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I discepoli pongono a Gesù una domanda: “Quando avverrà la fine del mondo?”. Gesù risponde (meglio: non risponde) raccontando la parabola del padrone che rientra nella notte. Non viene indicata nessuna ora. Tutte le ore sono buone per Dio e per l’uomo. Quello che occorre è non farsi trovare addormentato. Il pericolo per il credente non è quello di “non sapere” ma di “non vegliare”. Non c’è spazio per la curiosità! Gesù non dice “State tranquilli!”, ma “Vegliate!”.

Avvento è attesa di Qualcuno

Avvento è attesa di Qualcuno. Attesa operosa, tra una venuta passata e una venuta futura. Tra Betlemme e Apocalisse. Il breve segmento della nostra vita terrena serve a diffondere il regno di Dio, a costruire la civiltà dell’amore. In genere l’uomo di oggi ha rotto questo continuum tra passato, presente, futuro, tra la venuta storica di Gesù il 25 dicembre (memoria), la venuta ogni giorno di Gesù nella nostra vita (testimonianza), la futura venuta di Gesù giudice alla fine dei tempi (attesa): la prima è relegata nel lontano passato di oltre 2.000 anni fa; la terza è così futura e misteriosa che finisce per non interessarci; perciò anche il presente risulta povero e insignificante: “E’ assurdo che siamo nati, è assurdo che moriamo. Partoriamo a cavallo di una tomba. Il giorno splende un istante, ed è subito notte” (S. Beckett). Il Signore è già venuto, ma viene ogni giorno, verrà anche alla fine: nell’Avvento si intrecciano con libertà queste tre venute di Gesù. Presso gli ebrei “Capodanno Rosh ha shanàh” è un giorno di riflessione e di revisione; i nove giorni che seguono Rosh ha shanàh sono chiamati anche “Ieme selihòt Giorni di penitenza”, e terminano con il terribile e meraviglioso “Iom Kippùr Giorno dell’espiazione”, durante il quale “è vietato mangiare, bere, lavarsi, ungersi, calzare le scarpe, accoppiarsi”. il periodo di Rosh ha shanàh si chiude con il “Giorno dell’espiazione Iom Kippur”, in cui si segue il più severo digiuno: le ore trascorrono in preghiera, nella sinagoga, dal calare del sole del 9 Tishri all’apparizione delle prime 3 stelle del 10 Tishri; tutto ciò per riuscire a fare un bilancio della propria vita e pentirsi. E’ una giornata intensa, che pochi riescono a vivere in profondità, come rimprovera lo stesso Isaia (58,3). Chi ha vissuto bene il Iom Kippur, si è avvicinato a Dio,
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è passato dalla schiavitù alla libertà (Pesah), dalla trasgressione alla Torah (Shavuot), dal pentimento alla salvezza (Sukkot), dal male al bene (Iom Kippur).

Nessuno ha fatto festa, né ha salutato questo “”. Quanta festa invece per il “Capodanno civile”, atteso nella notte di san Silvestro con botti e spumante, cenoni e feriti. Questo ci fa capire che le cose dello spirito poco interessano! Inizia un nuovo anno liturgico, che non è un freddo e inerte ripetersi di fatti (Kronos) ma è lo stesso Cristo, che ci offre la salvezza per la lunghezza di un anno; non è un semplice calendario di giorni e mesi, a cui sono legate le celebrazioni religione, ma è lo stesso Cristo che ci salva nel tempo (Kairòs). L’anno liturgico purtroppo è ancora per molti fedeli una sorta di misterioso geroglifico da decifrare, nonostante la riforma avviata dal Vaticano II. Ripercorreremo le tappe della salvezza, i misteri della vita del Cristo, della Vergine, dei Santi; nella nostra piccola chiesa, che è la famiglia, saremo testimoni della crescita dei figli, delle manifestazioni quotidiane dell’amore, dell’intreccio continuo di sofferenza e coraggio, di miseria e nobiltà, di nascita e di morte.

Avvento è riconoscere Gesù negli altri

Avvento = attesa di qualcosa, meglio, di Qualcuno! Attesa vigilante e operosa, come suggeriscono i tre verbi: “Fate attenzione Vegliate Vigilate!”. Il forte richiamo alla vigilanza ci può apparire forse strano. Vigilare perché non sappiamo quando il Signore verrà! Ma noi sappiamo quando verrà: la notte del 24 dicembre, nella notte di Natale, metteremo Gesù nei nostri presepi! Allora, perché vigilare? Dov’è la sorpresa? La verità è che non si tratta solo di una nascita cronologica,
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di una commemorazione storica, di un avvenimento passato. E’ l’irruzione di un evento che qui e oggi ci tocca dentro e ci trasforma. Il Signore viene non solo nel giorno stabilito dal calendario, ma ogni giorno. Vigilare significa allora riconoscere Gesù nelle forme quotidiane e meno appariscenti: in chi ci siede accanto, nel collega di lavoro, in chi pulisce i vetri della macchina al semaforo Attraverso loro, Gesù ci chiede di essere accolto, e non è sicuro che noi lo riconosciamo. Anche di noi si potrebbe dire: “E’ venuto tra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto”.

Ad tendere, cioè tendere verso

Perché noi comprendiamo la necessità della vigilanza, Gesù ricorre all’immagine del portiere di notte. L’evangelista Marco, diversamente dagli ebrei, che dividevano la notte in tre veglie, scandisce la notte secondo l’uso romano, in quattro veglie: la sera, la mezzanotte, il canto del gallo, l’alba. Indizio che Marco non scrive il suo vangelo agli ebrei, ma ai lettori pagani. In ogni caso, il messaggio centrale è quello della “imprevedibilità” del padrone. Per ben due volte, Gesù dice: “Non sapete quando sarà Non sapete quando ritornerà”. E’ una vera spada di Damocle sospesa sul capo del credente! L’evangelista Luca è ancora più severo, perché aggiunge l’immagine del ladro. E l’altro evangelista Matteo ricorda addirittura l’episodio del diluvio “che inghiottì tutti”. Insomma, Gesù usa molti espedienti per scuotere le nostre coscienze indifferenti, e provocare una santa inquietudine. Quando siamo santamente inquieti, solo allora possiamo stare tranquilli!

Siamo sulla terra per arredare il cielo

Gesù ci avvisa che il giudizio non è lontano, esteriore, orizzontale, ma è vicino, verticale, interiore. Non dobbiamo immaginare Gesù come un giudice che verrà nell’ultimo giorno per la resa dei conti, ma noi stessi ci giudichiamo ogni giorno: “Chi non accetta le mie parole, ha già chi lo condanna: la parola che ho annunciato, quella lo condannerà” (Gv 12,
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47). Il giudizio avviene ogni giorno, come la luce brilla senza interruzione, ma noi preferiamo le tenebre alla luce. L’inferno e il cielo non sono uno stato futuro. Noi siamo già passati dalla morte alla vita, se amiamo i nostri fratelli (1Gv 3,14). La nostra eternità è già cominciata. E’ inutile aspettare segni nel cielo. E’ oggi il giudizio! Il credente non crede a una vita “futura” ma a una vita “eterna”, e se è eterna essa è già cominciata. Non dobbiamo raggiungere Gesù in un’altra vita, perché egli è con noi tutti i giorni.

Noi siamo sulla terra per arredare il nostro cielo. Nell’inferno si aspetta una vita futura, che qualcosa cambi: che la moglie cambi, che il marito cambi, i celibi desiderano sposarsi, gli sposati tornare celibi; l’inferno è lastricato di buone intenzioni! Nell’inferno ci si vuole liberare del fardello della vita e degli altri. Ma nel cielo si desidera di vivere e di amare senza fine. Il cielo sarà la continuazione di ciò che abbiamo conosciuto, fatto, amato, sulla terra. La vita eterna è immediata: stabiliamo tra noi relazioni tanto affettuose da desiderare di viverle sempre. “Morire è aprirsi a ciò di cui si è vissuto sulla terra” (G. Marcel). Noi, di cosa viviamo? Di denaro? Passeremo l’eternità nella cassaforte di una banca! Di sensualità? Avremo infiniti amplessi ma senza amore! Sbrighiamoci ad essere felici quaggiù per poterlo essere anche lassù. E’ importante chiedersi: “Ho di che vivere quando vado in pensione?”. E’ molto più importante chiedersi: “Ho di che vivere quando vado in cielo?”.

Il Vangelo: un progetto di vita

Il libro dei vangeli, prima di essere un libro di religione, è un PROGETTO DI VITA. Questa è la prima considerazione che si deve fare nel meditare ognuno di questi racconti che ci vengono ricordati in questo libro. Non impegniamoci ad essere più religiosi, ma ad essere persone più oneste e buone in tutto e con tutti. Per questo la prima cosa che ci viene qui ricordata è la necessità di “stare sempre svegli”. Chi dorme, si disinteressa di tutto.

e non di paura!

La fine del mondo, la morte inattesa e altre minacce simili tutto questo è stato tema della predicazione di molti chierici in sermoni ed omelie. Così si faceva paura alla gente. E si sa che l’argomento della paura della morte è stato molto utilizzato dal clero. Questo si deve evitare ad ogni costo. Perché in questo modo quello che si fa non è parlare di Dio, ma della paura. Ma il Dio che ci ha spiegato Gesù non è un Dio della paura, ma è il Padre della Bontà e della Misericordia. Quando parlano tanto della paura, molti uomini di Chiesa vogliono “sottomettere la gente”. Una persona spaventata è una persona sottomessa. E sappiamo che la sottomissione della gente è quello che cercano, di cui hanno bisogno e che vogliono i potenti, civili o chierici che siano. Il Dio della paura vuole persone sottomesse, non persone rette. Ma nella vita quello di cui abbiamo più bisogno è rettitudine, onestà, bontà,
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giustizia.