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trovatore dell di Roma serve, pi che a Verdi, a mettere qualche puntino sulle nel continuo, inestinguibile, inesorabile e abbastanza sgangherato dibattito sulle regie d una querelle des anciens et des modernes che ha ampiamente stufato anche perch impostata e sviluppata su premesse sbagliate. Citiamone due per tutte. La prima l che una regia d si giudichi soltanto da scene e costumi (sicch nei casi limite c perfino chi sentenzia sulla base delle fotografie, evitando la noia di andare a teatro); la seconda, che scene e costumi e in generale ogni trasposizione temporale del libretto, costituiscano di per s una regia Niente di pi sbagliato. Scene e costumi sono una parte della regia, non la regia. E ci possono essere produzioni con i cantanti nei soliti cappotti e con il mitra in mano che nascono vecchie, e altre con i mantelli e gli spadoni regolamentari che sono modernissime.

Passiamo dalla teoria alla pratica. In coproduzione con Parigi e Amsterdam, dunque teatri di osservanza risolutamente l di Roma, che una delle poche fondazioni italiane dove si abbia qualche contezza di quel che succede nel resto del mondo, affida il suo nuovo ad Oll del collettivo catalano La Fura dels Baus. Una ventina di anni fa, quando la Fura irruppe sulla scena lirica internazionale, si fece apprezzare per la freschezza del suo approccio e per la capacit di creare immagini forti, contemporanee, talvolta ironiche ma sempre pertinenti. Il capolavoro fu probabilmente una stupefacente de Faust a Salisburgo, nel Gi allora, per e il seguente trasform il sospetto in certezza, si notava come tutto il teatro della Fura si risolvesse, appunto, in immagini e solo in immagini. Passati gli anni, i moduli espressivi sempre quelli rimangono, i furanti sono meno furenti, l forse non ha loro giovato, e insomma Oll soci sembrano ormai diventati i Pizzi del nuovo millennio, la regia come tableau vivant, ideali per teatri che vogliono lo spettacolo ma senza rischiare troppo, facili facili, pr invece che penser .

Qui sistemano trovatore in un suggestivo nulla, con una parete riflettente in fondo che fa sempre chic e non impegna, un po di nude colonne che fanno su e gi perfette per tutto, dal convento alla trincea, qualche croce che fa cimitero, divise da Grande Guerra sia per i cattivi che per i buoni (ma con i cattivi in uniformi pi scure, che le sciure non si sbaglino) e tutti con in testa lo stahlhelm tedesco che fa nazi (per anche per i buoni).

Poi per il resto si vede il solito con i cantanti sostanzialmente abbandonati a loro stessi che fanno quel che fanno tutti i cantanti, camminate senza senso per il palcoscenico, braccia spalancate in prossimit dell e coro bello fermo a guardare il direttore. Se ci sono delle idee, sono accuratamente nascoste. La confezione accurata, per carit ma il regalo pi prevedibile di quelli di Natale. E intanto si aspetta ancora che qualche regista si decida a fare il vero di Verdi, che non affatto l sanguigna e istintiva e ipermelodrammatica che ci ha spacciato tutta una certa critica da Barilli in gi ma il suo titolo pi intellettuale, anzi intellettualistico, un vero esercizio drammaturgico perfino spiazzante nella sua radicalit e nelle sue avveniristiche soluzioni narrative. Pazienza. Intanto per qualche giornalista sprovveduto e qualche loggionista isterico hanno abboccato, sicch ci sono stati articoli preventivi sui giornali prima della prima e buuu! prevenuti appena finita, reazioni davvero sproporzionate per quello che alla fine un dei pi ordinari, e nemmeno dei migliori.

Chi invece ha le idee chiare, su Verdi in generale e sul in particolare, il giovin direttore Jader Bignamini, che lo vuole giustamente morbido, lirico e notturno. E fin qui il meno. Il pi che Bignamini questo riesce anche a realizzarlo, con accompagnamenti sempre elastici, sfumati, all nervosi, bench i tempi siano tendenzialmente rapidi e il rilievo accordato ai fiati insolito. una direzione tutta in crescita, da un primo atto un po timido (e con qualche scollatura fra buca e palcoscenico) a un quarto perfetto, comprensivo di un nostri monti fra i pi belli ascoltati da anni. In tutto questo lirismo l momento in cui si vorrebbe un po pi di mordente forse la cabaletta del baritono. Orchestra e coro apprezzabilissimi.

L cantante all della direzione Simone Piazzola, che non solo canta con un meravigliosa ma anche uno dei pochi baritoni ad aver capito che il Conte di Luna non solo un cattivone da melodramma, ma anche e anzi soprattutto un uomo innamorato. Nell Carlo della Scala, Piazzola era sembrato sempre raffinato ma un po affievolito, forse a seguito di un dimagrimento impressionante: la lieta novella che arriva da Roma che sta recuperando il volume. Anche Ekaterina Semenchuk, Azucena, canta assai bene, morbida e senza sbracare: a me non trasmette alcun tipo di emozione, come se cantasse l telefonico, ma probabilmente colpa mia. Stefano Secco, Manrico, quel che si definisce un serio professionista. Fascinoso, per canto e scena, direi per di no, e i suoi acuti acuti sono faticosi e privi di squillo: nella puntura finale della in tono, Secco c anche, come si suol dire, in mezzo

Resta il caso di Tatiana Serjan, che la dimostrazione che non esistono cattivi cantanti, ma cantanti che sbagliano le parti. Serjan affascinante, intensa, a tratti perfino magnetica. Pero, a questo stadio della sua carriera, non dovrebbe affrontare Leonora. Perch le agilit sono pasticciate, e vabb capita a tre Leonore su quattro, ma soprattutto perch gli acuti a voce piena sono laboriosi e forzati, tanto da ripercuotersi perfino sull Cos interpreta benissimo tutta l ma canta davvero bene soltanto sull rosee perch piani e pianissimo funzionano.
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