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C’è stato un periodo in cui il presidente della Roma, Franco Sensi, amava molto parlare di “vento del Nord”, di intrighi e congiure di Palazzo che impedivano alla sua squadra di competere ad armi pari con le grandi del campionato. Una sorta di complesso di don Abbondio in cui il club giallorosso era il vaso di coccio e le squadre del Nord i vasi di ferro. Il periodo dei lamenti incontrò una breve sosta dopo la conquista del secondo scudetto “romano” (l’anno prima era andato alla Lazio), salvo poi riprendere immediatamente dopo, fortificato e veicolato dal braccio armato del presidente, il direttore sportivo Franco Baldini. Era singolare sentirlo discutere di favoritismi e compiacenze arbitrali dopo che la Roma si era aggiudicata un campionato con la benevolenza incrociata dei fischietti tutti e della Federcalcio (leggi regole cambiate in corsa). Col senno di poi, le querimonie di Baldini e di Sensi suscitano decisamente ilarità sulla scorta di ciò che accadde, tra il 2002 e il 2003, nei conti finanziari della AS Roma.

Sensi non è mai stato un campione di puntualità in fatto di limpidezza contabile o di scadenze da rispettare. Già all’epoca della cessione del Palermo (lo passò a Zamparini nell’estate del 2002), il buon Franco aveva lasciato un ottimo ricordo di sé ai siciliani, “dimenticandosi” di saldare qualche conticino in sospeso:

Il credito più piccolo è quello di un bar che aspetta da mesi 7 euro e 48 centesimi. Il più grande è quello di una agenzia di viaggi di 224 mila euro. In mezzo ce ne sono centinaia per tutte le cifre: dai 20 euro ai 200 mila euro. La lista dei creditori, che quasi quotidianamente bussano alla porta del Palermo per recuperare i soldi che avanzano dalla gestione Sensi, conta più di duecento nomi. Sì perché il presidente della Roma, insieme a tanti rimpianti per quello che era il suo progetto di società mai portato a compimento, ha lasciato anche qualcosa come quattro milioni di euro di debiti. Un buco che l’ ex proprietario del Palermo si era impegnato a pagare, o quanto meno a garantire con una fideiussione, e che invece sino ad oggi è rimasto tale e che Zamparini sta cercando di ripianare. L’ elenco dei creditori è svariato. C’ è l’ albergo che attende 140 mila euro. La foresteria del settore giovanile creditrice di oltre 60 mila euro. L’ azienda che fornisce i tacchetti delle scarpe, le reti delle porte, i paletti e altro materiale da campo che vanta un credito di 8 mila euro. I medici, massaggiatori e gli altri componenti dello staff sanitario con un anno e mezzo di arretrati. Non sono nemmeno stati pagati gli animatori che hanno organizzato la festa di Natale per i bambini e che attendono di vedere corrisposti i loro 300 euro. Insomma mezza Palermo deve avere soldi da Sensi. Ma il vecchio Palermo ha debiti anche fuori città. Il caso più clamoroso è quello di Villa Stuart la clinica romana dove lo scorso anno Beppe Mascara venne operato per la frattura del malleolo. La direzione sanitaria non ha mai visto i 13 mila euro per l’ intervento e lo scorso 28 ottobre, per fare operare Zauli, Zamparini si è visto costretto a pagare in anticipo. Ma è successo pure che tornando negli alberghi di Ancona e Cosenza, che avevano ospitato la squadra lo scorso anno, il Palermo abbia dovuto saldare gli extra mai pagati dalla precedente gestione. Senza contare gli oltre 400 mila euro che la Fifa ha imposto di pagare al San Gallo per Dittigen. Il motto di Sensi è sempre stato: L’ importante non è pagare, ma fare sapere che puoi pagare. Lo sanno bene i giocatori del Palermo che, senza stipendio per sei mesi, lo scorso anno hanno firmato le ricevute liberatorie soltanto a fine luglio. Hanno visto lo stipendio, ma non il premio salvezza che si aggira sui 65 mila euro per un totale di 900 mila euro. La settimana scorsa il pretore di Borgo Valsugana ha condannato il Palermo al pagamento di una multa di 2.500 euro più le spese giudiziarie. I soldi che il Palermo deve alla società del Primiero San Martino per l’ utilizzo del campo di allenamento per il ritiro della scorsa stagione. I dirigenti trentini hanno fatto tre tentativi senza esito prima di ricorrere alla giustizia per ottenere quanto spettava loro. Di ingiunzioni di pagamento è pieno anche il tribunale di Palermo, ma molti di più sono i creditori che ancora non hanno intrapreso le vie legali e sperano in Zamparini. Ma Zamparini non può pagare. Nell’ accordo di questa estate Sensi si impegnava a vendere la società rosanero per 15 milioni di euro pagabili in tre rate da cinque, ma senza un solo debito. Il debito sarebbe stato saldato attraverso un versamento da parte della delegataria della società Cristina Mazzoleni. Paradossalmente se Zamparini intervenisse potrebbe poi essere citato da Sensi perché il pagamento deve avvenire alla presenza della Mazzoleni. Tutto sarebbe doveva essere saldato entro agosto, ma di quei soldi non si è vista nemmeno l’ ombra. Si aspettava il consiglio di amministrazione della Roma del 31 ottobre, ma niente. Poi Sensi è stato poco bene, poi è andato a Madrid con la squadra, quindi ha avuto il caso Cassano. Insomma, come ai tempi in cui gestiva a società rosanero, non ha trovato un minuto di tempo per occuparsi del Palermo. Adesso a Trigoria appena vedono sul display dei telefoni il prefisso 091 di Palermo nemmeno rispondono più. (Repubblica, 9 novembre 2002)

Anche nella Capitale, Sensi faceva attendere il versamento mensile ai suoi tesserati: a giugno 2003 la Roma contava un debito verso tesserati di 44,13 milioni di euro che fu saldato, ma non completamente, nel febbraio del 2004. Su Repubblica del 2 novembre 2002 si racconta un gustoso aneddoto:

La Roma sugli ingaggi non onorati e le esclusioni dalla rosa non giustificate ha collezionato più contenziosi di Vittorio Sgarbi, tramutati in puntuali sconfitte al Collegio Arbitrale di Milano. L’ultimo problema si chiama Saliou Lassissi, difensore della Costa d’Avorio: è fermo da 14 mesi, il presidente Franco Sensi da luglio non gli riconosce l’ingaggio (312.000 euro risparmiati, fin qui).

Ma le abilità del presidente romanista non si palesano solo nello sfuggire ai creditori ma anche nello scansare tout court le difficoltà finanziarie che mano mano gli si presentano. Dopo aver commentato con sarcasmo, nel maggio 1998, la quotazione in Borsa dei cugini biancazzurri (“La Lazio entra in borsa perché non ha più una lira”), Sensi si fa beffe di ogni coerenza portando la sua Roma a Piazza Affari, due anni esatti dopo. Lieto evento che il Nostro, colto da improvviso entusiasmo, saluta così: “Questo è un grande successo della società che entra in Borsa con un massiccio patrimonio finanziario che nessun’altra società può vantare. [] Ora la Roma è libera, chi vuole se la compra. E’solo un problema di quantum” (Ansa, 23 maggio 2000). Il titolo, collocato a 5,5 euro dopo un mese perde già il 14%. E’ lo stesso Sensi a vendere (e realizzare). E poco importa se la Consob ha chiuso un occhio (forse due) accordando la quotazione della Roma, nonostante le difficoltà economiche.

Ma queste sono solo guasconate, memorie da raccontare con compiacimento ai nipoti, se paragonate a quello che accadde nel biennio 2001 2003, con la Roma alle prese con bilanci da bancarotta e un’impossibile iscrizione al campionato di serie A.

La Roma di Sensi è stata una delle grande protagoniste di quel sistema detto delle plusvalenze, che ha caratterizzato la storia delle società di calcio all’alba del nuovo millennio. Il terzo scudetto giallorosso, vinto (si fa per dire) nel 2001, è costato moltissimo alle casse romaniste, da lì in avanti sempre più tristemente vuote.

Nell’estate 2001 la Roma avvia una proficua serie di trattative con il Parma dell’allora immacolato Tanzi, che portano a benefici contabili inimmaginabili. Ecco un esempio: i calciatori Gurenko, Mangone e Poggi passano ai ducali per la stratosferica cifra di 50 milioni di euro. Non male per due difensori e un bomber di scorta che in Capitale non hanno quasi mai giocato. Ridicola poi la contropartita concessa al Parma: l’infortunato Lassissi, al quale Sensi non pagava lo stipendio, e l’anziano Diego Fuser. 50 milioni in totale anche per loro. Do ut des avrebbero detto a Roma, duemila anni fa. Ma il capolavoro arriva l’estate seguente con maquillage contabili di inarrivabile fantasia: nel bilancio chiuso al 30 giugno 2002 l’AS Roma iscrive 95,3 milioni di plusvalenze da cessione calciatori. 180 miliardi di vecchie lire. Per realizzare tale somma non vengono sacrificati campioni del calibro di Totti e Montella ma una ventina di sconosciuti di belle speranze, presi direttamente dalle giovanili. Eccone i nomi:Una lista strepitosa nella quale solo tre giocatori (Amelia, Bovo, Brienza) si sono poi fatti una carriera nella massima serie. Un salto mortale in piena regola che verrà attutito un anno dopo dal salvifico materasso del Decreto Spalmaperdite.
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