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LIZZANO PISTOIESE (Pt) Siamo a Lizzano, piccola frazione (95 abitanti in prevalenza anziani) di San Marcello Pistoiese. Un gruppetto di case in uno spazio che incanta. Sotto corre la regionale per Abetone, davanti domina il Libro Aperto. Qualche filo di neve residua. Piante in fiore, per una primavera che in montagna arriva sempre qualche settimana in ritardo. Location deliziosa dove non accade mai nulla di nulla (e forse sta anche qui il fascino) ma dove da due giorni è accaduto un fatto notevole: nella casa per ferie della diocesi di Pistoia, intitolata all’ex vescovo Mario Longo Dorni e un tempo destinata a scuola, sono arrivati una quarantina di “ospiti” stranieri. Emigrati dalla Tunisia verso Lampedusa e da qui spediti, via nave, in un posto che mai avrebbero pensato di abitare. Appunto: Lizzano Pistoiese. Dall’altra parte del crinale c’è l’altra Lizzano. Gli emiliani l’hanno chiamata “in Belvedere” e in una frazioncina riposa, in eterno, Enzo Biagi che a Pianaccio era nato.

Il primo immigrato incontrato a Lizzano Pistoiese in questa mattina di sole viene dalla Russia, ha un volto delizioso, si chiama Tania, e con i tunisini non c’entra proprio nulla perché vive qui a Lizzano: con il marito di Porretta Terme gestisce il bar, l’unico in paese, e fa un ottimo cappuccino. Qui, nel suo locale, l’altra sera c’è stata un’assemblea pubblica che tutti mi raccontano come “appassionata”. Il sindaco Carla Strufaldi, la presidente della Provincia Federica Fratoni, il vicario del Vescovo don Paolo Palazzi ci hanno messo la faccia. Chiedo a Tania qualche notizia su come il paese ha preso l’arrivo dei suoi “colleghi” migranti. Ma è facile capirlo: da un lato, 95 persone insieme “aperte” e insieme “chiuse” come sono quelli di montagna, impegnate in una vita supertranquilla attendendo gli ospiti che in estate affollano l’albergo “La Pace” e le tante seconde case e dall’altro lato, con un tam tam mediatico di eccezionali proporzioni, 40 (anzi 36) tunisini arrivati da Lampedusa con un “corredo” di una ventina fra volontari (Misericordie e Caritas) e forze dell’ordine (Carabinieri, Polizia, Forestale, Finanza) h 24 dentro e davanti la bella struttura all’inizio del paese. Un po’ come se a Firenze, dalla sera alla mattina, fossero arrivati 250 mila immigrati.

A proposito della “struttura” intitolata all’ex vescovo e normalmente adibita a ospitalità di tranquilli gruppi parrocchiali in ritiro fra i boschi, c’è un piccolo problema. Nel pomeriggio di ieri, il ministro Maroni ha emanato una circolare che impedisce l’ingresso ai non accreditati. Uno pensa: basta accreditarsi. Ma qui si entra in uno scaricabarile fra i bravissimi carabinieri di turno e le autorità superiori. Nessuno si prende la responsabilità di far entrare il cronista della Regione Toscana e restano fuori dal cancello anche l’assessore comunale Davide Ferrari e i cinque colleghi della Protezione Civile regionale arrivati, da Firenze e Pistoia, per un loro sopralluogo. Nulla da fare: passano solo i volontari di Misericordie e Caritas. Ma essere in Italia ha il grande pregio (forse se ne accorgeranno presto gli stessi giovani tunisini) che “fatta la legge, trovato l’inganno”: in questo caso “l’inganno” sta tutto nella libertà che i tunisini hanno di uscire. In altri termini: se io non posso entrare, loro possono uscire. E a me, che di vedere l’interno della struttura onestamente non mi interessa nulla, va benissimo così.

Mi rivolgo a Sara e Francesca, due responsabili di Caritas Pistoia. E loro mi portano fuori il mediatore culturale, un giovanissimo tunisino che da anni vive in Sicilia. Grazie al ragazzo arrivo facilmente a loro, gli immigrati. Me ne porta fuori 4: Anoua, Abd Kader, Mourod e Mohamed. Nel frattempo è arrivato un cronista della tv pistoiese (Tvl) e tutti insieme facciamo due passi in via della “Cella”, la stradina che costeggia in discesa la casa del vescovo. Sotto un albero in fiore, fra prati verdi e sullo sfondo le nevi del Libro Aperto mentre sopra uno stereo diffonde musica araba, par davvero d’essere fuori dal mondo. Ma ci pensa Anoua a ricordarmi cos’è il mondo.

Ciascuno di loro ha pagato una cifra incredibile ma vera (duemila euro) per avere un posto sul barcone dove in 300 hanno affrontato ore e ore di mare in burrasca per arrivare a Lampedusa. Una sola cifra a raffronto: un mese di stipendio regolare (per chi di loro ce l’ha, lo stipendio regolare, non molti) fa arrivare nel portafoglio non più di 150 euro. “Ma chi ha preso tutti questi soldi per farvi arrivare in Italia è l’obiezione banale si è fatto d’oro”. La risposta sta tutta in un’alzata di spalle e in un sorriso triste. A me resta la curiosità di sapere se, fra questi “imprenditori” del trasporto di carne umana, c’è pure qualche bravo italiano (di quelli che, magari, blaterano contro gli immigrati). E tutti, loro compresi, abbiamo davanti le immagini del barcone affondato la notte scorsa. Centinaia di morti. Molti i bambini. Hanno poca voglia di parlare, in via della “Cella”. Rispondono a monosillabi. Chi viene da Gerba e chi da Sfax. Nessuno di loro avrebbe mai pensato di arrivare fra i monti della Toscana. Nessuno di loro, in verità, sapeva dove diavolo fosse la Toscana. Quando gli hanno detto che stava “tra Roma e Milano”, hanno capito.

Nessuno di loro viveva di rendita o, peggio, di mali affari. Questi quattro facevano chi il barista e chi l’autista, chi l’artigiano e chi vendeva scarpe. Tutti, però, lavori precari in una situazione di scarsa occupazione e con molto sfruttamento (forse lo sanno bene anche le centinaia di imprese italiane che hanno delocalizzato. Per spirito umanitario? O forse perché lì, il costo del lavoro, è davvero basso? Fate voi).

Poi è arrivata la “rivoluzione”. Sono arrivati i “gelsomini”. E per loro è arrivato il tempo di andare lontano. Adesso sono finiti in un posto dove non credo che qualcuno di loro voglia restare: non sanno che proprio da qui, e da tanti altri paesini vicini, fra la fine dell’Ottocento e gli anni Sessanta del secolo scorso, sono partiti migliaia e migliaia di “montanini”. Verso tutto il mondo. Anche loro cercavano lavoro. “Per fare fortuna diceva un vecchio canto s’andrebbe anche dall’altra parte della luna”. Se gli chiedi dove vogliono andare, “Francia” e Germania” sono le risposte più gettonate. Ma la parola più frequente è “libertà”. Qui, nella pace di Lizzano, si trovano benissimo. Sono tutti musulmani (ma non tutti praticanti, così mi dice uno di loro) e nessuno ha avuto da eccepire davanti al Cristo in croce raffigurato accanto alla porta principale. Si sentono “accolti”. Ogni tanto qualcuno di loro, in piccoli gruppetti, va al bar. Quello di Tania. Per un caffè.

Hanno facce serene, questi ragazzi. Ma si legge un po’ di paura quando li porti a parlare della traversata: quella da Tunisi a Lampedusa. “Difficile, rischio, paura” sono le parole che il mediatore traduce dall’arabo. Ridono di cuore quando chiedi se sono sposati. “No sposati. Per sposare occorrono soldi. E noi niente soldi”. Non sono abituati a mangiare la pasta, tantomeno gli spaghetti. Ma questo non pare un problema: la mediazione culturale si declina anche in cucina. In questi due o tre primi giorni giocano (due tiri a calcio, le immancabili carte) e guardano la tv. C’è una parabola, sintonizzata sulle loro tv. In Italia guardavano le nostre, ricavandone l’immagine di un paese dove si sta bene, la gente è buona, c’è libertà, le occasioni di lavoro non mancano. Forse adesso capiranno che non è tutto oro ciò che è tinto di giallo.

Per il momento, qui a Lizzano, l’Italia si mostra loro con la veste migliore. La gente è buona davvero e le critiche, che non mancano, non riguardano certo i ragazzi tunisini. Me lo ha spiegato, poco prima, Stefania. E’ una giovane mamma, vive qualche decina di metri sopra il bar e un po’ ce l’ha con i giornalisti “rei” di aver scritto, almeno in una occasione, cose non precise. Ha due gemellini (3 anni) e rassicura di non avercela con i tunisini, ma casomai su come è stato gestito il loro arrivo: “Potevano almeno avvisarci prima”. Non so se sia vero, ma l’impressione è del tutto opposta rispetto a una comunità ostile. Me lo conferma anche il presidente della locale Misericordia. Qui a Lizzano, su 95 persone residenti, ben 35 fanno volontariato alla Misericordia, che è sezione di quella di Pistoia. Una specie di record mondiale. E’ un volto noto: si chiama Giuseppe Montagna e ha fatto il sindaco all’Abetone. Scende dall’ambulanza insieme a un altro volontario e a tre o quattro immigrati: sono appena stati all’ospedale di San Marcello per un controllo di routine.

Il titolo di studio dei tunisini è medio alto: quasi tutti diplomati, non mancano i laureati. Tutti parlano francese, due parlano inglese. Hanno tutti capito che, adesso, per loro è fondamentale ottenere il permesso di soggiorno: avuto il foglio, in molti sanno già di avere un lavoro, magari in Francia o in Germania, tramite qualche parente che la trafila l’ha fatta prima di loro.

Ma è il coordinatore della struttura Riccardo Fantacci, della Misericordia di Pistoia a darci una chiave di lettura certo non buonista ma solo realista: “Danno più loro a noi che noi a loro”. Uno fra i valori aggiunti questa è solo una mia impressione è convincerci in diretta che con i fenomeni migratori dobbiamo tutti conviverci. E se lo facciamo senza paura, lasciando comunque parlare la giustizia e la legalità, forse è meglio. Ce lo riconfermano anche Sara e Francesca, di Caritas Pistoia portando fuori subito dopo pranzo Faouzi e Bachir. Due personaggi nel vero senso della parola. Due “nocciòli” che capisci subito essere abituati alle palestre. In effetti sono due campioncini: il primo di basket, il secondo di boxe. Hanno combattuto nelle prime divisioni tunisine e vinto non poco. Ma lì non è come da noi: di solo sport non si vive. Né pane né tantomeno companatico. E allora Bachir spera di trovarsi un buon allenatore e di poter riprendere con i pugni mentre Faouzi, che adesso ha problemi con i legamenti del ginocchio, vorrebbe che una squadra (“anche italiana”) lo prendesse come allenatore. Chissà. 53 anni in due, nessuna fidanzata e tanta speranza di trovare fortuna, magari senza abbandonare la tuta (il boxeur ne ha una con il nostro tricolore) che con orgoglio indossano.

Sui muri di Lizzano molti murales. Cominciarono, tanti anni fa, gli artisti del gruppo fiorentino “Donatello” e il paese, giù al ponte sul torrente Lima, è indicato come “il paese dei murales”. Qui, nel 1944, passava la Linea Gotica. Molti i dipinti colorati che ricordano gli orrori della guerra e le speranze della pace e qui, proprio davanti alla chiesetta (il parroco, over 85, ha un cognome impegnativo: si chiama don Napoleone) un monumento ricorda una “conversione” particolare. Quella di un giovane sergente americano, John Murphy, della X Divisione da Montagna della Quinta Armata USA. Entrò nella chiesetta da miscredente e ne uscì con la voglia di fare il prete. Poi lo diventò davvero, finendo per guidare la comunità cattolica di Washington, nella chiesa vicino al Campidoglio.

Proprio qui, in questa Lizzano che quanto a “belvedere” fa davvero le scarpe alla consorella dall’altra parte del crinale, i 95 abitanti sono adesso 131. Più una ventina fra volontari e poliziotti. Una convivenza non semplice, ma non priva di fascino e certo non destinata a durare a lungo. Ma quella scritta sul murales davanti alla chiesetta, “Freedom from fear”, “libertà dalla paura”, la dice lunga.
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