollaro al giorno. Terrificante; abbiamo volto lo sguardo ad est ed abbiamo visto le condizioni di lavoro nel mondo. Il posto da dare al proletariato asiatico è al fianco di quello europeo,
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arabo, africano, americano nella lotta contro il capitale “globale” e la sua democrazia.