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Da diverse settimane il regime della piccola Guinea Equatoriale ha avviato una stretta repressiva su vasta scala, che secondo i beninformati servirebbe a preparare il terreno per le prossime elezioni farsesche nel Paese.

Due giorni fa lo stato d’emergenza, decretato dal presidente Obiang il 20 marzo scorso in tutto il paese, ha portato i militari a compiere alcune retate nelle bidonville di Malabo e Bata, le due città principali del piccolo paese africano: decine di cittadini stranieri, in particolare camerunensi, maliani, ciadiani e gabonesi, sono stati arrestati, torturati ed espulsi dal Paese, accusati di essere immigrati clandestini senza documenti.

Una realtà che ricorda (con le dovute e sostanziali differenze) quella italiana, se non fosse che molte delle persone arrestate ed espulse vivevano e lavoravano nel Paese da diversi anni, anche per aziende riconducibili a membri della famiglia presidenziale, come la ABC, la più grossa azienda edile del paese di proprietà di Constancia Mangue, first lady e sposa del Presidente.

Secondo quanto scrive il quotidiano di informazione maliano Maliact sarebbero oltre 70, secondo le ultime stime 78, i cittadini maliani rastrellati dai militari nguemisti ed espulsi dal Paese: alcuni di loro, la maggior parte, erano residenti da anni in Guinea Equatoriale e tutti in possesso di regolare permesso di soggiorno, mentre altri erano effettivamente aspiranti clandestini diretti verso l’Europa.

Espulsi e inviati al centro per rimpatriati di Sogoniko, in Mali, le testimonianze di queste persone raccontano storie drammatiche:

“Il 14 marzo alle 7 del mattino, come sempre, ho lasciato la mia casa per andare a lavoro, presso la società ABC a Odianboi, distante 72km da casa mia; per il viaggio ho pagato 20.000 franchi CFA. Lungo la strada, la polizia mi ha fermato chiedendomi i documenti. Ho mostrato loro il mio permesso di lavoro, acquistato pagando 90.000 franchi CFA. Mi hanno detto che non avevo pagato abbastanza e che c’era bisogno di un ulteriore permesso di soggiorno, che costa 600.000 franchi CFA, ma io non avevo ancora una carta di soggiorno. A quel punto mi hanno portato alla stazione di polizia, dove ho incontrato molti altri detenuti. Ci hanno trattenuti tutti per 12 giorni in condizioni pessime”.

racconta Feundo Koumarè, operaio maliano di 24 anni. Koumarè racconta che il 24 marzo sono stati tutti portati al confine nord con il Cameroun ma le autorità camerunensi hanno impedito loro il passaggio, rispedendoli indietro in Guinea Equatoriale. Solo il 27 marzo la situazione si sarebbe sbloccata, quando il maliano e i suoi compagni di disavventura sono stati mandati in aereo da Malabo a Cotonou, in Benin, dove sono stati accolti dalle autorità consolari maliane che hanno successivamente organizzato un autobus per Bamako, Mali, il 29 marzo, e fornito al gruppo vestiti puliti e persino scarpe, di cui erano sprovvisti.

“In Guinea Equatoriale ho lasciato 900.000 franchi CFA e il mio bagaglio. Ho intenzione di tornare a prenderli, ma non voglio più lavorare in quel paese”

spiega Komarè a Maliact,
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il cui fratello, del quale da giorni non ha notizie, vive ancora in Guinea Equatoriale. Secondo un’altra testimonianza raccolta da RFI in questo gruppo di disgraziati c’erano anche ragazzi minorenni, vittime anche loro di arresti arbitrari, inumana ed ingiusta detenzione, deportazione.

“Con noi c’era gente che ha lasciato il negozio, c’è chi lascia persino moglie e figli. La polizia ci ha picchiato per convincerci a non tornare. [.] Siamo stati un mese e cinque giorni in carcere, dove abbiamo vissuto con un tozzo di pane e una sardina ogni tre persone. Dovevamo mangiare ammanettati, molti di noi sono rimasti sempre ammanettati.”

Secondo i racconti sarebbero centinaia i maliani nelle carceri della Guinea Equatoriale in attesa di essere espulsi. L’agenzia di stampa APA (Agence de Presse Africaine) “una vasta operazione di caccia” voluta espressamente dal secondo vicepresidente della Guinea Equatoriale, Teodorin Obiang Nguema Mangue (figlio di Teodoro il Presidente e principale aspirante alla “corona”, e Constancia, first lady e Presidente ABC, la società per cui lavorava il maliano intervistato).

Alle violenze settarie e ai rastrellamenti si unisce inoltre una repressione durissima nei confronti dell’opposizione politica interna al paese: anche il Dipartimento di Stato americano ha espresso “preoccupazione”, in una nota pubblicata il 31 marzo scorso, per gli arresti brutali e le detenzioni arbitrarie degli oppositori politici.

Gli Stati Uniti riportano alcuni nomi di oppositori che i lettori di Blogo conoscono già: Guillermo Nguema Ela, leader del partito di opposizione Fuerza Demcrata Republicana (FDR), costretto a non lasciare il suo villaggio, e Luis Nzo Ondo, arrestato il 19 marzo a Malabo mentre chiedeva la liberazione di Ela, forzatamente trasferito a Mongomo e ivi confinato.

“Invitiamo il governo della Repubblica della Guinea equatoriale a consentire ai partiti politici di registrarsi e partecipare liberamente ad attività politiche pacifiche, come concordato durante il dialogo politico nazionale nel mese di novembre 2014.”

Nessuna accusa è stata ancora formulata contro gli oppositori, come nessuna accusa è stata formalizzata nei confronti degli italiani Fabio e Filippo Galassi, detenuti dal 21 marzo a Bata: Fabio si trova nel carcere della città, dove risiede da oltre due anni un terzo cittadino italiano, Roberto Berardi, mentre il figlio Filippo si trova agli arresti domiciliari (e passaporto sequestrato) nell’abitazione di Bata.

Le autorità italiane stanno facendo ogni sforzo, questa volta va riconosciuto contrariamente a quanto fatto inizialmente con la detenzione di Berardi, affinchè l’incolumità dei due venga tutelata nella più assoluta integrità e che venga rispettato il diritto equatoguineano ed internazionale. Tuttavia sembra che da quell’orecchio le autorità nguemiste non vogliano sentirci.

Sul fronte internazionale invece, sembrerebbero esserci novità sui processi francesi per riciclaggio e corruzione a carico di Teodorin Obiang Nguema Mangue (vicepresidente ed ex socio di Berardi, nella foto): l’avvocato di Obiang, Jean Charles Tchikaya, spera di risolvere nei prossimi giorni la controversia giudiziaria francese in piedi oramai da due anni.

Obiang infatti sarebbe rimasto deluso delle trattative con la corte francese, la quale chiederebbe come condizione base un’ammissione di colpa da parte del vice capo di Stato africano, la restituzione dei beni indebitamente frutto della corruzione nel suo paese e il pagamento di una multa da 50 milioni di euro (20 in più di quanto patteggiato, nel 2014, con la Corte penale della California, in un processo poco dissimile da quello francese portato a termine anche grazie alle testimonianze di alcuni imprenditori italiani in Guinea, morti misteriosamente poche settimane dopo aver consegnato le carte agli americani).

L’avvocato Tchikaya vorrebbe appellarsi, per il processo francese, alla Corte internazionale di giustizia per chiedere il riconoscimento dell’immunità diplomatica di Teodorin Obiang, visto che nel novembre 2014 la Guinea Equatoriale ha sottoscritto la Convenzione di Vienna del 1961.

Nel frattempo, il prossimo 8 aprile la Guinea Equatoriale ospiterà un vertice transnazionale di capi di stato dell’Africa occidentale per affrontare la questione Boko Haram, per trovare una strategia comune contro un nemico comune: peccato che Boko Haram controlli aree a 1600km dal confine della Guinea.
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